Caso Ruby e “vite degli altri”, se anche Ostellino evoca la Stasi

Caso Ruby e “vite degli altri”, se anche Ostellino evoca la Stasi

Lo spiegamento di forze disposto dalla Procura di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi e delle persone a lui vicine indagate in relazione al “caso Ruby” ricorda, per imponenza e capillarità, il modo di operare della Stasi, l’organo di sicurezza e spionaggio interno della Germania Est i cui metodi, ben noti ai cittadini dell’ex Repubblica democratica tedesca, sono stati divulgati a una platea internazionale grazie al film “Le vite degli altri”, scritto e diretto nel 2006 da Florian Henckel von Donnersmarck. Un accostamento proposto lunedì dal sottosegretario all’Attuazione del programma Daniela Santanché (“stiamo vivendo le sensazioni del film ‘Le vite degli altri’”, ha detto l’esponente del centrodestra intervenendo alla puntata di “Omnibus”, su “La 7”, e dedicata al caso Ruby) e rilanciato oggi dall’editorialista del “Corriere della Sera” Piero Ostellino. Anche l’ex direttore del “Corsera” cita, in un commento richiamato in prima pagina, l’opera che ha vinto il Premio Oscar per il miglior film straniero. Scrive Ostellino: “Avere trasformato in prostitute – dopo averne intercettato le telefonate e fatto perquisire le abitazioni – le ragazze che frequentavano casa Berlusconi, non è stata (solo) un’operazione giudiziaria, bensì (anche) una violazione della dignità di donne la cui sola colpa era quella di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo. La pubblicazione delle loro fotografie – che corredate di nomi e cognomi sono adesso vere e proprie foto segnaletiche – da parte dei media, non è stata (solo) un fatto di cronaca; è stata (anche) una barbarie. Non di quella di Berlusconi, ma ‘delle vite degli altri’, che rischiano di fare le spese di questa guerra di tutti contro tutti, Berlusconi stesso, il Pdl, le opposizioni e, perché no?, il Consiglio superiore della magistratura, dovrebbero, ora, preoccuparsi. Sarebbe il solo modo di (ri)conferire alla politica e alle istituzioni quella dignità che hanno perduto”.

Secondo l’autorevole firma del “Corriere”, “monitorare chiunque vada a cena ad Arcore, trasformandolo automaticamente in un complice del ‘vecchio porco’, non è cercare, ma ‘fare’ giustizia”. Un nuovo intervento, quello compiuto da Ostellino in difesa del diritto alla privacy, destinato a fare discutere come il precedente. Sul tema Ostellino si era già espresso lunedì scorso con l’editoriale dal titolo “L’attacco alle libertà individuali”, nel quale aveva rilevato una violazione alla privatezza e alla dignità delle persone monitorate dagli inquirenti, finite sui giornali e “segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell’opinione pubblica”, solamente “perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio”. Non si tratta di difendere il premier, aveva precisato Ostellino, poiché davanti a “un’ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne, è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un’aula di tribunale”. Ma non è “consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile” che, per suffragare le accuse nei confronti del Cavaliere, “si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia”. Che “sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico”, aveva evidenziato Ostellino, “dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale”.

Fonte: Il Velino

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