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L’Italia dei Diritti svela il mistero delle microspie nell’ufficio della Polverini

aprile 15, 2011 Microspie No Comments

Il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro dopo aver preso visione, assieme ai responsabili laziali, del documento redatto congiuntamente da : CGIL – CISL – UIL e inviato alla presidente Polverini, ai responsabili della sicurezza della giunta regionale , al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, al questore Francesco Tagliente al Nucleo Ispettivo della Guardia di Finanza e al Comando Generale dei Carabinieri, ha deciso di divulgare rilevanti informazioni e raccontare cosa sarebbe successo nei palazzi della Regione Lazio.

Potrebbe non sussistere mistero per quanto riguarda la vicenda delle microspie negli uffici della Polverini anzi, appare inquietante il fatto che molti siano a conoscenza di questioni quantomeno scottanti. Al punto che i 3 sindacati abbiano comunicato alle autorità preposte a tutti i livelli accadimenti clamorosi, che sarebbero avvenuti all’interno di Via R.R. Garibaldi, sede della giunta regionale. Come evidenziato nelle carte, le circostanze avrebbero avuto luogo il 3 e il 18 marzo scorsi. Notte tempo i vigilanti della ‘Roma Union Security’, sarebbero stati distolti dai compiti di controllo, con il pretesto di una riunione durata ben 3 ore, da un Tenente e da un appuntato dell’Istituto privato di appartenenza che, successivamente, avrebbero fatto accedere nel palazzo 4 persone sconosciute. Tali soggetti, come recita il documento approfittando , dopo essere venuti in possesso delle chiavi di alcuni uffici, si sarebbero introdotti nei piani della Presidenza della Giunta regionale e della vicepresidenza per agire indisturbati, in modo illegittimo, per circa 2 ore.

Non è possibile affermare con certezza cosa sia accaduto davvero all’interno degli uffici, se quel movimento sarebbe servito per collocare le microspie ritrovate o se “semplicemente” si sarebbe approfittato dell’invasione per visionare fascicoli di particolare importanza. In ogni caso resta da chiarire come sarebbe stato possibile allontanare il personale dai compiti istituzionali, operando una grave intromissione con un atto illecito. Dal documento si evidenzia inoltre che le Guardie che avrebbero chiesto spiegazioni sulla vicenda alla società, sarebbero state trasferite ad altra sede e allontanate dai rispettivi compiti, sebbene la stessa azienda avrebbe risposto loro che “i fatti avvenuti erano stati regolarmente disposti dal vertice aziendale”. Circostanza che getterebbe ulteriori ombre sulla vicenda.

Il commento su quanto divulgato dal movimento extraparlamentare viene affidato a Carmine Calardo , viceresponsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti : “Va premesso che non sappiamo se Lotito – il presidente della ‘Roma Union Security’ – sia al corrente o se abbia lui dato ordine di fare questa azione deprecabile, contraria a ogni decenza, ad ogni regola di convivenza libera. Un’azione di spionaggio al limine della criminalità. Sicuramente Lotito però è responsabile di aver messo a capo delle sue società persone con un’etica alquanto discutibile. La Polverini – dichiara Celardo – è vittima di una faida interna agli amici della destra, che si stanno scannando per spartirsi questa torta. Noi come Italia dei Diritti, abbiamo già denunciato riguardo ai servizi di vigilanza, manovre al limite della criminalità. Quanto letto nelle carte, non fa che avvalorare la mia sensazione, ovvero che c’è un assalto alla diligenza, si stanno scannando per dividersi gli appalti alla faccia dell’onestà, contravvenendo a tutte le regole alla base di una libera concorrenza. Ci aspettiamo dalla Polverini – conclude l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – , visto che ha taciuto precedentemente, una risposta chiara e precisa, una netta presa di posizione . La governatrice deve dimostrare chiaramente a tutti i cittadini, come intende amministrare questa regione. I fatti sono pulizia e onestà non chiacchiere”.

Fonte: Italia dei Diritti

Microspie Ambientali

L’amarezza della Polverini “Spiata per l’azione sulla sanità”

aprile 13, 2011 Microspie No Comments

Lo sfogo della governatrice dopo il ritrovamento delle cimici nel suo ufficio

“Malavita, servizi segreti deviati, aziende che stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice: davvero non so chi possa avere interesse a spiarmi”. Renata Polverini si rigira tra le mani la microtelecamera trovata durante la bonifica del palazzo della Regione Lazio. La mostra ai fotografi, poi indica il muro davanti a lei, 4 metri dalla sua scrivania. “Lì, dietro la tv, c’è una microspia. È ancora attiva, forse ci stanno ascoltando anche adesso”. Sorride, nella conferenza stampa improvvisata, convocata dopo la notizia del ritrovamento di 3 microspie e una telecamera negli uffici della Regione in via Cristoforo Colombo. Ma quello della governatrice è un sorriso tirato. Perché una cimice è stata ritrovata anche nella sua stanza, una seconda in un altro ufficio della presidenza e una terza, insieme alla telecamera, nella palazzina riservata agli assessori. Tutte (una scatolina nera, una più piccola, quadrata, e una specie di antenna direzionale) sono poggiate sulla scrivania della presidente.

