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Flame, semplice virus o spionaggio informatico?

malware Flame

Le intercettazioni, che siano esse ambientali o telefoniche, si sa, fanno sempre discutere per i loro pro e i loro contro, ma se finora bisognava verificare di non avere il proprio telefono sotto controllo, magari procurandosi un cellulare non intercettabile, o di bonificare i propri luoghi abitativi da eventuali microspie, oggi la minaccia alla privacy arriva dal web e si chiama Flame.

Flame è un malware progettato per lo spionaggio informatico e considerato estremamente pericoloso in quanto è in grado di intercettare e trafugare qualsiasi tipo di informazione passi sul web: dalle registrazioni audio delle chat ai file presenti sull’hard disk, al traffico di rete, ai contatti della rubrica, agli screenshot dei programmi utilizzati, ecc…

Il peggior virus della storia, insomma, che si sta diffondendo soprattutto in Medio Oriente: Cisgiordania, Sudan, Siria, Libano, Arabia Saudita ed Egitto le zone colpite, tant’è che si è arrivati a pensare che sia stato creato dal governo israeliano per contenere la minaccia nucleare dell’Iran. Pronta, però, è arrivata la smentita dal vice-primo ministro Moshe Yaalon, il quale ha corretto il tiro sulle sue precedenti affermazioni, che facevano presupporre la paternità israeliana del malware, dichiarando che presupporre l’esistenza di governi occidentali con le capacità tecnico-economiche adeguate per finanziare Flame e lanciarlo contro le strutture informatiche dell’Iran non significa in alcun modo attribuirsi lo sviluppo e la diffusione dello stesso.

Intanto, però, gli esperti sono al lavoro per studiare il complesso malware che, secondo la società russa di sicurezza informatica Kaspersky, contiene elementi già visti nel warm Stuxnet (usato contro l’Iran nel 2010) ma all’interno di un contesto molto più sofisticato.

Altri esperti affermano che il virus in realtà stia circolando dal 2010 ed abbia colpito circa 600 obiettivi tra privati, aziende, università e governi e che ci vorranno circa due anni per studiarlo in toto e debellarlo.

Il portale Securlist, inoltre, ha creato una sorta di vademecum per scoprire se il proprio pc è infetto, stilando delle linee guida. Il computer è stato colpito se:

  • si scopre tramite ricerca la presenza del file “~DEB93D.tmp”;
  • nel registro di sistema, alla chiave “HKLM_SYSTEM\CurrentControlSet\Control\Lsa\ Authentication Packages” è presente la voce “mssecmgr.ocx” o “authpack.ocx”;
  • esistono i seguenti file nella cartella “C:\Program Files\Common Files\Microsoft Shared”: MSSecurityMgr, MSAudio, MSAuthCtrl, MSAPackages o MSSndMix.

Questi, ovviamente, sono solo alcuni degli elementi individuati. La ricerca è ancora lunga e nel frattempo si spera che il malware non crei altri danni, nonostante in rete ci siano altre correnti di pensiero che tendono a ridimensionare la portata di Flame, considerandolo come l’ennesimo malware che fa cose già viste e osservate altrove. A questo punto non ci resta che attendere ulteriori sviluppi della faccenda, cercando di avere più cura del nostro alter ego virtuale, per preservarne la privacy.

Mafie: le intercettazioni sono un acerrimo nemico.

intercettazioni

Entra nel tessuto sociale come un cancro penetra in un corpo e così, a poco a poco, cellula dopo cellula, se ne appropria della linfa, in maniera subdola, ricattatrice e violenta. Chi non si adegua, chi non paga “il pizzo” deve comunque pagare, con la vita o nel vedere i propri beni e attrezzature distrutti. Intimidazioni firmate ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra… diversi nomi che riportano al peggiore dei mali dei nostri tempi in Italia: le mafie.

“Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti. Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro: quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”. È questo quanto emerge dalle intercettazioni effettuate con microspie ambientali dall’Arma dei Carabinieri di Reggio Calabria ai danni del clan di Giuseppe Virgilio Nasone, che imponeva un pizzo del 3% alle ditte al lavoro sulla interminabile (in termini temporali) autostrada Salerno-Reggio Calabri.

Chi non pagava subiva intimidazioni di vario genere: mezzi saltati in aria, case distrutte, dipendenti minacciati. Ad ogni cosca il suo pezzo di strada da controllare. Dodici i “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi.

L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via in seguito alla denuncia da parte di un imprenditore che ha voluto assoggettarsi a tali ingiustizie. Nel marzo 2011 è finito, così, in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone, le cui conversazioni sono continuamente state ascoltate dai Carabinieri. È proprio durante i colloqui con la madre e la sorella, infatti, che sono emersi una serie di collegamenti che hanno portato alla ricostruzione della rete di rapporti interni alla cosca. Il clan infatti continuava a dividere con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno permesso di individuare ogni singolo componente del clan, ricostruendo tutte le dinamiche.

