Multi-Catcher: un dispositivo universale per intercettare i cellulari

Tra tutti i sistemi IMSI catcher utilizzabili da forze dell’ordine o enti governativi per intercettare cellulari, smartphone o altri dispositivi mobili, il Multi-Catcher è forse il sistema che più si presta a un utilizzo dinamico su larga scala. Difatti, oltre al tracciamento simultaneo dei codici identificativi IMSI, IMEI e TMSI …

Rapporto Clusit 2018: pericolosa impennata di attacchi informatici in tutto il mondo

Dal Rapporto 2018 della Clusit, l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, emerge tra gli altri un dato davvero preoccupante: nel periodo tra il 2011 e il 2017 si sono registrati a livello mondiale quasi 7.000 attacchi informatici gravi, di cui 1.100 solo nell’anno scorso. Non solo. Nel 2017 si è …

Quanto è utile un’app di criptaggio dati? Ce lo svela una ricerca americana

Per quanto la validità dei programmi di protezione per smartphone possa apparire scontata nonché largamente condivisa, c’è ancora chi si ostina a eludere la loro efficacia, soprattutto per quanto concerne le app di criptaggio messaggi. Sono in tanti, infatti, a disconoscere tuttora il contributo preventivo di questi validi strumenti di …

Come scegliere le migliori microspie senza farsi abbindolare

Ultimamente approdare a un prodotto valido cercandolo su un motore di ricerca sta diventando un’impresa decisamente ardua. Prendete, ad esempio, il caso delle microspie o di altri dispositivi elettronici comunemente utilizzati in ambito investigativo: vedrete che a parte quelle poche aziende serie presenti sul mercato da decenni, vi toccherà imbattervi …

Articoli recenti

Una casa di cura? No! Una casa degli orrori

gennaio 20, 2012 Intercettazioni No Comments

Questa è la triste storia di una casa di riposo ribattezzata “La casa degli orrori” dove decine di anziani dovevano essere felici e accuditi da personale esperto, ma quello stesso personale ha trattato loro come dei pupazzi, strattonandoli, afferrandoli per le spalle o tirandogli i capelli..Spesso questi anziani venivano sottoposti a vere sevizie come se fossero cose e non persone, con schiaffi ed insulti.

Una storia però finita male per le 7 persone impiegate nella casa di riposo Boreo di Sanremo grazie all’intervento della Guardia di Finanza che grazie all’installazione di microspie ambientali è riuscita a documentare l’accaduto e così sono finiti in manette: la presidente della Fondazione, Rosalba Nasi, moglie del senatore del Pdl Gabriele Boscetto, quattro assistenti sanitari e due infermiere (Ihor Telpov ucraino, Silvana Faggian , Assunta Mecca, Domenico Raschellà, Elzbieta Ribakowska polacca, e Cristina Ciobanu rumena e ad oggi altre 9 sono indagate.

L’ accusa è quella di maltrattamenti aggravati nei confronti di persone affidate alle loro cure, invece per la presidente, posta agli arresti domiciliari, il reato imputatole è quello non aver e impedito questi comportamenti inqualificabili nonostante le segnalazioni dei parenti.

I rilevamenti ambientali sono durati più di 9 mila ore ed oltre 155 mila intercettazioni telefoniche, tutte svolte nel reparto degli anziani non autosufficienti e con problemi mentali.

Ora la Procura ha aperto anche un dossier per due morti sospette tra il 2006 e nel 2007, quando una donna morì per un ictus in seguito a gravi ferite alla testa (all’epoca giustificate con una caduta accidentale) mentre un’altra dopo aver ingerito una dose troppo eccessiva di psicofarmaci.

Un drone spia abbattuto nei cieli dell’Iran

Lo scorso 4 dicembre, l’Iran ha annunciato di aver abbattuto un aereo spia americano nella parte orientale del paese, vicino al confine con l’Afghanistan. Da quel momento i rapporti con l’Occidente, impegnato a monitorare gli avanzamenti ed i segreti tecnologici dell’Iran, sono peggiorati.
Gli Stati Uniti stanno agendo a livello diplomatico per inasprire le sanzioni ed insieme ad Israele continuano a non escludere un attacco militare mirato ai siti nucleari iraniani.

Nel frattempo Obama ha incaricato Central Intelligence Agency, meglio conosciuta come CIA, di portare avanti una missione segreta di spionaggio contro l’Iran, congiuntamente al Mossad israeliano e all’ MI6 inglese. Uno sforzo trilaterale per trovare un modo per penetrare in Iran e colpire proprio quegli scienziati che starebbero lavorando alla produzione della bomba atomica.

