Quando la spia entra in fabbrica

Quando la spia entra in fabbrica

Sono venuti a prenderlo nel suo ufficio. A metà mattina, all’improvviso. Nel palazzotto futuristico del Technocentre della Renault. «Sappiamo quello che hai fatto. Faresti meglio ad ammettere tutto». In pochi minuti Matthieu Tenenbaum ha dovuto prendere borsa e cappotto e sloggiare. Accusato di spionaggio industriale: così, su due piedi. Lui, vicedirettore del programma della vettura elettrica, la speranza di Renault per gli anni a venire. La speranza di superare definitivamente la crisi ora che gli aiuti per la rottamazione in Francia si sono esauriti, con l’ultimo capodanno. Ora che Parigi, messa a dieta da Bruxelles per una spesa pubblica quasi fuori controllo, non può spendere più un euro per i suoi costruttori automobilistici.

Uno dei massimi dirigenti, presunto spione? E in combutta per giunta con i cinesi? L’avvocato di Tenenbaum respinge ogni accusa. Tenenbaum e gli altri due presunti spioni interni di Renault sarebbero stati messi in contatto con interlocutori di Pechino da parte di un subfornitore francese. In cambio di regolari versamenti su conti stranieri, avrebbero venduto segreti relativi alle future vetture elettriche del tandem Renault-Nisssan, che, con un investimento finora di quattro miliardi di euro, intende diventare numero uno a livello mondiale nel settore. I due gruppi hanno già depositato 56 brevetti per i loro modelli a emissioni zero, ma un centinaio ancora sono in fase di finalizzazione. Le soffiate riguarderebbero le batterie elettriche delle auto. Ieri Renault ha assicurato che non toccherebbero «segreti rilevanti» del programma. I cugini giapponesi di Nissan, però, sono preoccupati. E furiosi, perché la sospensione dei tre sarebbe arrivata dopo un’inchiesta durata troppo a lungo.
Parigi, crocevia di spionaggio industriale. Tutti oggi ripensano ad uno scandalo ormai storico. Si deve tornare agli anni sessanta. Quando i «cattivi» erano i sovietici. I francesi si accorsero che Sergei Pavlov, direttore di Aeroflot a Parigi, era in contatto con uno dei dipendenti di Aérospatiale, che stava progettando il Concorde. Il controspionaggio francese non intervenne subito, ma decise di utilizzare le fonti del russo per fornirgli informazioni sbagliate a sua insaputa. Solo nel 1965 Pavlov venne fermato (con i disegni di un impianto di frenaggio del superjet nella valigia) in un ristorante del centro di Parigi. E subito espulso. Qualche anno più tardi, nel 1973, il Tupolev, la copia sovietica del Concorde, si schiantò a terra al momento della sua presentazione al salone di Bourget. Venne commercializzato poco più di due anni, un flop forse pilotato dai servizi segreti di Parigi.

Continua a leggere su Il Sole 24 Ore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.