Altre intercettazioni, questa volta telefoniche, hanno permesso, invece, in Sicilia, di sgominare un clan che imponeva ai bar di Palermo di rifornirsi solo del suo caffè, tra l’altro di scarsa qualità.

A svelare il retroscena è stata questa volta una indagine condotta dalla guardia di finanza di Palermo che ha stroncato il business dell’imprenditore Francesco Paolo Maniscalco, 48 anni e già condannato per mafia con sentenza definitiva, ritenuto in passato vicino al boss dei boss Totò Riina.

Maniscalco sarebbe a capo di aziende intestate ad un prestanome che imponevano l’acquisto del loro caffè ai bar, un’attività davvero redditizia che gli avrebbe permesso, una volta scontata la condanna già a suo carico, gli avrebbe permesso di vivere agiatamente. Per fortuna, però, così non è stato in quanto le intercettazioni, spesso denigrate e guardate con sospetto da pseudo sostenitori della privacy a tutti i costi, hanno permesso di coglierlo con le mani nel sacco. Un sacco ora vuoto.

Assolti i presunti “orchi” di Rignano Flaminio: è polemica.

scuola di Rignano Flaminio

È di due giorni fa la notizia dell’assoluzione delle maestre della scuola materna Olga Rovere di Rignano Flaminio, accusate di aver seviziato e violentato 21 bambini (di cui 19 costituiti parte civile), in seguito alle confessioni degli stessi bimbi, che avrebbero raccontato a genitori ed esperti dettagli di quanto accaduto.

A sei anni dall’avvio dell’inchiesta e a due dall’inizio del processo, le maestre Marisa Pucci, Silvana Magalotti e Patrizia Del Meglio, il marito di quest’ultima, l’autore tv Gianfranco Scancarello, e la bidella Cristina Lunerti sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”.

Non hanno compiuto il reato per il quale l’accusa aveva chiesto 12 anni a testa e la reazione dei genitori dei bambini in aula è stata immediata: urla, insulti contro la giustizia italiana e contro i presunti pedofili. Mentre dall’altra parte si festeggiava l’assoluzione con le lacrime degli accusati, non presenti davanti ai giudici per evitare disordini, ma avvertiti per telefono della bella notizia.

Reazioni contrastanti e, in alcuni casi, discutibili, in un processo che non è riuscito a gettare luce su ciò che sia veramente accaduto a quei bambini, che pure hanno rivelato dettagli sconcertanti sugli abusi che ora, in un baleno, la giustizia avrebbe cancellato.

A tal proposito, ferme sono state le dichiarazioni degli avvocati degli imputati: “L’assoluzione con la formula piena significa che i bambini non hanno subito abusi, quindi i familiari dovrebbero essere contenti per questo. È assurdo che ci siano voluti sei anni per accertare l’innocenza degli imputati – ha commentato l’avvocato Ippolita Naso – La stessa pronuncia sarebbe potuta arrivare al termine dell’udienza preliminare. Si sarebbe evitato di sprecare energie, tempo e denaro”.

In tutta risposta, invece, i legali dell’accusa sono già pronti ad affiancare la procura, che ricorrerà in appello. “Siamo molto amareggiati”, ha affermato l’avvocato Pietro Nicotera. “Un punto fermo è stato l’incidente probatorio, che aveva riconosciuto la sussistenza degli abusi. Ma il tribunale evidentemente non ha condiviso questa impostazione”.

E a pagare le conseguenze di questi conflitti da adulti, se così si possono chiamare, sono sempre i bambini, che hanno impresse nella loro mente scene di violenza, eppure non sono stati creduti. Forse non si saprà mai se quei dettagli così raccapriccianti fossero solo un brutto scherzo da parte dei piccoli o se davvero sono stati vittime di “orchi”. Sicuramente i genitori vorranno prendere provvedimenti, magari cambiando scuola, o magari dotando i figli di strumenti di controllo. In questi casi, infatti, strumenti tecnologici, come le microspie ambientali ed i localizzatori GPS, sempre più piccoli e facilmente occultabili tra gli oggetti di uso quotidiano dei bambini, potrebbero essere davvero utili per registrare i loro spostamenti e per intercettare tutto ciò che accade intorno a loro.

Intercettazioni sempre più difficili da sfuggire, anche su Skype!

intercettazione skype

Le intercettazioni, che siano esse effettuate con microspie ambientali o tramite la rete telefonica, fanno sempre più discutere non solo le istituzioni, che si dividono in pro e contro presumibilmente in base al loro attaccamento e alla loro voglia di difendere la privacy nelle comunicazioni, ma anche semplici cittadini e personaggi di rilievo.