Il 10 dicembre 2011 è stato arrestato un agente della CIA da parte delle forze di intelligence della Repubblica Islamica. Si tratta di un uomo  di origini iraniane nato in Arizona, che ha avuto dieci anni di formazione come  spia professionista. Il suo nome è Amir Mirza Hekmati ed è stato intervistato dal terzo canale della televisione iraniana IRIB domenica scorsa. Dopo i primi addestramenti militari, ha frequentato un’università speciale per imparare lingue mediorientali.

Hekmati quindi era stato inviato in Iran per fornire informazioni sbagliate ai servizi segreti iraniani. Era partito dal centro di spionaggio di Bagra, un’importante base Usa in Afghanistan, poi da Dubai era volato fino a Teheran.
Adesso, insieme ad altre quindici persone arrestate lo scorso martedì per spionaggio a favore di Washington e Israele, rischia la pena di morte. Questi arresti seguono quelli dello scorso maggio, in cui erano state circa una trentina le spie della CIA intercettate e catturate dall’intelligence iraniana dopo lunghe intercettazioni con prodotti spia come microspie e microregistratori.

Fonte: euronews

Repressione contro la popolazione in Siria: tre aziende accusate di aver fornito al regime di Damasco strumenti per intercettazione e monitoraggio dei dissidenti

spionaggio siria

Gli Stati Uniti d’America non esportano solo democrazia, ma anche strumenti di controllo venduti direttamente a ‘governi canaglia’ e regimi. Si tratta naturalmente di una pratica che va avanti da sempre, ma che ultimamente è diventata un po’ scomoda nell’ambito dell’ostentata trasparenza dell’amministrazione Obama.

Così il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti sta indagando se la tecnologia prodotta da una società californiana, abbia potuto aiutare la polizia siriana nella mappatura e nel monitoraggio attraverso microspie dei dissidenti al regime, a cui ha fatto seguito una violentissima e sanguinosa repressione che ha portato alla morte di migliaia di civili inermi.

Funzionari del commercio stanno cercando di determinare se Blue Coat Systems di Sunnyvale, in California, sia stata a conoscenza che la sua attrezzatura e il suo software potesse venir utilizzato dal governo siriano.

L’azienda ha già detto che non ha venduto apparecchiature spia o software spia al governo siriano, ma ha riconosciuto che i suoi prodotti vengono utilizzati comunque in Siria e forse il regime li ha ottenuti attraverso una terza parte. Le sanzioni Usa imposte alla Siria vietano la vendita di gran parte delle categorie merceologiche alla nazione e gli inquirenti stanno cercando di determinare chi ha fornito la tecnologia Blue Coat alla Siria.

Una dichiarazione da parte della società risale a questo mese: “Blue Coat è consapevole delle violenze in Siria, ed è addolorato per la sofferenza umana e la perdita di vite che potrebbe essere il risultato di azioni operate da un regime repressivo. Non vogliamo che i nostri prodotti possano essere utilizzati dal governo della Siria o da qualsiasi altro paese sotto embargo dagli Stati Uniti”.

Stando alle dichiarazioni della società. La tecnologia Blue Coat non è destinata a scopi di sorveglianza, ma ha funzioni che potrebbero aiutare le autorità a monitorare le comunicazioni elettroniche, permettendo anche il blocco per alcune persone ad accedere a determinati siti web e alcune forme di social media.

Ieri in parlamento tre senatori hanno esortato l’amministrazione Obama a verificare se Blue Coat e un’altra società californiana, HP, abbiano fornito “strumenti di repressione” a Damasco.

“Che la vendita di apparecchi made in Usa possa aver contribuito alla violenza in corso è inaccettabile e deve essere studiata una soluzione al più presto possibile”. Se il Dipartimento del Commercio scoprisse che Blue Coat ha consapevolmente violato le regole di licenza, potrebbe far pagare una multa alla società fino a 1 milione di dollari.

Le società statunitensi che desiderano esportare dispositivi che sono “utili principalmente alle intercettazioni nascoste via cavo di comunicazioni orali o elettroniche” deve rivolgersi al Dipartimento del Commercio per una licenza, secondo le norme vigenti per l’esportazione.

