Il giornalista sgradito cacciato da Mosca

Il giornalista sgradito cacciato da Mosca

Luke Harding, corrispondente del Guardian, espulso per i suoi pezzi su Putin. E a una settimana dalla visita del ministro degli esteri Lavrinov, Londra chiede spiegazioni

L’ennesima crisi tra Russia e Gran Bretagna è esplosa come in una scena sbagliata di un film di spionaggio di serie B. Un ciack da guerra fredda con trent’anni di ritardo girato a meno di una settimana dalla visita del ministro degli esteri russo a Londra, ipotetico ultimo atto di un minuetto che dovrebbe preparare l’amorevole abbraccio tra David Cameron e Vladimir Putin della prossima primavera. «Dobbiamo fare sapere a Lavrinov che la sua presenza sul nostro territorio non è gradita, dai giorni dell’omicidio Politkovskaya non è cambiato niente», ha urlato ieri in Parlamento il laburista Chris Bryant. Applausi. Una catastrofe diplomatica.

La storia. Aeroporto di Mosca, un’alba gelata, untuosa, piena di amarezze e di rancori. Due uomini in borghese si avvicinano a Luke Harding, giornalista investigativo del Guardian, e lo prendono per un braccio. Lui tenta invano di mettersi a posto gli occhiali con la montatura nera e con lo strano russo imparato a Londra chiede solo: «Che cosa volete da me?». Quelli non rispondono. Lo trascinano in una stanza, gli sequestrano il passaporto e lo chiudono dentro. «Mi hanno tenuto lì per 45 minuti senza spiegazioni». Poi un uomo enorme vestito come i gangster di Chicago gli sbatte in faccia cinque parole in tutto. «For you Russia is closed». Ha un ghigno da iena: per te la Russia è chiusa. Aveva un alito che odorava di polpette e di puré di patate, racconterà Harding. «Mi hanno messo sul primo aereo che ripartiva per l’Inghilterra. Solo quando mi sono seduto un’hostess mi ha riconsegnato i documenti. Mia moglie e mio figlio sono ancora a Mosca». Un giornalista britannico espulso dalla Russia. La sua famiglia bloccata. Non succedeva dal 1989. Perché il corrispondente del Guardian? E soprattutto, da chi è partito l’ordine?

Luke Harding non è un signore qualunque. E’ un uomo coraggioso, che dopo aver passato buona parte della sua vita inseguendo le crisi di mezzo mondo, si è stabilito per un po’in India prima di arrivare a Mosca. Gli piace scavare, andare di persona, capire. Nel marzo scorso è stato fermato dalle forze di sicurezza in Inguscezia, dove era entrato senza permesso in una zona vietata. «Che ci fa qui?». «Il mio lavoro». Un mese più tardi è stato in Daghestan per intervistare il padre di una kamikaze che si era fatta esplodere nella metropolitana di Mosca uccidendo 26 persone e ferendone 130. Medvedev non ha gradito.

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