Ma, fermo restando la questione privacy, perché temerle se non si ha nulla da nascondere? Una domanda che di certo vorremmo porre in molti a coloro che, senza se e senza ma, si oppongono con ogni mezzo alle intercettazioni. Ma difficilmente si riuscirà ad ottenere una risposta plausibile.

Rimane da considerare, inoltre, il fatto che in molti si sono attrezzati per sfuggire al controllo con cellulari criptati o, in modo ancora più semplice, utilizzando Skype per le loro conversazioni “segrete”.

Già, il client VoIP più utilizzato al mondo e che è facilmente accessibile anche da qualsiasi smartphone con l’apposita applicazione, utilizza un’architettura proprietaria P2P che sfrutta un sistema distribuito su nodi che ne impedisce le intercettazioni.

Skype, che dal 2011 è stato acquisito dalla Microsoft e che conta più di 600 milioni di iscritti, di cui circa 40 milioni attivi contemporaneamente in diverse ore della giornata, neanche volendo potrebbe intercettare le conversazioni dei propri utenti, grazie agli algoritmi proprietari mai divulgati. In parole semplici il codice è criptato.

Questo, però, fino a poco tempo fa. Kostya Kortchinsky, uno dei più esperti ingegneri di Skype, ha infatti annunciato che qualcosa sta cambiando: i nodi, cioè i codici di comunicazione, sarebbero ora ospitati in centri di dati “sicuri” e “controllati”. Quel mondo intricato e casuale sta diventando, in un baleno, ordinato e comprensibile e, perciò, aperto ai controlli delle procure mondiali.

E Microsoft ha confermato affermando che l’introduzione di nuovi supernodi dedicati, ospitati in data center sicuri, ha semplicemente lo scopo di migliorare le prestazioni e l’affidabilità complessiva del sistema, nonostante in molti, come il ricercatore russo Efim Bushmanov, abbia messo in guardia gli utenti sostenitori della “web democracy” affermando che “la nuova architettura di Skype potrebbe avere come reale scopo quello di fornire finalmente a Microsoft (e quindi al governo USA) la capacità di intercettare liberamente le comunicazioni fra gli utenti finali del sistema”, e non solo quelle dei presunti criminali.

Ora i criminali dovranno, quindi, un altro modo per essere sicuri nelle loro conversazioni. Chissà cosa ne pensano, a tal proposito gli indagati coinvolti nello scandalo di questi giorni sul calcio scommesse che, secondo il GIP di Cremona, per sfuggire alle intercettazioni delle Forze dell’Ordine avrebbero fatto ricorso proprio a sistemi sicuri di comunicazione digitale come Skype e simili.

Intercettazioni, il Vaticano trema.

vatileaks

Come è facile apprendere dai giornali, in questi giorni si sta facendo luce sulle fughe di notizie riservate del Vaticano, i cosiddetti “VatiLeaks”, portati alla conoscenza dell’opinione pubblica, a cui svelano tutta una serie di tensioni interne alla Santa Sede. Documenti che ritroviamo nel documentatissimo libro di Gianluigi Nuzzi dal titolo “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI”, nel quale sono contenuti moltissimi documenti riservati e carte private del Papa su vicende di cui si è molto discusso: dal caso Boffo al caso Viganò, dalle polemiche sull’Ici e la Chiesa (ci sono carte sui contatti tra lo stesso Gotti Tedeschi e il ministro Tremonti sull’argomento) alle leggi italiane che il Vaticano avrebbe voluto fossero cambiate, in particolare su temi etici.

In seguito a tali rivelazioni, Papa Ratzinger non solo, già dallo scorso anno, ha incaricato una bonifica del Vaticano dalle microspie ambientali utilizzate per intercettazioni che hanno costituito poi materiale processuale, ma ha istituito una commissione d’inchiesta cardinalizia composta dai cardinali Julián Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi, in modo da poter indagare non solo su semplici cittadini, ma anche sui porporati.

L’indagine aperta in Vaticano contro le fughe di documenti ha conosciuto in questi ultimi giorni sviluppi clamorosi, e ha portato direttamente nell’appartamento del Papa. È stato infatti messo in stato di arresto (non di “fermo”, in quanto in territorio vaticano non esiste) perché trovato “in possesso illecito di documenti riservati”, niente meno che “l’aiutante di camera” di Benedetto XVI, il maggiordomo del Papa, in assoluto una delle figure più vicine al Pontefice insieme ai segretari personali. Paolo Gabriele, infatti, è sospettato di essere uno dei circa 20 “corvi”, coloro che hanno portato all’esterno carte segrete del Vaticano e persino lettere private del Papa che, alla notizia dell’arresto del suo fidato, si è mostrato addolorato, seppur consapevole degli intrighi che stanno scuotendo dall’interno la Santa Sede.