“Tutto questo mi crea amarezza – spiega – perché in questo Paese, chi vuole cambiare le cose viene preso di punta”. Ad ascoltarla, oltre alle decine di fotografi, cameraman e giornalisti, ci sono i suoi assessori: da Stefano Cetica a Mariella Zezza a Teodoro Buontempo. C’è anche il coordinatore regionale del Pdl Vincenzo Piso. La ascoltano quando la presidente racconta i suoi sospetti, “le cose che non quadravano”. “Da quando ci siamo insediati – prosegue – abbiamo avuto da subito l’idea che qualcuno potesse avere la possibilità di informarsi su ciò che stavamo facendo, in particolare sui decreti della sanità”. Perché, per la presidente, il problema è sempre quello: il piano di riordino sanitario che sta attuando con un taglio di ospedali e posti letto criticato e avversato. Lei, da commissario straordinario per la sanità, ha firmato numerosi decreti in questi mesi. “Anche a notte fonda. E la mattina dopo mi rendevo conto che erano già alla conoscenza di altri. Per cui pensavo che ci fosse qualcuno che li passava e non solo ai giornali, visto che qualcuno li conosceva anche quando non venivano pubblicati sui quotidiani”.

Adombra anche qualche sospetto sull’opposizione, quando, un po’ sibillina, dice: “Ricordate alcune conferenze stampa? Come quella sul piano di rientro sanitario, in cui le informazioni venivano date un giorno prima della presentazione ufficiale”. Sospetti, appunto, come quelli sulla “malavita, i servizi deviati o le aziende che direttamente o indirettamente stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice”.
Del ritrovamento ha saputo due sere fa, di ritorno da Verona dove aveva partecipato a Vinitaly. “Abbiamo informato immediatamente prefetto e procura che dalla nostra bonifica erano saltate fuori queste cimici”. Una bonifica iniziata sabato, quando gli uffici erano chiusi, e andata avanti per tutta la giornata di domenica, durante la quale sono state ritrovate microspia e telecamera. Controlli che, finora, dal giorno dell’insediamento alla Regione Lazio, non erano mai stati fatti, nonostante quanto fosse successo al suo predecessore Piero Marrazzo. “Dite che è una prassi? – risponde ai giornalisti che glielo fanno notare – Non credo che lo sia nei Paesi normali”. Ora attende che la procura avvii le sue indagini. “No – sorride – non tempo per la mia persona. Mi auguro di no. Non ho fatto male a nessuno”.

Fonte: Repubblica Roma

Microspie nell’ufficio della Polverini “Servizi deviati o aziende danneggiate”

aprile 11, 2011 Microspie No Comments

Il ritrovamento durante una bonifica degli ambienti. C’era anche una microcamera. Indaga la Procura . Nelle scorse settimane la governatrice aveva subìto due tentativi di furto nella sua abitazione sull’Aventino. La presidente della giunta regionale: “Non so chi possa avere interesse a spiarmi: se la malavita, i servizi deviati o aziende che direttamente o indirettamente stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice”. “Timori per la mia persona? Non ho mai fatto male a nessuno”

Impianti di intercettazione e una micro telecamera negli uffici della Regione Lazio all’Eur, in via Rosa Raimondi Garibaldi. E tra le stanze spiate c’è anche quella della presidente Renata Polverini. La scoperta delle microspie è avvenuta nel corso di una bonifica cominciata alcune settimane fa. Gli ambienti, dopo il rinvenimento, sono stati isolati per consentire ai tecnici di ‘ripulirli’.

Sull’episodio indaga la Procura. La governatrice aveva subito due tentativi di furto nella sua abitazione, in zona San Saba, l’ultimo l’11 marzo scorso. A dare l’allarme fu la donna delle pulizie il giorno dopo. Anche se l’abitazione al primo piano era stata messa a soqquadro, non risulta che sia stato rubato nulla. Per entrare in casa, i ladri avevano piegato una inferriata e disattivato l’antifurto.

