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Tangente in diretta: “Li vuole contare?”

aprile 23, 2011 Microspie No Comments

“…Se non era per te questo lavoro non l’avrebbero mai preso”, diceva l’11 marzo scorso l’ingegnere Piergiorgio Ingrassia sulle scale dell’azienda sanitaria provinciale di Palermo. Lo ripeteva all’imprenditore costretto, secondo l’accusa, a pagare una mazzetta per lavorare nei sub appalti del fotovoltaico. Una mazzetta finita nelle tasche del deputato regionale del Pd, Gaspare Vitrano. E Vitrano rispondeva: “Sì, infatti”. Una frase che per gli inquirenti rappresenta la confessione, in diretta, del reato. Il dialogo a tre è stato registrato dalle microspie dei poliziotti della sezione reati contro il patrimonio della Squadra mobile di Palermo a cui si è rivolto l’imprenditore stanco, ha raccontato, delle vessazioni del politico. “S” e LiveSicilia sono in grado di farvi ascoltare, in esclusiva, le voci di quell’intercettazione
Un’intercettazione che ha rappresentato per i magistrati della procura di Palermo il punto di partenza di un’inchiesta sul lato oscuro degli affari dell’energia alternativa. Un groviglio di società e conti correnti esteri. I soldi delle tangenti sarebbero finiti in Svizzera. Il mensile “S”, in edicola da oggi, ha seguito le tracce del denaro grazie alle ricostruzioni dei protagonisti dell’affaire fotovoltaico. A partire da un elemento che Vitrano ha fornito agli inquirenti: “Io, Ingrassia, Bonomo e Marco Sammatrice siamo andati a Lugano… chiediamo di aprire un conto a nome di Sammatrice e uno a nome mio… torniamo da Lugano, dove abbiamo prelevato 50 mila euro, e ventimila euro li ho presi io, 20 mila Bonomo e 10 mila euro Ingrassia…”.

Fonte: Live Sicilia

L’amarezza della Polverini “Spiata per l’azione sulla sanità”

aprile 13, 2011 Microspie No Comments

Lo sfogo della governatrice dopo il ritrovamento delle cimici nel suo ufficio

“Malavita, servizi segreti deviati, aziende che stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice: davvero non so chi possa avere interesse a spiarmi”. Renata Polverini si rigira tra le mani la microtelecamera trovata durante la bonifica del palazzo della Regione Lazio. La mostra ai fotografi, poi indica il muro davanti a lei, 4 metri dalla sua scrivania. “Lì, dietro la tv, c’è una microspia. È ancora attiva, forse ci stanno ascoltando anche adesso”. Sorride, nella conferenza stampa improvvisata, convocata dopo la notizia del ritrovamento di 3 microspie e una telecamera negli uffici della Regione in via Cristoforo Colombo. Ma quello della governatrice è un sorriso tirato. Perché una cimice è stata ritrovata anche nella sua stanza, una seconda in un altro ufficio della presidenza e una terza, insieme alla telecamera, nella palazzina riservata agli assessori. Tutte (una scatolina nera, una più piccola, quadrata, e una specie di antenna direzionale) sono poggiate sulla scrivania della presidente.

“Tutto questo mi crea amarezza – spiega – perché in questo Paese, chi vuole cambiare le cose viene preso di punta”. Ad ascoltarla, oltre alle decine di fotografi, cameraman e giornalisti, ci sono i suoi assessori: da Stefano Cetica a Mariella Zezza a Teodoro Buontempo. C’è anche il coordinatore regionale del Pdl Vincenzo Piso. La ascoltano quando la presidente racconta i suoi sospetti, “le cose che non quadravano”. “Da quando ci siamo insediati – prosegue – abbiamo avuto da subito l’idea che qualcuno potesse avere la possibilità di informarsi su ciò che stavamo facendo, in particolare sui decreti della sanità”. Perché, per la presidente, il problema è sempre quello: il piano di riordino sanitario che sta attuando con un taglio di ospedali e posti letto criticato e avversato. Lei, da commissario straordinario per la sanità, ha firmato numerosi decreti in questi mesi. “Anche a notte fonda. E la mattina dopo mi rendevo conto che erano già alla conoscenza di altri. Per cui pensavo che ci fosse qualcuno che li passava e non solo ai giornali, visto che qualcuno li conosceva anche quando non venivano pubblicati sui quotidiani”.