Non è stato colpito solo Gabriele: il Consiglio di Amministrazione dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR) ha chiesto le dimissioni del presidente Ettore Gotti Tedeschi. L’accusa è quella di aver diffuso notizie riservate senza giustificato motivo, di aver accentrato poteri a lui non spettanti, non rendendo conto del proprio operato al Consiglio di Amministrazione e di aver tratto da queste informazioni vantaggio personale.

Dopo mesi di bufera sul Vaticano a causa dei ‘Vatileaks’, di “veleni”, di sotterranei scontri di potere, il giro di vite sui presunti “corvi”, “gole profonde” verso la stampa, ha avuto una stretta improvvisa negli ultimi giorni. Oltre all’indagine interna condotta dalla Gendarmeria, guidata da Domenico Giani, e supervisionata dalla Commissione cardinalizia, la Santa Sede ha annunciato che ricorrerà alla giustizia contro furto, ricettazione e divulgazione di “notizie segrete”, descrivendo la pubblicazione dei documenti come “un atto criminoso”, un terremoto che sta scuotendo la Chiesa dall’interno, un po’ com’era stato predetto dal quarto segreto di Fatima. E chissà se basterà la “roccia della fede e della parola di Dio” a far uscire indenne l’istituzione ecclesiastica che vede molti suoi membri di spicco coinvolti in reati di corruzione, malversazione, pedofilia ed addirittura massoneria.

Usura, come cogliere lo strozzino con le mani nelle vostre tasche.

strozzino colto in flagrante

L’ indebitamento delle famiglie in Italia ad aprile 2012 è cresciuto del 227,4% rispetto allo stesso mese del 2011 e l’usura è aumentata del 155,2%. Questo è il dato che emerge dal rapporto Krls Network of Business Ethics in pubblicazione prossimamente su Contribuenti.it, rivista dell’Associazione Contribuenti Italiani.

L’aggressione al patrimonio familiare da parte delle esattorie, dei compra oro, e dei giochi d’azzardo e l’aumento delle tasse sul consumo stanno portando migliaia di famiglie e imprese nel baratro, costringendole molto spesso a ricorrere all’aiuto, se così lo si può chiamare, di spregiudicati usurai.

Le banche, per chi è in difficoltà, diventano sempre più inaccessibili, in quanto i tassi sono arrivati anche al 15 per cento, mentre organizzazioni criminali prestano denaro anche all’1-2 per cento. Un mercato di finanziamenti sotterraneo che richiede interventi immediati e che sta portando diversi piccoli imprenditori al collasso, fino alla distruzione di sé con il suicidio.

I suicidi, infatti, sono in netto aumento nell’ultimo anno e la maggior parte di loro è attribuita alla crisi economica, che ferisce non solo perché restringe al limite del possibile la capacità economica delle famiglie, ma anche perché ferisce nel profondo migliaia di piccoli imprenditori padri di famiglia che si ritrovano costretti a guardare in faccia i loro dipendenti e licenziarli.

I dati, inoltre, confermano che il fenomeno usura sta aumentando e l’apice potrebbe essere raggiunto a giugno, in concomitanza con il pagamento dell’IMU e di altre tasse annuali.

Il tasso più alto d’Italia, però, si ha in Abruzzo, dove è stimato al 157,7%. Stimato, perché in realtà è difficile avere un dato effettivo, vista la difficoltà che hanno molte vittime nel denunciare il problema, un po’ per pudore e vergogna nei confronti dei familiari e un po’ per la paura di ritorsioni verso sé stessi e verso la propria famiglia.

Si inizia con piccoli prestiti, magari chiedendoli a conoscenti. Poi la somma da restituire cresce a dismisura con gli interessi e ci si ritrova all’improvviso non solo a non avere più nulla, ma a dover ricavare da quel nulla i soldi da restituire allo strozzino.

In diverse regioni d’Italia sono stati istituiti diversi sportelli di ascolto per le persone con problemi economici, soprattutto alla luce degli innumerevoli suicidi verificatisi in questi ultimi mesi da nord a sud, senza “distinzione di tasche”.

A volte, però, si ha l’esigenza di fornire delle prove, di cogliere con le mani nel sacco lo strozzino, per permettere alla giustizia di fare il suo corso. È in questo caso che possono rivelarsi utili le microspie ambientali o i cellulari spia ideali per intercettare e registrare le conversazioni con il proprio usuraio, cogliendolo in flagranza di reato. Facili da usare e difficili da scoprire, questi apparecchi permetteranno alla vittima di usura di incastrare il proprio strozzino e assicurarlo alla giustizia.

Pedofilia, come le intercettazioni possono incastrare un “orco”.

pedofilia

“Indubbiamente anche la Chiesa, in quanto composta da uomini con le loro fragilità e debolezze, sbaglia, ma rimane un baluardo. Dare fiato e spago a pubblicazioni scandalistiche, attentati al buon giornalismo ed alla correttezza dell’informazione, significa commettere apologia di un atto delittuoso”. È quanto si legge in un articolo apparso su Pontifex.roma.it dal titolo “Spiare il Papa, divulgare atti segreti, attaccare la Chiesa: è giornalismo questo?”.

