Mafie: le intercettazioni sono un acerrimo nemico.

Mafie: le intercettazioni sono un acerrimo nemico.

Entra nel tessuto sociale come un cancro penetra in un corpo e così, a poco a poco, cellula dopo cellula, se ne appropria della linfa, in maniera subdola, ricattatrice e violenta. Chi non si adegua, chi non paga “il pizzo” deve comunque pagare, con la vita o nel vedere i propri beni e attrezzature distrutti. Intimidazioni firmate ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra… diversi nomi che riportano al peggiore dei mali dei nostri tempi in Italia: le mafie.

“Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti. Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro: quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”. È questo quanto emerge dalle intercettazioni effettuate con microspie ambientali dall’Arma dei Carabinieri di Reggio Calabria ai danni del clan di Giuseppe Virgilio Nasone, che imponeva un pizzo del 3% alle ditte al lavoro sulla interminabile (in termini temporali) autostrada Salerno-Reggio Calabri.

Chi non pagava subiva intimidazioni di vario genere: mezzi saltati in aria, case distrutte, dipendenti minacciati. Ad ogni cosca il suo pezzo di strada da controllare. Dodici i “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi.

L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via in seguito alla denuncia da parte di un imprenditore che ha voluto assoggettarsi a tali ingiustizie. Nel marzo 2011 è finito, così, in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone, le cui conversazioni sono continuamente state ascoltate dai Carabinieri. È proprio durante i colloqui con la madre e la sorella, infatti, che sono emersi una serie di collegamenti che hanno portato alla ricostruzione della rete di rapporti interni alla cosca. Il clan infatti continuava a dividere con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno permesso di individuare ogni singolo componente del clan, ricostruendo tutte le dinamiche.

Altre intercettazioni, questa volta telefoniche, hanno permesso, invece, in Sicilia, di sgominare un clan che imponeva ai bar di Palermo di rifornirsi solo del suo caffè, tra l’altro di scarsa qualità.

A svelare il retroscena è stata questa volta una indagine condotta dalla guardia di finanza di Palermo che ha stroncato il business dell’imprenditore Francesco Paolo Maniscalco, 48 anni e già condannato per mafia con sentenza definitiva, ritenuto in passato vicino al boss dei boss Totò Riina.

Maniscalco sarebbe a capo di aziende intestate ad un prestanome che imponevano l’acquisto del loro caffè ai bar, un’attività davvero redditizia che gli avrebbe permesso, una volta scontata la condanna già a suo carico, gli avrebbe permesso di vivere agiatamente. Per fortuna, però, così non è stato in quanto le intercettazioni, spesso denigrate e guardate con sospetto da pseudo sostenitori della privacy a tutti i costi, hanno permesso di coglierlo con le mani nel sacco. Un sacco ora vuoto.

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