Adombra anche qualche sospetto sull’opposizione, quando, un po’ sibillina, dice: “Ricordate alcune conferenze stampa? Come quella sul piano di rientro sanitario, in cui le informazioni venivano date un giorno prima della presentazione ufficiale”. Sospetti, appunto, come quelli sulla “malavita, i servizi deviati o le aziende che direttamente o indirettamente stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice”.
Del ritrovamento ha saputo due sere fa, di ritorno da Verona dove aveva partecipato a Vinitaly. “Abbiamo informato immediatamente prefetto e procura che dalla nostra bonifica erano saltate fuori queste cimici”. Una bonifica iniziata sabato, quando gli uffici erano chiusi, e andata avanti per tutta la giornata di domenica, durante la quale sono state ritrovate microspia e telecamera. Controlli che, finora, dal giorno dell’insediamento alla Regione Lazio, non erano mai stati fatti, nonostante quanto fosse successo al suo predecessore Piero Marrazzo. “Dite che è una prassi? – risponde ai giornalisti che glielo fanno notare – Non credo che lo sia nei Paesi normali”. Ora attende che la procura avvii le sue indagini. “No – sorride – non tempo per la mia persona. Mi auguro di no. Non ho fatto male a nessuno”.

Fonte: Repubblica Roma

Saltano le intercettazioni, rischia processo di mafia

marzo 21, 2011 Intercettazioni No Comments

Errore o distrazione, di certo quelle intercettazioni ambientali ritenute fondamentali per sostenere un’accusa di omicidio sono carta straccia. Il provvedimento con il quale il giudice dell’udienza preliminare, Antonio Lovecchio, ha dichiarato inutilizzabili le conversazioni captate in carcere e in questura rischiano di far franare o indebolire pesantemente le imputazioni nei confronti dei presunti autori del delitto di Giovanni Peschetola, 31 anni, avvenuto a Bari vecchia il 21 luglio del 2008. Il motivo? Tecnicamente si chiama «remotizzazione» delle intercettazioni presso il server della procura.

In che cosa consiste? Il collegamento informatico tra la microspia utilizzata per ascoltare le conversazioni e il «registratore» che deve trasmettere le «informazioni» raccolte, deve passare esclusivamente dalla «centrale» istituita presso la procura. Diversamente, non è corretto. Nel caso di Peschetola, le intercettazioni (eseguite in Questura e in carcere dopo la «confessione» di uno dei presunti assassini) non sono passate dal server della procura. Quindi, non sarebbe stato salvaguardato il diritto di difesa, stabilito da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione nel settembre del 2008, in coincidenza con l’indagine del caso Peschetola. Per gli ermellini, affinché le prove raccolte facciano pieno ingresso nel processo, è necessario che le operazioni di registrazione siano state effettuate negli uffici della Procura presso il cui server rimane comunque impressa la versione originale della conversazione captata.

Cosa accadrà adesso? Il pm Elisabetta Pugliese, che aveva chiesto il rinvio a giudizio di sei persone, accusate a vario titolo di concorso in omicidio e detenzione di armi, ora si ritroverà di fronte a un difficile processo in «abbreviato» al quale i legali della difesa si sono subito appellati dopo aver incassato un (inevitabile) provvedimento di inutilizzabilità di due intercettazioni ambientali. Giovanni Peschetola, legato agli Strisciuglio, fu vittima di un vero proprio agguato maturato nell’ambito di un regolamento di conti.