Comunque le vendite delle aziende USA alla Siria sono illegali fin dai tempi delle sanzioni imposte dal presidente George W. Bush, cioè il 2004.
C’è di più. Nel corso di un’audizione al Congresso dello scorso 9 novembre, l’Assistente Segretario di Stato Jeffrey Feltman ha detto che, per la tecnologia Blue Coat utilizzata in Siria, non era stata concessa alcuna licenza di esportazione.

Ma oltre a Blue Coat c’è anche Hewlett-Packard (HP), che avrebbe installato più di 500.000 dollari di attrezzature in sale computer in Siria. I cervelli elettronici sarebbero alla base di un sistema di sorveglianza in fase di costruzione, in grado di monitorare l’uso di e-mail e internet nel paese. La base operativa di HP sarebbe dunque un centro di controllo per gli agenti siriani di Damasco, con cui hanno potuto tenere traccia delle comunicazioni dei cittadini e instradare i dati, secondo i modelli e le persone di riferimento, imparando ad avere familiarità con un sistema di controllo repressivo. Incaricata di eseguire il progetto c’era un’azienda italiana, Area SpA.

“La politica di HP è quello di rispettare tutte le leggi di controllo delle esportazioni degli Stati Uniti e regolamenti,” ha detto la società in un comunicato. “Non abbiamo alcun dipendente o strutture in Siria, e le nostre vendite in questo paese sono state limitati agli organismi che siano coerenti con legge degli Stati Uniti e la politica di licenza sui prodotti di telecomunicazioni. La conformità con gli Stati Uniti e le leggi del commercio internazionale sono la massima priorità per HP”.

Spionaggio industriale contro Greenpeace: pesante multa ad Électricité de France

novembre 18, 2011 Spionaggio No Comments
greenpeace

Il colosso energetico EDF – Électricité de France, uno tra i primi produttore di elettricità a livello mondiale, si è preso una bella multa la settimana scorsa. 1.3 milioni di sterline per essere stato riconosciuto colpevole di spionaggio industriale contro Greenpeace, l’organizzazione non governativa che porta avanti le sue battaglie per preservare il pianeta terra, contro gli scempi e l’inquinamento.

Ma raccontiamo meglio tutta la vicenda. Jean McSorley, 53 anni, è un importante attivista anti-nucleare, che ha contribuito a fondare il Gruppo di Azione Barrow nel 1980, che in seguito divenne noto come Cumbrians Opposed to a Radioactive Environment (CORE). La signora McSorley ha lavorato come coordinatore anti-nucleare per Greenpeace durante tutti gli anni novanta ed ha anche lavorato nell’università e pubblicando libri, viaggiando in Australia e in Estremo Oriente.

La società francese EDF è stata trovata con le mani nel sacco, in possesso dei profili di diversi attivisti in Francia e nel Regno Unito. Tutta l’organizzazione ecologista era tenuta sotto controllo dalla multinazionale, con microspie ambientali ed anche il computer dell’ex capo delle campagne di Greenpeace Francia, Yannick Jadot, era stato violato nel 2006.

Con una certa dose di ironia la signora McSorley ha detto che, anche se tutte le informazioni su di lei erano già di pubblico dominio, i metodi della società sono stati subdoli.

Oltre alla multa EDF è stata condannata a pagare 428.000 sterline di danni a Greenpeace. Ma non finisce qui. Il direttore esecutivo di EDF, Pierre-Paul François, è stato condannato a tre anni di carcere insieme a Pascal Durieux e Thierry Lorho. Philip Lieberman, Presidente e Amministratore Delegato, specialista nella gestione dei casi di furto di profili delle identità, ha detto che il caso di EDF, un trojan utilizzato per spiare Greenpeace – è notevole perché la saga è iniziata più di cinque anni fa e la multa così grave vuole essere da esempio.

Anonymous, hacker pubblicano dati e email dei militari USA

Il cybercrimine è diventato sempre più una minaccia reale in Italia e nel resto del mondo. Gli hacker Anonymous, nonostante gli eventi accaduti di recente nel nostro Paese durante i quali sono stati denunciati ben 15 ragazzi, continuano la loro campagna mirando ad un server americano che si supponeva fosse super-sicuro: quello del Dipartimento della Sicurezza. L’obiettivo è stata la Booz Allen Halmilton, una delle più grosse aziende che si occupano di sicurezza nazionale per il governo Usa. Il ‘bottino’ degli hacker ammonta 90.000 indirizzi mail di personale militare con relative password hashes. Il post di rivendicazione ‘Military Meltdown Monday’ è stato pubblicato su PirateBay, con torrent che dovrebbe contenere il pacchetto di indirizzi email più le password criptate.

