Il numero uno del controspionaggio americano

Il numero uno del controspionaggio americano

James Jesus Angleton inizia la carriera nel mondo dello spionaggio in seno all’OSS (Office of Strategic Services), la sezione informazioni militari americana comandata dal generale William Donovan durante la seconda guerra mondiale. Lavora a fianco del padre in Italia fino alla fine del conflitto e, quando il presidente Harry Truman decide di mettere fine all’OSS per trasformarlo nella odierna CIA (il cui primo direttore è il generale Walter Bedell Smith, stretto collaboratore di Eisenhower nel Comando Supremo Alleato in Europa) James Angleton rimane in Italia come agente segreto, per prevenire l’espansione comunista nel nostro paese. Durante gli anni di guerra aveva stretto relazioni con i gruppi politici della sinistra, in particolare con il leader dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti e, nell’immediato dopoguerra, ha anche diversi rapporti con i capi di numerose comunità ebree, molti dei quali sarebbero diventati agenti di prima importanza del Mossad, il servizio segreto israeliano.

Grazie a tali rapporti, Angleton entra nella CIA come responsabile dell’Ufficio Israeliano, e il Mossad trova in lui un valido alleato nelle indagini per la ricerca di criminali di guerra. La sua principale attività, tuttavia, rimane il controspionaggio, anche quando viene richiamato alla centrale di Langley, in Virginia, per dedicarsi alla ricerca degli agenti stranieri infiltrati e dei traditori, con lo studio approfondito di ogni minimo dettaglio relativo a persone o agenti sospetti.

Sul fronte dello spionaggio internazionale, Angleton si assume il compito di contrastare con ogni mezzo possibile l’attività del KGB che, secondo lui, aveva pianificato una serie di operazioni per controllare il mondo. A tale scopo decide di indagare a proposito della spaccatura politica fra Stalin e Tito, credendo che si trattasse di una falsa crisi, così come quella fra Unione Sovietica e Cina. Per Angleton, queste erano null’altro che falsi complotti politici, progetti insidiosi per prendere alla sprovvista l’Occidente e fare in modo che abbassasse la guardia. Quello che convince Angleton sulla falsità di tali prove, e lo porta a pensare all’esistenza di un vero e proprio complotto con una o più talpe del KGB all’interno della CIA, è lo scandalo generato dalla defezione di un agente del servizio segreto sovietico, Anatoli Golytsin, il quale avrebbe confermato i sospetti di Angleton, cioè l’esistenza di un certo numero di infiltrati del KGB nel quartier generale della CIA, a Langley.

Angleton è l’unico a prendere sul serio le rivelazioni di Golytsin, e inizia un’indagine che sarebbe durata circa trent’anni, dal 1961 al 1974, inseguendo ostinatamente queste fantomatiche talpe in un vano e, in certe occasioni, paradossale sforzo. Angleton, infatti, mette sotto indagine chiunque sia anche solo minimamente sospettato, inoltre, ha diversi incontri con l’agente britannico Kim Philby durante le frequenti visite di questi a Washington, specialmente al celebre ristorante “Harvey’s”, dove passano molte ore a discutere. Il colonnello britannico Philby, però, era egli stesso un abilissimo agente sovietico, e ciò poteva essere o un innegabile errore di valutazione di Angleton, oppure una ben calcolata tattica per fare uscire allo scoperto il traditore. Pare comunque, che Angleton avesse avuto fondati sospetti su Kim Philby fin dai primi incontri e inoltra particolareggiati rapporti ai superiori con la descrizione della propria tesi. Come sappiamo, Angleton era considerato uno che vedeva spie sovietiche dietro ogni angolo, e solo quando scoppia lo scandalo della fuga di Philby dal servizio segreto britannico, i responsabili della CIA prendono sul serio tutti i numerosi rapporti inoltrati.

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