Nessuna lite, insomma, come qualcuno volle far pensare per depistare le indagini. Due giorni dopo il delitto, si costituì infatti il 69enne Giuseppe Cassano, detto «Severino», ex contrabbandiere, ritenuto vicino ai Capriati: si assunse ogni responsabilità del fatto di sangue, scagionando i propri congiunti e giustificando di aver agito per legittima difesa. Disse, tra l’altro, di aver sparato con tre pistole. Ipotesi ritenuta poco credibile, visto che le perizie accertarono diverse posizioni di fuoco coincidenti con la versione di Cassano solo nel caso avesse disposto di «braccia allungabili».

Le indagini proseguirono fino a quando, nel luglio dello scorso anno, il gip, Giulia Romanzzi, su richiesta del pm antimafia Elisabetta Pugliese, dispose la cattura di Saverio e Onofrio Cassano, di 45 e 39 anni, figli di Giuseppe. Il primo è accusato di omicidio e violazioni della legge sulle armi ed è in cella. Il secondo (ai domiciliari) è indagato solo per quest’ultimo reato. A sparare, in realtà, sarebbero stati almeno in tre. Giuseppe, Saverio e un altro Giuseppe Cassano, nipote del «patriarca» e figlio di Saverio: il 20enne è morto in un incidente stradale il 19 dicembre del 2009, travolto con la moto da un tir davanti al porto di Bari. Nel processo sono imputate anche Porzia Cassano (imputata di detenzione di arma), Lucia Cassano e Donato Querini (ora pentito), accusati di false dichiarazioni per favorire un clan mafioso.
L’omicidio Peschetola maturò a seguito di uno «sgarro» subito da Giuseppe Cassano (padre), picchiato per aver: schiaffeggiato le donne, nel caso di specie mogli di altri appartenenti agli Strisciuglio. Secondo la Squadra mobile, Cassano, preoccupato per nuove e più feroci vendette, avrebbe tentato di riparare chiedendo aiuto a Marino Catacchio (ucciso il 18 settembre 2008) e al vecchio boss del San Paolo, Giuseppe Mercante, detto «Pinucc u’ drogat», affinché mettessero pace. Così si riuscì a organizzare un incontro che, in teoria, avrebbe dovuto risolvere tutte le questioni. Ma i Cassano si sarebbero fatti trovare armati di pistole, pronti a mettere in atto l’omicidio già pianificato.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

FLI: Valditara, cimici in nostra sede è fatto inquietante

marzo 2, 2011 Microspie No Comments

(ASCA) – Roma, 1 mar – ”Inquietante e gravissima la notizia secondo cui avrebbero proposto al premier di piazzare delle microspie nella sede milanese di Fli. Quello che emerge dalle intercettazioni depositate dai pm di Milano mette in evidenza che ci troviamo dinanzi a dei personaggi sconosciuti che frequentano esponenti politici e propongono loro azioni illegali. Basterebbe gia’ questo per chiedere a Berlusconi di dimettersi”. Lo dichiara in una nota il senatore e coordinatore regionale della Lombardia di Futuro e Liberta’ per l’Italia, Giuseppe Valditara.

”C’e’ un clima insostenibile – sottolinea Valditara – fatto di minacce e di spie, pronte a tutto per annientare l’avversario politico”.

”Tempo fa ho denunciato ai vigili urbani di Milano il deturpamento della mia auto. Credevo fosse solo uno scherzo, ma ora invece ritengo che sia un atto voluto e molto grave nei miei confronti”, conclude il senatore di Fli.

Fonte: ASCA

Microspie ambientali e telefoniche

“Chiedi a Berlusconi che se vuole posso mettere le ‘cimici’ nella sede Fli”

marzo 1, 2011 Microspie No Comments

Il padre di Barbara Guerra, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore, propose alla figlia di far sapere al premier che avrebbe potuto nascondere delle microspie nei nuovi uffici di Futuro e Libertà a Milano. “Il presidente ha detto meglio di no”, le rispose la giovane

MILANO – C’è anche la proposta fatta a Silvio Berlusconi di mettere una microspia nelle sede milanese di Futuro e Libertà nelle intercettazioni depositate dai pm di Milano.