Nel precedente tentativo, il 28 febbraio, un condomino del palazzo vide due persone arrampicarsi sul balcone e lanciò l’allarme mettendo in fuga i presunti ladri che cercavano di forzare una finestra. “Ormai è un supermarket, chi vuole entra…” commentò, con una battuta, la diretta interessata. Una battuta che però dissimulava una preoccupazione. E in seguito ai due episodi di tentativo di furto il questore Francesco Tagliente, su proposta del prefetto Giuseppe Pecoraro ha disposto la vigilanza fissa sotto casa della governatrice 24 ore su 24.

“Ho subito due tentativi di furto a casa. A questo punto mi viene da dire che sono solo apparentemente falliti…”. ha detto la Polverini durante una conferenza stampa convocata nel suo studio. “Ieri sera tornando dal Vinitaly mi hanno dato la notizia di aver trovato una microspia nella mia stanza in Regione. Questa situazione mi dà amarezza”. E poi ha mostrato il punto dove si trovava, nella presa della corrente dietro il televisore.

“Capitava di firmare un decreto a mezzanotte e prima che io lo rendessi noto e ancor prima di andare sui giornali c’era chi sapeva” ha aggiunto la governatrice “Non so chi possa avere interesse a spiarmi: Se la malavita, i servizi deviati o aziende che, direttamente o indirettamente, stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice. In questo Paese chi si pone con capacità in un’azione di governo volta al cambiamento viene sempre preso di punta da chiunque”.

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Apparecchiature di bonifica ambientale

Cimici per “spiare” Diritti per tutti

marzo 26, 2011 Microspie No Comments

Due cimici, nascoste sotto a due tavoli, hanno “spiato” Le Brigate della Solidarietà e l’associazione Diritti per Tutti nel corso delle giornate della protesta dei migranti sulla gru di via San Faustino, a Brescia. E’ quanto hanno dichiarato le stesse realtà nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta in via Porta Pile 19, dove ha sede un circolo di Rifondazione comunista trasformato, nei giorni della protesta, in mensa per tutti i volontari del presidio.
“Abbiamo utilizzato i tavoli nei pressi della chiesa di San Faustino”, ha spiegato Walter Longhi, della Fiom Cgil, “durante tutta la protesta e anche oltre il 15 novembre. Ci siamo accorti delle cimici quando li abbiamo riposti nel magazzino. Prima di denunciare il fatto alla città”, ha concluso, “abbiamo voluto assicurarci che non ci fossero altri apparecchi del genere nelle sedi delle associazioni che hanno sostenuto la lotta dei migranti”.
“Per contrastare e reprimere la lotta dei migranti contro la sanatoria truffa”, ha commentato Umberto Gobbi, dell’associazione Diritti per tutti “sono stati usati sia i metodi tradizionali, come i manganelli, le cariche, le denunce e le espulsioni, sia nuovi sistemi tecnologici. Gli immigrati dovevano fare particolarmente paura all’asse xenofobo composto da Rolfi, il prefetto e il ministero. Eppure”, ha aggiunto, “i cittadini stranieri rivendicavano soltanto alcuni diritti fondamentali e poter vivere nella legalità. Mi chiedo inoltre”, ha chiosato, “se i partiti che si lamentano della tutela della privacy diranno qualcosa anche in questa situazione oppure faranno silenzio”.
“Mi è dispiaciuto molto dover vivere il tentativo di criminalizzazione dei migranti e dei cittadini italiani che li hanno sostenuti”, ha detto Anna Zinelli, delle Brigate della Solidarietà. “Ci dispiace anche che qualcuno abbia pensato che la nostra associazione facesse delle cose di nascosto quando invece non è così. Siamo nati poco dopo il terremoto in Abruzzo, e abbiamo raggruppato tutti quei cittadini che volevano muoversi con fatti sociali concreti. Abbiamo sostenuto lotte di fabbrica e abbiamo aiutato anche la lotta dei braccianti a Nardò contro il lavoro nero. Il tutto sempre alla luce del sole”.

Fonte: Qui Brescia

«La cimice? Solo uno scherzo» La famiglia Guerra non spia Fli

marzo 8, 2011 Microspie No Comments

«Era solo uno scherzo, una battuta, un gioco tra mio marito e mia figlia, tant’è che nelle intercettazioni si sente chiaramente che ridono. Ma secondo voi mio marito potrebbe fare una cosa del genere? Mettere una microspia nei mobili?». Non ci pensa due volte Claudia Consolazio, madre della nota soubrette Barbara Guerra con famiglia a Copreno, ad abbassare i toni dell’ultimo tormentone gossip che ha travolto la bella figlia. Non solo Barbara avrebbe partecipato ai noti festini del premier, respingendo da sempre le accuse che si fosse andati oltre una cena, ma nell’intricata vicenda spunta anche lo spionaggio politico con tanto di papà Innocenzo Guerra ideatore di un controllo del Fli.