Difficile giudicare se sia giornalismo o meno, ma chissà cosa avrà pensato l’autore di questo articolo nel leggere la sentenza di condanna a 9 anni e mezzo per pedofilia a Don Riccardo Seppia, ex parroco di Sestri Ponente, inchiodato grazie ad intercettazioni telefoniche da parte dei Carabinieri nell’ambito dell’inchiesta su spaccio di droga in locali gay della zona, che il prete frequentava abitualmente.

“Sono solo, dì alla mamma che vai a scuola e vieni da me”, scriveva a un quindicenne don Seppia. Nelle intercettazioni si leggono anche bestemmie del sacerdote, che salutava l’amico con un blasfemo “Che Satana sia con te”.

Le intercettazioni, che siano telefoniche o effettuate con microspie ambientali, per quanto siano state duramente condannate da diversi organi istituzionali, esponenti della Chiesa Cattolica inclusi, dimostrano sempre più la loro utilità nell’incastrate quelli che sono veri e propri criminali e persone malate, oltre che semplici messaggeri del signore.

L’ex parroco della chiesa dello Spirito Santo di Sestri Ponente è stato giudicato colpevole di tentata violenza sessuale su minore, tentata induzione alla prostituzione minorile, tentata cessione di droga a minori ma non di detenzione di materiale pedopornografico, in quanto i file trovati nel suo pc sarebbero ‘temporanei’, quindi non scaricati volontariamente dal prete.

Aveva stretti rapporti con un pusher nordafricano al quale, oltre alla droga, che lo catapultava in uno stato di eccitazione che lo spingeva a mandare messaggi pornografici ad alcuni dei suoi chierichetti, ordinava anche ragazzi da ricevere. “Trova un bimbo di dieci anni”, si legge dalle intercettazioni.

Non è sicuramente un caso isolato, questo, all’interno della Chiesa, come dimostrano diversi fatti di cronaca e , per quanto sia giusto non fare di tutta l’erba un fascio, è importante prendere coscienza del problema, che si configura come un vero e proprio reato, per il quale non bastano le scuse, come vorrebbe l’avvocato difensore di Don Seppia, a redimere dal peccato e dal reato stesso, ma servono contromisure più efficaci, oltre al carcere e alle cure per chi sbaglia.

È giusto che i genitori, senza troppe pressioni e magari nell’ombra, riescano a controllare i propri figli minorenni, per evitare che questi incappino in brutte situazioni, dalle quali spesso è difficile uscire per pudore, vergogna o sensi di colpa inculcati nei ragazzi stessi. È in questo caso che possono risultare utili strumenti come i cellulari spia, da regalare ai propri figli, o localizzatori GPS, per poter conoscere in ogni momento la loro posizione e farli sentire più al sicuro in tutti i loro spostamenti.

Minetti, tra intercettazioni e self-marketing.

nicole minetti

“Ti volevo un attimo briffare, giusto che non ti prendi male perché ne vedi di ogni. È la disperation più totale. Fidati di me, punta sul francese che lui sbrocca, digli tutto quello che fai, che hai studiato tre mesi alla Sorbona perché anche lui ha studiato alla Sorbona e lui si esalta di brutto”. È quanto pubblicava Repubblica ad aprile, riportando parola per parola quello che Nicole Minetti, ex igienista dentale e ora procace consigliere della Regione Lombardia, diceva per telefono ad una sua amica.

Un modo per istruire Melania Tumiani, per spiegarle come si deve comportare, visto che è una novella, a Villa San Martino, per una delle seratine col Premier. E ancora: “Ho sentito il boss of the boss e gli ho detto che porto una mia amica e lui mi ha detto ottimo”.

Questo e molto altro emerge dalle intercettazioni telefoniche a danno della Minetti nell’ambito dell’inchiesta Bunga Bunga, nella quale sono state rivelate informazioni scottanti che riguardavano anche l’allora minorenne tunisina Ruby, alla quale Berlusconi avrebbe promesso di “riempirla d’oro” in cambio del suo silenzio sulla faccenda.

Ma nulla sfugge alle tanto discusse, eppur utili intercettazioni, che siano esse telefoniche o ambientali, realizzate spesso con microspie o microregistratori, e che permettono di entrare nella vita di personaggi di rilievo e sottoporli al giudizio del pubblico, sempre più indignato per la scarsa moralità di coloro che, invece, dovrebbero essere un esempio da emulare.

E sempre più indignati si stanno mostrando ora persino esponenti del centrodestra, che iniziano ad avanzare pubblicamente richieste di dimissioni della Minetti dal Consiglio Regionale. Crosetto, Mantovani e perfino Formigoni hanno dichiarato che una così non può più rimanere in carica e prendere 12.000 euro al mese, per non si sa quale talento e funzioni.