E’ l’idea, che non ha avuto seguito in quanto il capo del Governo ha ritenuto “meglio non farlo”, di Innocenzo Guerra, padre della show girl Barbara, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore. L’uomo, impegnato nei lavori di risistemazione dei locali della sede di Fli in via Terraggio (inaugurati ufficialmente lo scorso 24 gennaio), e che definisce “tana dei cospiratori”, l’11 gennaio, parlando all’ora di cena al telefono con la figlia le dice: “Io gli volevo proporre se vuole mettere una microspia (ride)…” . Poco più avanti: “io..c’ho le chiavi io dell’ufficio (…) ieri è venuto anche il senatore Valditara”. La figlia: “e si può fare?”. Il padre le ripete: “io c’ho le chiavi”. La show girl: ‘allora glielo dico sub… cacchiarola. Non e’ qui sennò cazzo andavamo a casa sua subito”. Innocenzo Guerra: “annuisce. Perchè già ieri parlava di La Russa questo qui, io son stato dentro 10 minuti…”. E ancora: “eran dentro in sei che parlavano: ‘allora ti devi occupare dei palazzinari perche’ dobbiamo tirare fuori i 200.000 appartamenti della gente che gli manca la casà (…) Sto senatore parlava così adesso La Russa non ho capito cosa diceva di La Russa”.

Barbara Guerra riferisce, poi, al padre di aver cercato di contattare il premier: “ho detto di chiamarmi subito, m’ha richiamato poi alle quattro, ho chiamato alle due alle quattro m’ha richiamato…”. Il padre: “E tu digli cheee… (…) che mio papà non è abituato a queste cose qui, perchè, ma però, gli devi dire, per l’amore e il rispetto che (…) che ho nei suoi confronti, se gli interessa si può fare”. Barbara: (con tono di voce bassa) “eee glielo dico, adesso appena mi richiama (…) ee sì. Dai, facciamo così, adesso lo presso per un’ora intera gli dico, ma si libera perchè domani c’è una cosa da fare gli dico”. Il padre: “eee, almeno sente le puttanate che dicono e di quello che fanno”.
L’uomo spiega alla figlia che “dopodomani arriva il camion con i mobili” e che il locale “domani è ancora vuoto, se lui ha una persona che può farlo (…) io c’ho le chiavi”. Barbara: “e mo lo chiamo di nuovo, tanto che ore sono finirà sta cazzo di riunione”. Il padre: “eee, digli, è proprio la tana del…”. Barbara: “del lupo”. Padre: “dei cospiratori“.

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Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca

febbraio 27, 2011 Intercettazioni No Comments

“Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”
L’ex boss di San Giuseppe Jato torna a fare rivelazioni ai magistrati di Palermo. E riferisce delle confidenze che gli avrebbe fatto Totò Riina sul braccio destro di Berlusconi e su Vito Ciancimino. Il pentito è stato interrogato nuovamente anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi

Al processo contro Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca era diventato addirittura un cavallo di battaglia della difesa. Aveva detto di non sapere nulla del braccio destro di Silvio Berlusconi e dei suoi rapporti con Cosa nostra. Per questo i giudici l’avevano bollato come «ambiguo» e «reticente». Da qualche settimana, l’ex padrino di Cosa nostra sembra aver cambiato idea. E radicalmente. Ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato ha detto: “Dopo il delitto di Salvo Lima e prima della strage di Capaci, Riina mi confidò: il posto di Salvo Lima l’hanno preso Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino”. Sarebbero stati loro i nuovi referenti di Cosa nostra per la trattativa a suon di bombe che Riina voleva portare avanti.