É quello che si sente nelle intercettazioni depositate dai pm di Milano nello stralcio dell’inchiesta sul caso Ruby, in particolare un dialogo telefonico datato 11 gennaio in cui papà Innocenzo informa la figlia di doversi occupare degli arredi della sede Fli di via Terraggio a Milano. Magari, pensa il padre, a Berlusconi avrebbe fatto piacere posizionare delle cimici, per sapere in tempo reale cosa pensavamo e progettavano i suoi amici-nemici. «Io gli volevo proporre se vuole mettere una microspia – dice papà Innocenzo – Oo..c’ho le chiavi io dell’ufficio (…) ieri è venuto anche il senatore Valditara». La figlia: «E si può fare?». Il padre le ripete: «Io c’ho le chiavi». La show girl: «allora glielo dico sub… cacchiarola. Non e’ qui sennò c…. andavamo a casa sua subito». Barbara Guerra riferisce al padre di aver cercato il premier: «Ho detto di chiamarmi subito, m’ha richiamato…».

Il padre: «E tu digli cheee… (…) che mio papà non è abituato a queste cose qui, ma però per l’amore e il rispetto che (…) che ho nei suoi confronti, se gli interessa si può fare». Barbara: «Eee glielo dico. Dai, facciamo così, adesso lo presso per un’ora intera gli dico, ma si libera perché domani c’è una cosa da fare gli dico». Il padre: «Almeno sente le puttanate che dicono e di quello che fanno». L’uomo spiega alla figlia che «dopodomani arriva il camion con i mobili» e che il locale «domani è ancora vuoto, se lui ha una persona che può farlo (…) io c’ho le chiavi». Poco dopo in un’altra telefonata intercettata Barbara dice al padre di aver parlato con Berlusconi: « è meglio non farlo, però vuole sapere dove è la sede….». Il padre quasi al termine della conversazione: «E perché non è da fare?», Barbara: «Forse ha paura che se esce qualcosa»

Fonte: Il Cittadino

Microspie, cimici e microfoni nascosti

Prostitute spiate con microcamere, condannata banda di sfruttatori

marzo 5, 2011 Microspie No Comments

L’organizzazione era formata da quattro albanesi e un bergamasco. Nelle borse delle lucciole venivano inseriti trasmettitori dotati di schede telefoniche in grado di registrare gli incontri in auto

Si è concluso con cinque condanne il processo, celebrato davanti al giudice dell’udienza preliminare Bianca Maria Bianchi, contro la banda di albanesi accusata di aver gestito fino all’ottobre del 2009 il racket della prostituzione sulla strada provinciale tra Villa d’Almè e Dalmine.

L’organizzazione, secondo gli accertamenti dei carabinieri della stazione di Curno, controllava le prostitute attraverso delle microspie che facevano tenere alle ragazze, quasi tutte romene, nelle loro borsette, anche durante gli incontri con i clienti, in modo da controllarne gli incassi.

Tutti gli imputati sono stati giudicati con il rito abbreviato che, in caso di condanna, consente di ottenere lo sconto di un terzo sulla pena finale. La pena più pesante, 9 anni e 8 mesi di reclusione, è stata inflitta a D.L., 24 anni, residente a Bergamo. Sei anni e 4 mesi di carcere sono invece stati comminati a D.S., 31 anni, di Alzano Lombardo, mentre E.N., 23 anni, di Mira (Venezia) è stato condannato a 3 anni e 10 mesi. A tutti e tre gli imputati il gup ha riconosciuto l’aggravante della riduzione in schiavitù delle lucciole.

Se la sono cavata con pene più basse R.G., 27 anni, di Bergamo (2 anni e 8 mesi) e G.F.M., 63 anni, bergamasco di Osio Sotto, l’unico italiano che faceva parte della gang con il compito di trasportare le prostitute sul luogo di lavoro (1 anno e mezzo).

L’indagine degli investigatori era scattata a seguito della denuncia di una delle ragazze sfruttate, di soli 19 anni, arrivata in Italia dalla Romania con il sogno di un lavoro normale ma ben presto costretta a prostituirsi all’altezza di Mozzo. Dopo due mesi di indagini, i carabinieri avevano arrestato l’albanese di 23 anni e in seguito erano finiti in manette anche gli altri componenti della banda.