Ma a Nicole non solo sembra scivolare tutto addosso, non provando nessun pudore né vergogna, anzi, sembra quasi che lo scandalo dei Bunga Bunga Parties sia diventato quasi un modo per promuovere la propria immagine, una sorta di self-marketing.

Sempre presente sui giornali, fotografata mentre fa shopping nei negozi più “in”, utilizzata per campagne pubblicitarie e invitata a tagliare nastri, al centro di continue notizie di gossip sui suoi amori veri o presunti, senza sapere “a cosa serva” in realtà nel Consiglio Regionale lombardo, Nicole Minetti sta facendo di sé stessa una sorta di marchio, creandosi una specie di lavoro che la farà sicuramente sopravvivere ad un eventuale allontanamento dalla politica. Scampato, quindi, il pericolo di ritrovarcela in Parlamento, come emerge dalle telefonato con il Premier ma, nonostante ciò, continua a suscitare sdegno, soprattutto nei lavoratori veri, quelli che un posto se lo sono sudato.

Il curioso caso del ladro camaleontico di Rivoli.

vito guida ladro

Negozi, uffici, scuole e persino ospedali. Nulla era sfuggito a Vito Guida, 31 anni di Rivoli, arrestato pochi giorni fa per aver messo a segno più di una decina di furti da gennaio. Un ladro gentiluomo che si fingeva da idraulico a imbianchino a tecnico delle caldaie per entrare nei luoghi che poi avrebbe derubato, senza scasso e senza torcere un capello alle vittime, un po’ come Lupin.

Sembra quasi la trama di un film ed invece è una curiosa realtà che i carabinieri di Rivoli sono riusciti a smascherare grazie alle telecamere di un negozio nel quale Guida ha compiuto un furto.

Furbo e scaltro, ma troppo, quindi, per aver fissato, quasi con vanità, l’obiettivo proprio di quella telecamera che l’avrebbe poi incastrato.

Il primo colpo non si scorda mai, soprattutto se è stato fruttifero. Ricariche telefoniche e computer, portati via da un negozio di telefonia in cui il giovane era dapprima entrato presentandosi come l’idraulico mandato dall’amministratore e poi, una seconda volta, per rubare, dalla finestra, accuratamente spalancata durante la prima visita dalla quale si era defilato con un “non ci sono perdite, arrivederci!”.

Poi è la volta di una scuola, dove riesce ad entrare negli spogliatoi sottraendo ai ragazzi i telefoni cellulari, spacciandosi per l’imbianchino e passando, così, al controllo delle bidelle. Un po’ come ha fatto in una scuola di danza dove, invece, si è finto il genitore di un allievo che va prendere suo figlio e l’attende nello spogliatoio per fargli una sorpresa.

Un ladro di professione e di professioni, anche, che in questi tempi di crisi si è inventato un “lavoro” davvero bizzarro ed è arrivato a mettere a segno un fortunato colpo, anzi sette e più, anche in un ospedale, da cui ha portato via cellulari, soldi e computer, utilizzando il trucco ben riuscito dell’idraulico.

Non è stato, però, abbastanza scaltro da evitare di essere intercettato. La sua faccia, infatti, è rimasta ben impressa alle sue vittime, e non solo, visto che è stato ripreso da diverse telecamere nascoste nei vari edifici derubati.

Un fenomeno, quello dei furti, in continuo aumento, in un periodo di profonda crisi che ha portato diverse persone a perdere il lavoro e a fare di necessità virtù, portandole magari a compiere gesti che mai avrebbero compiuto prima. Si fa sempre più impellente, perciò, per coloro che possiedono attività commerciali, e non solo, di proteggere i propri beni. Oltre alle solite telecamere di sorveglianza, si potrebbero trovare utili, a tale scopo, microspie video di ultima generazione, come la microspia video 3G, di piccole dimensioni e facilmente occultabile, che permette di vedere ed ascoltare in tempo reale ciò che sta accadendo in un certo luogo con una semplice video chiamata permettendo, nel caso, di cogliere il ladro in flagrante.

Quando un gioco innocente diventa pericoloso, la storia di Francesca.

vittima di pedofilia

13 anni, un telefono di ultima generazione e una connessione wireless. Apparentemente i tre elementi insieme non costituiscono un pericolo. Ma cosa succede se quella che è poco più che una bambina si sveglia in piena notte per chattare con uno sconosciuto che si finge suo coetaneo, quando in realtà è un uomo di quarant’anni con intenzioni non proprio raccomandabili?

Francesca, nome di fantasia attribuito alla minorenne, si svegliava di notte e restava a chattare con l’uomo fino all’alba poiché non le era permesso farlo di giorno, in quanto i genitori le proibivano di frequentare i Social Network.