Sulla stessa descrizione del torrent, il server attaccato è stato rinominato dagli Anonymous ‘una barca di legno fragile’. Gli hacker, dopo l’alleanza con Lulzsec, hanno, inoltre, cancellato quattro Gigabyte di codice sorgente dallo stesso, a sottolineare ancora di più quanto il sistema non fosse sufficientemente protetto.

Anonymous si definisce scioccato per la facilità con la quale è stato possibile risalire alle informazioni, una facilità ancora più incomprensibile trattandosi di server per informazioni militari. Il gruppo riferisce di essersi imbattuto in server praticamente privi di ogni accorgimento riguardo la sicurezza.

Il Washington Post ha tentato di contattare Booz Allen Halmilton, il cui portavoce ha rimandato ad un tweet ufficiale: ‘La nostra politica di sicurezza è di non commentare azioni intraprese contro i nostri sistemi’.
In questo momento il problema non sembra essere la sicurezza degli account, rivelati come se fossero state installate microspie in grado di captare tutte le informazioni, dato che come già accennato le password sono criptate. Piuttosto, avendo una lista di indirizzi reali, potrebbe essere possibile contattare il personale militare sotto mentite spoglie.

Anonymous dopo aver attaccato l’Agcom, ne ha realizzati altri dello stesso stampo dell’ultimo, che hanno visto come risultato la cancellazione di database di un altro contractor governativo e delle email private degli utenti.
Altra impresa tecnologica è stata quella di attaccare il sito web della polizia dell’Arizona, per rendere pubbliche delle informazioni nell’ottica della protesta per la recente legge anti immigrazione giudicata troppo dura. In giugno, invece, gli hacker di Anonymus hanno attaccato il sito web del governo turco per manifestare contro un filtro alla navigazione degli utenti troppo oppressivo. Anonymous vuole, semplicemente, farsi portavoce del malcontento popolare con operazioni di disturbo verso gli organi governativi. È bene ribadire che si tratta di attività da non intraprendere in quanto illegali e pesantemente punite.

Fonte: Tuttogratis

Cinque anni all’allenatore pedofilo, molestò un minore nella palestra

Il Gip di Bologna Marinella De Simone ha condannato con il rito abbreviato a cinque anni di reclusione per atti sessuali su minore un impiegato bolognese di 42 anni, allenatore delle giovanili di basket di una polisportiva del capoluogo emiliano.

L’uomo era accusato di aver molestato un allievo di dieci anni nello stanzino della palestra. Il Pm di udienza, Domenico Ambrosino, aveva chiesto una pena di otto anni. Il giudice ha anche stabilito una provvisionale immediatamente esecutiva di 30mila euro per la vittima e di 15mila per ciascun genitore, costituiti in giudizio attraverso l’avvocato Pietro Giampaolo, rimandando il risarcimento danni a un processo in sede civile.

Con la sentenza è stata applicata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici e l’inibizione a svolgere incarichi in scuole di ogni ordine e grado o in strutture frequentate da minori. Il 42enne, incensurato e difeso dall’avvocato Cesarina Mitaritonna, era stato arrestato in flagranza di reato dalla squadra mobile lo scorso dicembre dopo la denuncia presentata dai genitori, a cui il piccolo si era rivolto scrivendo un biglietto: “Dite a quell’uomo di non portarmi più nello sgabuzzino”. La polizia, coordinata dalla Procura, aveva installato delle telecamere nello stanzino. Nel corso di un allenamento, l’uomo si era allontanato con l’allievo e una volta nello sgabuzzino gli aveva sfilato la canottiera e aveva cominciato a baciarlo. A quel punto è scattato il blitz, con l’arresto dell’allenatore.

Fonte: Repubblica Bologna

Come faceva il News of the World ad intercettare Gordon Brown?

luglio 14, 2011 Intercettazioni No Comments

News of the World, con queste ultime parole, chiude i battenti. Dopo 168 anni ed 8.673 pubblicazioni domenicali, il “sister paper” di The Sun è uscito per l’ultima volta in edicola il 10 luglio. Causa di tutto il crollo delle vendite a seguito dello scandalo sulle intercettazioni illegali ad ampio spettro che hanno coinvolto, tra gli altri, Gordon Brown, spiato addirittura per dieci anni con microspie, cellulari spia e altri sisitemi investigativi. Ora una cordata di giornalisti ed imprenditori tenta di salvare lo storico tabloid e di riabilitarne il nome.