Le microspie utilizzate dagli sfruttatori per controllare le lucciole sfruttate erano di fabbricazione cinese: si trattava di piccoli trasmettitori dotati di schede telefoniche che permettevano agli albanesi di ascoltare, in tempo reale, tutto quello che avveniva, dove si trovavano le ragazze, in strada o quando si appartavano con i clienti.

Nell’ottobre 2009 una delle giovani lucciole, una romena di 19 anni, aveva trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini. La giovane era salita su un’auto dei carabinieri, impegnati in un servizio di controllo e aveva chiesto aiuto soltanto con dei gesti, lasciando intendere che qualcuno la stava ascoltando. E così era: nella borsetta i militari avevano trovato la microspia.

Fonte: Il Giorno

Telecamere in miniatura

FLI: Valditara, cimici in nostra sede è fatto inquietante

marzo 2, 2011 Microspie No Comments

(ASCA) – Roma, 1 mar – ”Inquietante e gravissima la notizia secondo cui avrebbero proposto al premier di piazzare delle microspie nella sede milanese di Fli. Quello che emerge dalle intercettazioni depositate dai pm di Milano mette in evidenza che ci troviamo dinanzi a dei personaggi sconosciuti che frequentano esponenti politici e propongono loro azioni illegali. Basterebbe gia’ questo per chiedere a Berlusconi di dimettersi”. Lo dichiara in una nota il senatore e coordinatore regionale della Lombardia di Futuro e Liberta’ per l’Italia, Giuseppe Valditara.

”C’e’ un clima insostenibile – sottolinea Valditara – fatto di minacce e di spie, pronte a tutto per annientare l’avversario politico”.

”Tempo fa ho denunciato ai vigili urbani di Milano il deturpamento della mia auto. Credevo fosse solo uno scherzo, ma ora invece ritengo che sia un atto voluto e molto grave nei miei confronti”, conclude il senatore di Fli.

Fonte: ASCA

Microspie ambientali e telefoniche

“Chiedi a Berlusconi che se vuole posso mettere le ‘cimici’ nella sede Fli”

marzo 1, 2011 Microspie No Comments

Il padre di Barbara Guerra, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore, propose alla figlia di far sapere al premier che avrebbe potuto nascondere delle microspie nei nuovi uffici di Futuro e Libertà a Milano. “Il presidente ha detto meglio di no”, le rispose la giovane

MILANO – C’è anche la proposta fatta a Silvio Berlusconi di mettere una microspia nelle sede milanese di Futuro e Libertà nelle intercettazioni depositate dai pm di Milano.

E’ l’idea, che non ha avuto seguito in quanto il capo del Governo ha ritenuto “meglio non farlo”, di Innocenzo Guerra, padre della show girl Barbara, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore. L’uomo, impegnato nei lavori di risistemazione dei locali della sede di Fli in via Terraggio (inaugurati ufficialmente lo scorso 24 gennaio), e che definisce “tana dei cospiratori”, l’11 gennaio, parlando all’ora di cena al telefono con la figlia le dice: “Io gli volevo proporre se vuole mettere una microspia (ride)…” . Poco più avanti: “io..c’ho le chiavi io dell’ufficio (…) ieri è venuto anche il senatore Valditara”. La figlia: “e si può fare?”. Il padre le ripete: “io c’ho le chiavi”. La show girl: ‘allora glielo dico sub… cacchiarola. Non e’ qui sennò cazzo andavamo a casa sua subito”. Innocenzo Guerra: “annuisce. Perchè già ieri parlava di La Russa questo qui, io son stato dentro 10 minuti…”. E ancora: “eran dentro in sei che parlavano: ‘allora ti devi occupare dei palazzinari perche’ dobbiamo tirare fuori i 200.000 appartamenti della gente che gli manca la casà (…) Sto senatore parlava così adesso La Russa non ho capito cosa diceva di La Russa”.

Barbara Guerra riferisce, poi, al padre di aver cercato di contattare il premier: “ho detto di chiamarmi subito, m’ha richiamato poi alle quattro, ho chiamato alle due alle quattro m’ha richiamato…”. Il padre: “E tu digli cheee… (…) che mio papà non è abituato a queste cose qui, perchè, ma però, gli devi dire, per l’amore e il rispetto che (…) che ho nei suoi confronti, se gli interessa si può fare”. Barbara: (con tono di voce bassa) “eee glielo dico, adesso appena mi richiama (…) ee sì. Dai, facciamo così, adesso lo presso per un’ora intera gli dico, ma si libera perchè domani c’è una cosa da fare gli dico”. Il padre: “eee, almeno sente le puttanate che dicono e di quello che fanno”.
L’uomo spiega alla figlia che “dopodomani arriva il camion con i mobili” e che il locale “domani è ancora vuoto, se lui ha una persona che può farlo (…) io c’ho le chiavi”. Barbara: “e mo lo chiamo di nuovo, tanto che ore sono finirà sta cazzo di riunione”. Il padre: “eee, digli, è proprio la tana del…”. Barbara: “del lupo”. Padre: “dei cospiratori“.