E mai avrebbero sospettato una cosa del genere se non si fossero accorti di quella continua stanchezza da cui era affetta la loro figlia da diverso tempo, fino a quando la stessa tredicenne non ha ammesso quello che per lei era un gioco innocente ma che avrebbe potuto sfociare in qualcosa di davvero pericoloso per lei.

Per fortuna così non è stato, in quanto la stessa ragazza ha saputo controllarsi e ha saputo rifiutare le richieste dell’uomo di vedersi in luoghi poco frequentati, grazie anche ai consigli delle amichette che avevano capito in tempo cosa stesse succedendo.

Prima fotografie innocenti, poi di parti del corpo e di nudo integrale, fino alla richiesta di sesso virtuale e di un incontro al buio. Questo era ciò che chiedeva il finto tredicenne da mesi a Francesca. Ma questa, per fortuna, si è saputa fermare ed è riuscita a raccontare ai genitori quello che stava succedendo, permettendo loro di avvertire le forze dell’ordine, che hanno provveduto ad individuare l’uomo, già noto per reati di natura sessuale.

Un caso simile era successo nel 2009 tra un’altra tredicenne e l’attore comico Alessio Saro, allora 33enne che, con lo pseudonimo di Billy Ballo o Nick Malanno, era riuscito ad entrare in confidenza con la ragazzina a tal punto da poter sfruttare anche la sua fama per riuscirla ad incontrare ed avere rapporti con lei, cosa che poi è stata scoperta dai genitori, che hanno denunciato per pedofilia l’attore.

Difficile il mestiere di genitore, dunque, soprattutto con il diffondersi tra gli adolescenti delle nuove tecnologie. La voglia di non farli sentire diversi dai loro coetanei, infatti, spinge spesso i genitori ad assecondali nelle loro richieste di possedere questi strumenti super tecnologici. Un modo per controllare i propri figli, senza rinunciare ad accontentarli, oggi viene dalla stessa tecnologia. Si potrebbe infatti regalare alla propria figlia un cellulare spia, per capire con chi e come conversa, sia al telefono che in qualsiasi luogo.

Se i genitori di Francesca, inoltre, non avessero ottenuto la sua confessione avrebbero potuto optare per strumenti come le microspie. Con la microspia video 3G, per esempio, installata nella stanza della ragazza, avrebbero potuto vedere quello che la loro bambina faceva di notte, permettendo di prendere contromisure tempestive.

Tagliare i costi delle intercettazioni, lo dice il Governo tecnico.

ministro Piero Giarda

La questione intercettazioni fa sempre parlare di sé, tra i vertici del potere e tra la gente comune, facendo emergere sempre opinioni controverse. Da tema considerato cavallo di battaglia del centrodestra, da qualche giorno è finito anche sotto la lente dei tecnici del Governo Monti. Il tema era già stato affrontato dal ministro della Giustizia Paola Severino a fine aprile, durante il Festival del Giornalismo di Perugia.

“L’idea è quella di assegnare al magistrato il compito di filtrare le notizie – ha spiegato – anche in quelle fasi nelle quali il provvedimento viene consegnato alle parti in modo da escludere quelle che non sono rilevanti e che attengono esclusivamente alla sfera personale”. E ha aggiunto: “Non è utile al provvedimento del giudice inserire degli elementi che non sono riconducibili alle indagini e che sono di interesse esclusivamente personale”.

Quello che il ministro propone è, dunque, un filtro durante le indagini, per regolare la pubblicazione delle intercettazioni, a tutela della vita privata dell’imputato, e controlli sulla rete, in particolare sui blog, che rischiano di diventare la terra di nessuno, in cui, secondo lei, è facile che la libertà di espressione si trasformi in abuso. “È necessario regolamentare i blog. Il cittadino ha il diritto di interloquire con un altro cittadino, ma lo deve fare anche lui seguendo le regole – ha dichiarato la Severino – credo che questo sia un dovere di tutti, anche di chi scrive su un blog. Il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa, soprattutto se stai trattando di diritti di altri”.

Per tutta risposta, non si è fatta attendere l’opinione di Marco Travaglio a riguardo, che ha considerato quanto affermato dal ministro una follia e una sciocchezza. “Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare. Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male”.

La Severino prima, e il ministro Giarda solo pochi giorni fa, nella sua spending review considera, inoltre, quella della intercettazioni, come una spesa da tagliare, in quanto le spese per le attrezzature, anche a noleggio, costerebbero troppo alle casse dello Stato.

Forse, però, i tecnici non hanno tenuto conto della diffusione sul mercato, di apparecchiature sempre più sofisticate, dai costi relativamente ridotti. Si possono trovare facilmente, infatti, diversi tipi di microspie economiche, come la nuova microspia video 3G, che permette non solo l’ascolto, ma anche la visione, a distanza illimitata, di ciò che sta accadendo nel luogo in cui viene nascosta.