“E’ una vergogna nazionale”, sono state le parole rivolte dall’attuale primo ministro britannico David Cameron ad una nazione sotto shock. Lo stesso premier ha poi annunciato l’intenzione di voler costituire un’apposita commissione che stabilisca la reale portata dello scandalo.

Data che Andy Coulson, portavoce dimissionario di Downing Street ed ex direttore di News of the World, risulta coinvolto nell’inchiesta, è più che comprensibile come il primo ministro sia ansioso di venire a capo di una situazione più che mai spinosa.

Scotland Yard, investita in pieno dallo scandalo, non si è ancora ripresa del tutto e lascia trapelare il timore di un depistaggio. Intanto, giorno dopo giorno, si allunga la lista delle “nefandezze” compiute dal settimanale di gossip. L’hackeraggio riguarderebbe non solo i cellulari di politici e personaggi dello sport e dello spettacolo, ma anche quelli delle famiglie delle vittime degli attentati terroristici londinesi del 7 luglio del 2005, dei militari caduti in combattimento in Iraq ed Afghanistan, oltre che dei telefoni di Milly Dowler, la ragazzina del Surrey rapita ed uccisa nel 2002, e dei suoi genitori. Per un totale di circa 4.000 persone intercettate.

Si tratterebbe di un vero e proprio “spionaggio organizzato”, con risorse e metodi degni delle migliori agenzie di intelligence. Ma com’è stato possibile tutto questo? Come si è riusciti ad arrivare ad intercettare per anni personalità come Gordon Brown ed esponenti di casa Windsor?

La ricetta è semplice: legami con la criminalità organizzata, corruzione e ricatti. Ma prima è necessario fare un passo indietro e capire che cosa sia esattamente News of the World e chi ci sia dietro a tutto.

Il settimanale scandalistico britannico, insieme con il quotidiano The Sun, appartiene alla News Group Newspapers Ltd. Questa appartiene alla News International, la quale a sua volta fa capo alla News Corporation Times, una holding con sede negli Stati Uniti e che appartiene al magnate Rupert Murdoch. La News Corporation controlla una centinaio di altre società in tutto il mondo (quotidiani, riviste, televisioni, stazioni radio, internet, industria cinematografica), tra le quali l’inglese Newspapers Ltd (che possiede The Times e The Sunday Times), i quotidiani statunitensi The Wall Street Journal e New York Post, la 20th Century Fox, Fox Broadcasting Company, Sky Italia, MySpace e decine di canali televisivi ed organi d’informazione.

Al vertice di tutto, come si è detto, Rupert Murdoch. E’ facile capire, in questo modo, quanto potere sia concentrato nelle mani di un’unica persona, quanto capitale possa essere mobilitato e quanto capillare sia la rete di informazioni a disposizione della compagnia del magnate australiano. Soprattutto è facile notare come News of the World sia solo la punta dell’iceberg ed il capro espiatorio del momento, sacrificato nel tentativo di limitare i danni. Ma il “Watergate britannico” si espande inarrestabile e minaccia di travolgere altre testate del “Murdoch’s Group”.

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Far spiare il proprio partner con dispositivi GPS è legale negli U.S.A!

luglio 14, 2011 Localizzatori Gps No Comments

Notizia che ha dell’incredibile: in America un uomo avrebbe denunciato sua moglia per essersi rivolta ad un investigatore privato che avrebbe sfruttato dispositivi GPS per spiarlo. La corte ha dato ragione alla donna ritenendo legale il sistema adottato.

La sentenza riterrebbe legale i sistemi adottati in quanto il dispositivo GPS veniva utilizzato solo per seguire l’uomo in spostamenti sul suolo pubblico, quindi non all’interno di aree private, di conseguenza questo avrebbe fatto cadere tutte le accuse.

Il dispositivo di tracciamento, essendo stato nascosto nel vano portaoggetti del veicolo dell’uomo, avrebbe quindi tenuto conto solo di quei movimenti sul suolo pubblico e visibili quindi da tutti.

Anche se negli states manca una legge che regoli l’utilizzo di dispositivi GPS, fino ad oggi era stato ritenuto un diritto quello di non essere tracciati e punibile di reato lo spionaggio tramite tali macchinari. Tra i vari dispositivi GPS ovviamente possono rientrare anche l’iPhone o l’iPad, ad esempio con il servizio Find My iPhone utilizzato per spiare gli spostamenti del partner, o dei propri figli.