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USURA: chiedevano 200% di interesse. 2 arresti nel messinese

Messina, 24 feb – Un altro duro colpo e’ stato inflitto alle organizzazioni criminali vicine ad ambienti mafiosi operanti sulla costa ionica del messinese dalla Guardia di Finanza. Alle prime luci dell’alba i finanzieri della Compagnia di Taormina hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere disposte dal G.I.P. del Tribunale di Messina, Giovanni De Marco, su richiesta dei Sostituti Procuratori della Repubblica D.D.A. presso il Tribunale di Messina, Fabio D’Anna e Fabrizio Monaco.

I guadagni e gli interessi usurai ricostruiti si aggirano tra il 60% e il 200% delle somme prese in prestito. In manette sono finiti un 45enne di Taormina e un 47enne di Letojanni(ME), ad entrambi e’ stata contestata l’aggravante di agire con modalita’ mafiose. In casa del primo sono state rinvenute e sottoposte a sequestro 17 mila euro in contanti e cambiali per 16 mila euro. Sono stati inoltre perquisiti dalle Fiamme Gialle 5 appartamenti e 2 uffici.

Le indagini iniziate d’iniziativa nel giugno del 2010 dalle Fiamme Gialle hanno portato alla scoperta di un radicato sistema criminale finalizzato a speculare, attraverso il prestito di somme di denaro a tassi ampiamente usurai, su soggetti in difficolta’ finanziaria.

Alle vittime venivano richiesti a garanzia del prestito e degli interessi usurai applicati, gli immobili presso cui vivevano o lavoravano e assegni di rilevanti importi che poi venivano restituiti o distrutti al momento del pagamento in contanti per non lasciare traccia.

Le indagini sono state condotte attraverso l’uso di intercettazioni telefoniche ed ambientali. Diverse micro spie sono state posizionate dai militari all’interno di auto, uffici ed appartamenti.

I Finanzieri hanno anche scoperto, attraverso scrupolose indagini bancarie e patrimoniali ed attraverso l’ausilio di riprese eseguite da mezzi aerei del Corpo, la presenza di una villa di due piani nel territorio del Comune di Taormina (ME) del valore di mercato di circa 1 milione di euro riconducibile ad uno degli arrestati. La villa, presumibilmente costruita con i profitti dei reati, e’ stata posta sotto sequestro dai militari al fine di permetterne la ulteriore confisca nelle successive fasi processuali come previsto dalle leggi antimafia.

Fonte: ASCA

La microspia che incastrò Vittorio Emanuele

febbraio 26, 2011 Microspie No Comments

«Anche se avevo torto… devo dire che li ho fregati». Così, nella sua cella al carcere di Potenza, Vittorio Emanuele di Savoia siriferiva ai giudici francesi che lo hanno assolto per la vicenda di Dirk Hamer, ferito a morte da una fucilata il 18 agosto 1978 sull’isola di Cavallo, in Corsica.
L’ammissione, registrata attraverso una microspia, è citata dal gip potentino Rocco Pavese per motivare la conferma del divieto di espatrio. Siamo a settembre del 2009. «Avevo torto, ma ero sicuro di vincere». La conversazione (probabilmente con il gestore messinese di videogiochi Rocco Migliardi) è stata
intercettata il 21 giugno da una cimice fatta mettere in cella dal pm Woodcock. L’ indagato, scrive il gip, ammette di avere torto e di essere tuttavia uscito vittorioso. «Il processo – dice il principe – anche se io avevo torto… devo dire che li ho fregati… eccezionale, venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità pubbliche. Ero sicuro di vincere. Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga».
Il gip Rocco Pavese, nell’ordinanza del 4 settembre del 2009, cita anche una dichiarazione offensiva di Vittorio Emanuele verso i magistrati italiani, che lo hanno indagato per associazione a delinquere. «Sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi – dice al telefono a un conoscente il 28 luglio, dopo la scarcerazione – Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando… sono dei morti di fame, non hanno un soldo. Devono rimanere tutta la giornata ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna».
Queste affermazioni, secondo il gip, mostrano «cinismo e disprezzo per la legittima attività investigativa e giurisdizionale, a ulteriore dimostrazione del persistere dell’esigenza cautelare». Il gip conferma quindi le motivazioni che il 27 luglio scorso avevano portato il tribunale del Riesame potentino a respingere la prima istanza di revoca della misura cautelare in carcere: il pericolo di fuga, favorito dalla disponibilità di abitazioni all’estero, ingenti risorse economiche e una fitta rete di rapporti internazionali.
Secondo Pavese, queste motivazioni sono rafforzate dalle nuove intercettazioni e dal fatto che il principe, nell’interrogatorio davanti al pm (chiesto dalla difesa), «si è avvalso quasi integralmente della facoltà di non rispondere». Vittorio Emanuele non può neppure chiedere la revoca della misura cautelare in previsione dell’indulto per un’eventuale condanna, «poiché la pena applicabile all’indagato è molto elevata».
L’erede dei Savoia fu indagato da tre procure: quella di Potenza per associazione a delinquere, quella di Roma per la presunta corruzione ai monopoli di Stato e quella di Como, per la presunta corruzione del sindaco di Campione d’Italia.