Brusca l’ha confessato dopo un lungo e drammatico interrogatorio, in cui è scoppiato anche in lacrime. I magistrati di Palermo l’avevano convocato nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, per non avere mai parlato di 188 mila euro in contanti e di alcuni appartamenti intestati a prestanome. Di questi beni i magistrati hanno saputo fra giugno e settembre scorso, grazie ad alcune indagini dei carabinieri di Monreale e alle microspie piazzate nell’abitazione dove ogni tanto il pentito andava in permesso premio. Le microspie avrebbero svelato anche le verità che Brusca non ha mai detto su Marcello Dell’Utri e la trattativa. Il pentito è crollato davanti a quelle intercettazioni che il procuratore aggiunto Ingroia e i sostituti Di Matteo, Guido e Sava gli hanno contestato. E a 15 anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, ha deciso di affrontare il capitolo più delicato, quello dei rapporti fra mafia e Stato

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Spionaggio al comando, vigili a rischio licenziamento

febbraio 24, 2011 Microspie No Comments

VARESE La vicenda dello spionaggio ai danni del comandante dei vigili era esplosa con fragore il 18 marzo del 2008 ed ora, a tre anni di distanza approda in tribunale, dove ieri mattina avrebbero dovuto comparire i due vigili che avevano piazzato una microspia sotto la scrivania di Antonio Lotito, allora appunto a capo della polizia locale. Ma l’udienza contro i sostituti commissari Fabrizio Mondo e Marinella Cassia è stata rinviata al 22 giugno, in attesa che venga definito un risarcimento nei confronti del dirigente che aveva denunciato il complotto. Con loro anche un tecnico comunale che venne incaricato di apprestare l’apparato.
Difesi dagli avvocati Renato Prestinoni e Andrea Prestinoni (mentre il tecnico è assistito dall’avvocato Paolo Bossi), rischiano non tanto sul piano processuale, quanto su quello disciplinare: una sentenza di condanna (che appare scontata, dato che tutti hanno ammesso le proprie responsabilità), aprirebbe le porte a provvedimenti da parte dell’ente datore di lavoro, cioè il Comune, che potrebbero arrivare anche al licenziamento.
La microspia era nascosta dentro ad un armadio, ed era collegata all’impianto elettrico: un apparato in grado di ascoltare e anche registrare le sue conversazioni e le sue telefonate. A tre anni dall’episodio resta da chiarire perché i due abbiano voluto spiare il loro comandante: una verità che potrebbe non venire mai a galla, se decidessero di patteggiare.

Fonte: La Provincia di Varese

L’inchiesta con 83 anni di intercettazioni

febbraio 23, 2011 Intercettazioni No Comments

Ottantatrè anni. Il tempo necessario, mese più mese meno, per trascrivere una sterminata lenzuolata di intercettazioni telefoniche e ambientali. Sembra fiction, è la realtà. Ambientata a Gallarate, un tempo considerata con la vicina Busto Arsizio la Manchester del tessile italiano. Oggi, invece, i paragoni andrebbero fatti con la Chicago di Al Capone perché non si riesce a spiegare in altro modo la sbalorditiva proliferazione di intercettazioni. Quanti sono i criminali in circolazione in una città che tocca a malapena i cinquantamila abitanti? È quel che ci si domanda leggendo la lettera, altrettanto attonita, che due consulenti indirizzano alla procura di Busto Arsizio dopo aver ricevuto un incarico al di là delle loro possibilità: trascrivere trecentomila intercettazioni. Un compito sovrumano, anzi no, a fare i ragionieri dell’aritmetica giudiziaria la coppia stima che occorreranno ottantatrè anni circa per portare a termine l’impresa. Siano nel 2009 e dunque la sbobinatura, poi sfumata, ci avrebbe portato alle soglie del ventiduesimo secolo.
Incredibile. Ancora di più perché l’inchiesta in questione ha un perimetro locale e non sfonderà sulle prima pagine dei giornali nazionali e delle tv. Una storia, con tutto il rispetto, di provincia, per quanto deprecabile, incentrata sui presunti affari sporchi dell’Ufficio tecnico del Comune. Una vicenda che porta a una manciata di arresti e che, come tante altre indagini, si avvale del supporto prezioso delle intercettazioni. Già, ma quante sono le telefonate e le conversazioni captate?
Due tecnici, non due sprovveduti ma due professionisti abituati a gestire delicati e complessi incarichi per conto delle più agguerrite procure d’Italia, ricevono i Cd-rom e i dvd e cominciano a studiare il materiale. Restano di sasso, fanno e rifanno i loro conteggi, poi prendono carta e penna e inviano una lettera surreale, anche se impeccabile nelle forme e nei toni, al pm Toni Novik. «A seguito dell’incarico assunto in data 12 marzo 2009 – è l’incipit – in merito alla ricerca e trascrizione di intercettazioni telefoniche e ambientali, con la presente, come già anticipato verbalmente alla Signoria vostra, siamo a rappresentare quanto segue: abbiamo provveduto a effettuare una stima del lavoro richiestoci con la conta dei supporti magnetici sui quali sono incise le intercettazioni telefoniche e ambientali da trascrivere».