Sul sito Endoacustica.com ci sono tanti prodotti per lo spionaggio, che possono rivelare dettagli importanti relativi a tradimenti o il comportamento dei propri figli. L’utilizzo di microspie a livello ambientale o di cellulari spia, nel 98% dei casi rivelano casi altrimenti impossibili da intuire.Voi cosa ne pensate?

Fonte: I-Spazio.net

Sistemi di localizzazione GPS

Sindrome da intercettazione, realtà o paranoia?

luglio 13, 2011 Intercettazioni No Comments

Gli italiani si sentono spiati al telefono

Gli italiani stanno diventando sempre più diffidenti al telefono. E cresce l’angoscia di essere spiati.
(Cosa, del resto, frequentissima specie in Italia dove registrazioni e ascolti di telefonate rappresentano un vero record). E’ l’ansia da intercettazione che colpisce ormai anche la gente comune. “Si tratta di una reazione psicologica legata alla paura che possa essere messa in discussione la separazione tra sfera pubblica e privata.

L’idea che si possa rimanere ‘impigliati’, con una semplice telefonata, in faccende che non ci riguardano”, spiega Massimo Di Giannantonio, docente di psichiatria all’università Gabriele d’Annnunzio di Chieti. Una sindrome, però, che non ha niente a che fare con il timore di essere colti in fallo per un comportamento sbagliato. “Il problema non è, insomma – continua Di Giannantonio – se faccio o non faccio una cosa sbagliata, ma piuttosto, se con la mia telefonata, finisco in un ‘giro’ di intercettazioni” con il rischio di rendere pubblico ciò che si vuole tenere riservato.

“Parliamo però di reazioni psicologiche”, avverte lo psichiatra, che non sono necessariamente giustificate. “Altra cosa – spiega – sono reazioni civili e sociali che non possono essere condizionate dalle ansie personali. In questo caso sarebbe utile attenersi al all’antico adagio male non fare, paura non avere”, continuando quindi a telefonare serenamente se non si ha nulla da nascondere. (Sarebbe anche vero se le frasi non venisseroe strapolate, talvolta le parole modificate e, soprattutto, se i toni apparissero. Altrimenti qualsiasi barzelletta o presa in giro assume, come assume, la veste della serietà).

Sul piano psicologico l’intercettazione ‘smuove’ sentimenti profondi, spiega lo psichiatra, perché “mette in discussione un elemento fondamentale per lo svolgimento di una vita psichica regolare, ovvero la separazione tra la dimensione pubblica e privata. Ognuno di noi ha una serie di comportamenti differenziati: ciò che mi permetto in privato, non lo faccio in pubblico. Si pensi alla sfera dei bisogni corporali: in questi casi l’esposizione pubblica crea un gravissimo disagio”. Ed è questo che spiega la “sindrome da intercettazione” che ci fa sentire “angosciati, minacciati, insicuri”, perchè con il pensiero costante che delle microspie stiano trasmettendo in tempo reale le nostre azioni.

Fonte: Adnkronos

Come neutralizzare chi ci spia

luglio 10, 2011 Spionaggio computer 1 Comment

Non bisognerebbe mai iniziare a navigare in rete senza prima aver preso delle precauzioni minime. Basta veramente poco per rendere la nostra privacy un po’ più privata invece di trasmettere informazioni come se fossimo spiati da centianai di microspie.

Prima di tutto, aggiornare (sempre e spesso). Basta attivare la funzionalità di aggiornamento del sistema operativo di Windows o di MacOS X per ricevere automaticamente le notifiche su quali aggiornamenti siano disponibili. Windows 7 permette di aggiornare anche molti dei programmi di terze parti installati, mentre Apple ha creato l’App Store che consente di verificare se esistono versioni più recenti del software acquistato tramite il nuovo canale di vendita e installazione diretta.

Aggiornare anche il browser. La cosa migliore è usare una versione più recente del software per la navigazione. In questo momento, è consigliata l’ultima versione di Chrome o di Firefox.

Per far fare un passo in avanti alla nostra privacy, è possibile navigare attraverso un server proxy che rende “anonima” la nostra presenza. Per farlo, ci si collega a un particolare sito web nel quale immettere poi l’indirizzo del sito di destinazione. La connessione, passando attraverso il sito “intermedio” (in inglese, proxy) diventa anonima perché non consente più di capire quale sia il punto di origine. Fra i possibili anonymizer, The Cloak, Megaproxy, Proxify e ID Zap.