Fonte: Il Quotidiano Web

Spionaggio al comando, vigili a rischio licenziamento

febbraio 24, 2011 Microspie No Comments

VARESE La vicenda dello spionaggio ai danni del comandante dei vigili era esplosa con fragore il 18 marzo del 2008 ed ora, a tre anni di distanza approda in tribunale, dove ieri mattina avrebbero dovuto comparire i due vigili che avevano piazzato una microspia sotto la scrivania di Antonio Lotito, allora appunto a capo della polizia locale. Ma l’udienza contro i sostituti commissari Fabrizio Mondo e Marinella Cassia è stata rinviata al 22 giugno, in attesa che venga definito un risarcimento nei confronti del dirigente che aveva denunciato il complotto. Con loro anche un tecnico comunale che venne incaricato di apprestare l’apparato.
Difesi dagli avvocati Renato Prestinoni e Andrea Prestinoni (mentre il tecnico è assistito dall’avvocato Paolo Bossi), rischiano non tanto sul piano processuale, quanto su quello disciplinare: una sentenza di condanna (che appare scontata, dato che tutti hanno ammesso le proprie responsabilità), aprirebbe le porte a provvedimenti da parte dell’ente datore di lavoro, cioè il Comune, che potrebbero arrivare anche al licenziamento.
La microspia era nascosta dentro ad un armadio, ed era collegata all’impianto elettrico: un apparato in grado di ascoltare e anche registrare le sue conversazioni e le sue telefonate. A tre anni dall’episodio resta da chiarire perché i due abbiano voluto spiare il loro comandante: una verità che potrebbe non venire mai a galla, se decidessero di patteggiare.

Fonte: La Provincia di Varese

Erika, 10 anni dopo: il padre che perdona e la “vergogna” di Novi

febbraio 18, 2011 Microspie No Comments

Arrivi a Novi dieci anni dopo quel febbraio 2001 della mattanza di Erika e Omar a cercare di pesare quella tragedia terribile, “uno dei fatti più gravi nella storia criminale italiana” come hanno scritto gli esperti. Arrivi in un febbraio di pioggia e di erba sporca, con la villetta dove si consumò la tragedia di Erika De Nardo 17 anni, del suo fidanzatino Omar, 16 anni che scolora nella bruma grigia, sul bordo tra la città di Novi, trentamila abitanti tra Liguria e Piemonte e la sua campagna piatta e ondulata di capannoni e vigne, colline coltivate e grandi fabbriche come l’Ilva del patron Emilio Riva e la Novi-Elah -Dufour del cavaliere di cioccolato, il potente Flavio Repetto, la Campari, la Pernigotti e sopratutto l’Outlet di Serravalle il “non luogo” record, che richiama 3 milioni di utenti-consumatori all’anno, il boom italiano che neppure la crisi frena in un delirio di saldi, di saldi di saldi, con i russi e i giapponesi che si fanno portare qua da ogni parte del Nord Italia per spendere, comprare, andarsene via carichi di sacchetti firmati, anzi strafirmati in un’orgia di made in Italy.

Che c’entra Erika, la bella e maledetta Erika, che uccise la madre Susy di 45 anni con novantasette coltellate, la crocifisse e poi si accanì sul fratellino che invano aveva cercato di avvelenare e poi di soffocare, e avrebbe fatto lo stesso se ci fosse riuscita con il padre il serissimo ingegner Francesco De Nardo, dirigente alla Pernigotti, religioso praticante, padre premuroso, sopratutto padre che ha perdonato e che non ha mai parlato di quel 21 febbraio 2001, ore 20 e trenta di sera, quando aprì la porta di casa e vide l’Inferno dei suoi cari straziati? Mai una parola, una frase, un’occhiata che dicesse di quel dramma profondo.