Sarebbe, quindi, più opportuno, che si concentrino i tagli su altri capitoli della Giustizia e, soprattutto, della politica italiana.

L’FBI vuole maggiori poteri per spiare la rete.

Rendere la rete più “wiretap-friendly”, ossia più facile da spiare ed intercettare. È questo ciò che sta facendo l’FBI esercitando pressioni sulle grandi aziende telematiche, come Yahoo e Google, affinché supportino la proposta che imporrebbe loro di fornire backdoors per ragioni di spionaggio di stato.

Il Bureau ha già incontrato esponenti di queste compagnie, come anche della Microsoft, che possiede Hotmail e Skype, di Facebook, e di altri soggetti interessati, per discutere su una proposta di legge, abbozzata dallo stesso FBI, che renderebbe i codici di Social Network, servizi email, VoiP e messaggeria istantanea, più facili da intercettare.

Tutto ciò, secondo il Bureau, per fronteggiare il problema chiamato “Going Dark”, ossia la difficoltà nell’intercettare, da quando le comunicazioni si sono spostate dai servizi telefonici tradizionali alle compagnie di servizi Internet.

Nel 1994 fu emanato il CALEA, un atto che imponeva alle telecomunicazioni di rendere i loro sistemi “wiretap-friendly”, un atto che è stato esteso nel 2004 ma che non è mai arrivato a comprendere le compagnie Web.

Per questo l’FBI nel 2010 ha presentato un altra proposta che mirerebbe a creare delle backdoors nei sistemi di comunicazione criptati, per renderli più aperti alle intercettazioni, nel caso in cui queste fossero necessarie.

Già sotto il potenziale attacco di malintenzionati, che con servizi di monitoraggio pc a distanza e keyhunter possono intrufolarsi nei computer degli utenti, gli utilizzatori della rete, ancor prima delle compagnie Web, iniziano a chiedersi quanto possa rimanere della propria privacy, avendo l’FBI accesso ad una tale mole di informazioni.

Chiesa ed intercettazioni, il dibattito su morale e vita pubblica.

vescovo Mariano Crociata su intercettazioni

In questi giorni si sta assistendo ad un acceso e controverso dibattito all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. Da una parte “L’Osservatore Romano”, dall’altra il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, il vescovo Mariano Crociata, hanno manifestato due punti di vista contrapposti sulla questione intercettazioni.

Le intercettazioni, ambientali o telefoniche, spesso effettuate con microspie, stanno negli ultimi mesi e anni dividendo l’opinione pubblica e facendo parlare diverse personalità di spicco, in ogni ambito, dalla politica, allo spettacolo, alla Chiesa. E ben si comprende come, se applicate anche ai dirigenti ecclesiastici, avrebbero effetti devastanti, come già provano le continue fughe di documenti vaticani, nella cui divulgazione è stata individuata la stessa assenza di rispetto della vita privata. Almeno questo è ciò che afferma chi alle intercettazioni si dichiara in tutto e per tutto contrario.

Certo, a nessuno piacerebbe sapere di essere intercettato o spiato con delle microspie o microregistratori, ma non si può non riconoscere il valore delle intercettazioni nello scoprire atti criminosi che, altrimenti, non sarebbero mai venuti a galla. È questo che ha voluto sottolineare il vescovo Crociata in una conferenza su etica privata ed etica pubblica tenuta il 28 aprile, a Sorrento.

Secondo Crociata, infatti, risulta paradossale, al giorno d’oggi, vedere spezzato il legame coscienza personale-vita sociale. La coscienza e la morale sono uniche ed è assurdo cercare di dividerle tra pubblico e privato. L’individuo non può prescindere dal vivere in armonia con gli altri, in società, e non può prescindere dall’avere nella società comportamenti coerenti con la sua morale, che non può essere diversa a seconda del contesto in cui si trova. Così, il vescovo ha difeso a spada tratta le intercettazioni, che hanno permesso di rilevare in personalità di pubblico rilievo atteggiamenti privati e individuali non consoni alle qualità morali richieste per ricoprire certi ruoli.

Del parere diametralmente opposto, invece, si è mostrato “L’Osservatore Romano”, secondo quanto si ricava dalla lettura di un testo dello storico della Chiesa Paolo Prodi, apparso sul quotidiano della Santa Sede il 4 maggio, che considera sbagliato mettere sulla “piazza mediatica” tutto ciò che è interiore, “senza alcun senso di una scelta interna tra bene e male”. Parole che sicuramente appaiono meno chiare e propositive rispetto a quelle di Crociata e che indubbiamente susciteranno nel lettore critiche contrastanti.

Guida al controspionaggio

Come capire se qualcuno ti spia (Parte 2)

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Come capire se qualcuno ti spia (Parte 1)

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