Attenzione perché i siti che rendono la navigazione anonima seguono una serie di regole: niente download di materiale non legittimo e nessuna connessione a siti che contengono immagini pornografiche. Inoltre, sono molto lenti (perché sostanzialmente devono ridistribuire la banda tra tutti gli utenti collegati) e quindi non permettono di usare servizi come il video on demand.

Prima di navigare anonimi, però, è meglio dare una pulita dentro casa. Per questo, si può fare una ricognizione per vedere quanti sono i cookies, i “biscottini” (brevi file di testo) lasciati dai siti come segnalibri per ricordarsi che li abbiamo già visitati. Un ottimo sito è Networkadvertising, che fa una ricognizione dei principali siti (tra questi Google) e permette di fare “opt-out”, cioè di cancellarsi dalla lista. Sennò ci sono altri servizi per cancellarli, come CacheCleaner. Attenzione perché i cookies comunque servono a personalizzare i servizi (ad esempio far ricordare a un sito di previsioni del tempo che vogliamo sapere le temperature in gradi Celsius e non Fahrenheit) e cancellarli sempre rende più “primitiva” la navigazione.

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Libro e film svelano: per coprire gli aerei spia la Cia inventò la bufala dei dischi volanti

luglio 10, 2011 Spionaggio No Comments

Semplicemente incredibile. Potevo prendere l’auto del comando e andare a tutta velocità, non si sarebbe fatta nemmeno un graffio»: questa la descrizione del Groom Lake, una pista di atterraggio naturale in Nevada, negli Stati Uniti.

A parlare un uomo anziano dallo sguardo incredibilmente freddo: è il colonnello dell’Aeronautica Militare statunitense Hugh Slater, che ammette senza difficoltà: io sono stato il comandante dell’Area 51. Un libro negli Stati Uniti ha sconvolto il mondo degli ufologi: «Area 51: una storia senza censura della base militare segreta americana». Gli appassionati delle «teorie del complotto» fanno gli scettici, ma l’autrice è una giornalista di fama: Annie Jacobsen, del Los Angeles Times. Al libro è seguito un documentario: «Inside Area 51» che è stato trasmesso in esclusiva alle 21,10 su National Geographic Channel, canale 403 di Sky. Il libro e il documentario svelano i segreti dell’Area 51, dagli anni ’50 uno dei luoghi più protetti e misteriosi della della Terra.

Per moltissimi ufologi si tratta di una base enorme, tutta sotterranea, dove un’organizzazione segreta americana avrebbe nascosto dei dischi volanti (primo fra tutti quello di Roswell) e i loro occupanti alieni precipitati sul suolo degli Stati Uniti per carpirne i segreti. Sull’Area 51 sono stati scritti decine di libri, girati moltissimi documentari. Ma mai nessuno è riuscito a penetrare il velo di mistero. Fino ad ora.

Nel film, per la prima volta, parla chi in questa base segretissima ha lavorato per anni. E innanzitutto ne viene svelato il vero nome: «Paradise Ranch», forse per smorzarne un po’ l’aspetto militare e austero. I visi di ingegneri ed ex piloti intervistati sono sorridenti e un po’ incerti: in fondo sono passati tanti anni, non si sentono più vincolati dal segreto, ma parlano con cautela.

Dalle loro parole appare chiaro che l’Area era una fabbrica di aerei-spia, velivoli che non potevano essere rilevati dai radar e che servivano per andare a «rubare» immagini in territorio russo dove microspie e strumenti per lo spionaggio non potevano arrivare. Anche se non potevano essere colti da strumenti elettronici gli aerei però potevano essere visti da terra e da altri aerei. Fu la Cia ad inventare la storiella dei dischi volanti, molto più comoda della realtà. E uno specialista in velivoli supersonici chiarisce subito: «La Cia non ha ammesso e non ammetterà mai che c’è un’Area 51. Fine della storia». Ma questa base esiste e fu voluta proprio dalla Cia per sviluppare e testare i progetti militari americani più segreti. L’Area 51 fu costruita nel 1955 attorno al letto di un lago prosciugato noto come Groom Lake, un luogo isolato, privo di vegetazione e protetto dalle montagne vicino a Las Vegas.