C’entra Erika, perchè dieci anni dopo quella macchia, quella tragedia che segnò non solo la famiglia, la casa, questo angolo tranquillo di Nord Ovest serio e produttivo, ombelico di una sicurezza sociale galleggiante tra lo sviluppo postindustriale, grande possibilità infrastrutturali, centro gravitazionale di una coscienza civile a prova di fiammate padane, restano ancora appiccicate a Novi, Novi Ligure, provincia di Alessandria, il paese di Fausto Coppi e poi solo di Erika e forse ora un po’ di quell’Outlet della Glen MacGregor, multinazionale scozzese, il più grande d’Europa, una piovra che, però, porta il nome di Serravalle.

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Cuffaro prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa

febbraio 17, 2011 Microspie No Comments

Il Gup: “Già giudicato per gli stessi fatti”

Il toto sentenza, tra giornalisti e addetti ai lavori, si è concluso poco dopo le 17, quando il gup Vittorio Anania, dopo una camera di consiglio di quattro ore, ha scritto la parola fine al secondo capitolo della storia giudiziaria di un ex potente siciliano, Totò Cuffaro, l’uomo da oltre un milione di preferenze, per due volte presidente della Regione. La chiave del verdetto, che arriva a un mese di distanza dalla condanna definitiva dell’ex governatore a sette anni per favoreggiamento a Cosa nostra, è tutta in un articolo del codice di procedura penale, il 649, che vieta che un cittadino sia processato due volte per lo stesso fatto, quale che sia la qualificazione giuridica del reato scelta dall’accusa. All’avvocato dell’ex governatore basta sentire la citazione della norma, che stabilisce il principio del ‘ne bis in idem’, per comprendere che la tesi difensiva è stata accolta: Cuffaro non andava sottoposto a processo.

I fatti che la Procura gli contesta e per i quali è finito per la seconda volta davanti al giudice, stavolta con l’accusa più grave di concorso in associazione mafiosa, per il gup, sono gli stessi che gli sono costati una condanna, passata ormai in giudicato, per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Una decisione, quella di Anania, che non entra nel merito delle accuse e si ferma prima: alla opportunità di dare vita al giudizio. “Il verdetto – spiega il procuratore di Palermo Francesco Messineo – si limita a stabilire una preclusione processuale e non afferma che la condotta dell’imputato sia stata lecita”. Anzi, precisa il capo dei pm, “il provvedimento fa riferimento alla sentenza definitiva di gennaio, che quei fatti li ha certamente bollati come illeciti”. Ma Messineo, riunito dopo la lettura del dispositivo con l’aggiunto Antonio Ingroia e con i pm titolari dell’accusa Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, non riesce a non fare cenno a quello che per mesi è stato il nodo del problema: quale reato contestare a Cuffaro. Concorso o favoreggiamento? Un dubbio su cui la Procura si è spaccata e che ha portato ai due processi. “Non potremo mai dire come sarebbe finita se gli avessimo attribuito da subito il reato più grave – dice non senza polemica – Ma certo non ci sarebbero stati due giudizi”. E nonostante i toni sereni certa è pure la delusione della procura di Messineo, che nella necessità di addossare all’ex presidente un’accusa pesante come quella del concorso ha creduto, tanto da scommettere in un nuovo processo. Perché per il pm Di Matteo, entrato in polemica coi colleghi che scelsero la strada del favoreggiamento, l’ex governatore non si sarebbe limitato a singoli episodi delittuosi come la fuga di notizie che portò alla scoperta delle microspie piazzate dal Ros a casa del boss Giuseppe Guttadauro, oggetto del primo dibattimento, ma avrebbe contribuito, durante tutta la sua carriera politica, al “sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa”.

Un apporto, quello assicurato alle cosche, che avrebbe fruttato all’ex governatore i voti della mafia, in particolare quelli dell’ala “provenzaniana”. Cuffaro avrebbe messo a disposizione di Cosa nostra, dunque, il proprio ruolo, consentendole di influenzare l’andamento della vita politica siciliana e di assicurare l’impunità ai propri esponenti. “Tutto vecchio e già visto”, secondo i legali dell’ex presidente. Una tesi, quella del processo ‘fotocopia’, che il giudice sembra aver condiviso. Di fatti nuovi, dunque, i pm non ne avrebbero portati.

Fonte: Sicilia Informazioni

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