Qui è stato sperimentato l’aereo spia U2, fornito di telecamere senza fili ad alta risoluzione, progettate per scattare fotografie dai limiti della stratosfera e anche il velivolo Oxcart, non rilevabile dai radar e capace di fotografare oggetti da 27mila metri di altezza, viaggiando a 3.500 chilometri orari. Il documentario mostra per la prima volta immagini riprese in volo sulla Corea del Nord, filmate dalla Cia e mai rese pubbliche. E foto dell’interno della base, con i suoi hangar pieni di ingegneri e tecnici al lavoro.

Niente ufo, niente alieni, niente complotti. Ma alla fine del documentario l’ex amministratore dell’Area 51 ammette: «Devo essere onesto. Vi ho raccontato solo una parte della storia».

Fonte: Il Tempo

Georgia: proteste per l’arresto dei reporter accusati di spionaggio

luglio 10, 2011 Spionaggio No Comments

Era il fotografo personale del presidente georgiano Mikhail Saakashvili.

Irakli Gedenidze è stato arrestato ieri assieme ad altri due colleghi con l’accusa di spionaggio per conto della Russia.

Con lui in cella sono finiti Zurab Kurtsikidze della European Pressphoto Agency e il fotoreporter freelance Giorgi Abdaladze.

Gli arresti hanno provocato l’immediata reazione dei colleghi che nella serata di ieri hanno manifestato davanti al Ministero degli interni di Tiblisi.

E’ stata espressa tanta solidarietà ma allo stesso tempo rabbia per quanto successo. Le ragioni che hanno portato a questi arresti non sono affatto chiare. Le autorità non hanno fornito nessuna spiegazione circostanziata nè tantomeno hanno fornito prove del ritrovamento di microspie. Cos‘è successo quindi esattamente?. I fotografi georgiani scesi in piazza pretendono spiegazioni dalle autorità.

Negli ultimi tre anni il braccio di ferro postbellico con Mosca ha portato in cella decine di persone con accusate di spionaggio. Gli arrestati stamane sono comparsi davanti ai giudici. I loro avvocati non hanno rilasciato dichiarazioni

Fonte: Euronews

Walter Shimoon si dichiara colpevole di vendere segreti industriali Apple

luglio 10, 2011 Spionaggio No Comments

L’ex dirigente di Flextronics, Walter Shimoon, si è dichiarato colpevole di aver venduto ad altre imprese segreti industriali su iPad e iPhone nel processo che ha seguito il suo arresto nel dicembre 2010. Mentre Flextronics produceva componenti per Apple, Shimoon aveva degli incontri con operatori di borsa specializzati in fondi speculativi durante i quali rivelava quanto di sua conoscenza. Gli incontri erano pagati 200$ la ora (circa 139€).

Le notizie più succulenti erano quelle che riguardavano i dispositivi portatili di Apple. Allora si parlava dei piani di Cupertino per l’iPhone 4, della sua data d’uscita e delle sue caratteristiche tecniche. Altre rivelazioni di Shamoon riguardavano il segretissimo progetto K48, in altre parole l’iPad, di cui annunciò la prossima uscita. Shimoon ha anche ammesso di aver accettato 27 500$ (19 154€) da Broadband Research in cambio di informazioni. L’avvocato della Broadband Research, John Kinnucan, ha negato la totalità delle dichiarazioni specificando che l’impresa non ha commesso nessun illecito.

Al centro dell’inchiesta vi sono le cosiddette “Reti di Esperti”: gruppi di funzionari di varie compagnie tecnologiche che vengono reclutati per informare gli operatori dei fondi speculativi. Il ruolo degli esperti è di svelare i futuri passi di compagnie come Apple, attraverso il loro conoscimento di prima mano sui prodotti in fase di sviluppo. Compagnie come Kingdom Ridge hanno incassato cospicui profitti negli ultimi anni grazie, fra gli altri, alle indiscrezioni di Shimoon.

Un caso simile a quello di Walter Shimoon, nel quale l’imputato si era anch’egli dichiarato colpevole, è quello che vide implicato l’ex manager di Apple Paul Shin Devine. Devine fu accusato nell’estate del 2010 di aver accettato “tangenti e altri incentivi” in cambio di segreti commerciali e si dichiarò colpevole dei 23 capi d’accusa che includevano frode, cospirazione e riciclaggio di denaro. La sentenza per Shimoon è prevista per l’8 luglio 2013: rischia fino a 30 anni di carcere.

Probabilmente dotare i propri dipendenti di cellulari aziendali trasformati in cellulari spia o installare delle microspie in azienda avrebbero, almeno in parte, salvato la situazione e rivelato dettagli importanti riguardo ad un probabile complotto.

Fonte: MelaBlog

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