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Ancora talpe in Procura?

febbraio 4, 2011 Telecamere nascoste No Comments

Il quotidiano “Libero” oggi rivela un retroscena raccapricciante a firma di Franco Bechis. Lo “scoop” riguarda uno dei tanti fallimenti nella cattura di Bernardo Provenzano.

Provenzano, che oggi è gravemente malato e si trova al 41-bis, sarebbe stato salvato da una talpa in procura a Palermo – secondo “Libero” – per due volte. La prima nel dicembre del 1998 quando gli uomini del Ros guidati da Mori e De Caprio (il celebre capitano Ultimo) hanno chiesto e ottenuto da Giancarlo Caselli, allora a capo della procura palermitana, di installare un cimice in una 127, auto segnalata da fonti confidenziali. Operazione eseguita che stava portando a risultati quando l’auto viene portata in un’officina per un unico motivo: togliere la microspia. “Ma dov’era la talpa? – scrive ‘Libero’ – poteva nascondersi all’interno della stessa squadra del capitano Ultimo, come negli uffici giudiziari di Palermo da cui partì l’autorizzazione per la microspia”.

La secondo “soffiata” è di dieci anni dopo. “I Ros si fecero autorizzare dalla procura di Palermo e il 4 dicembre 2008 misero una microspia nella presa telefonica dell’autoscuola Primavera. Quel giorno però i Ros – continua – introdussero nei locali di via Daita anche un altro strumento di intercettazione, che non aveva bisogno di essere ulteriormente autorizzato”, una piccola telecamera mobile posta in un televisore nella stessa stanza. Da quella telecamera si è visto arrivare di gran corsa il cognato del titolare dell’autoscuola che ha tolto la spina del telefono e “dissinnescato” la microspia.

La presenza di un informatore è stata confermata dal pentito Nino Giuffrè nel 2004, quando ha raccontato di essere stato chiamato da “Nino Gargano di Bagheria” che gli avrebbe dato comunicazione che “il covo era stato scoperto dalle forze dell’ordine o forse dai Ros”. ”Né Giuffrè né le ricostruzioni fin qui fatte citarono mai quella telecamera nascosta, perché il fatto fu tenuto riservatissimo – conclude “Libero” – Dunque quello era il covo di Provenzano e dei suoi. E per la seconda volta il capitano ultimo fu beffato da una misteriosa talpa. Questa volta però i Ros ebbero la certezza sulla fuga di notizie: poteva essere solo la procura, altrimenti, sarebbe stata levata anche la telecamerina nascosta”.

Un unico appunto ai nostri lettori, ma Provenzano non è stato catturato nel 2006?

Fonte: Live Sicilia

Microspie e cimici spia, un po’ di chiarezza

Microspie ambientali GSM

Ascoltare le conversazioni che si svolgono all’interno di una stanza può essere difficile se non si ha modo di posizionarsi alla giusta  distanza per ricevere le trasmissioni radio inviate da microspie ambientali o microfoni nascosti  all’interno dell’ambiente da sorvegliare.
Questo problema può essere facilmente risolto usando una microspia ambientale GSM, che permette di ascoltare tali conversazioni anche trovandosi, letteralmente, all’altro capo del mondo.

Infatti essa utilizza la rete telefonica cellulare GSM per trasmettere, anche a distanza praticamente illimitata, le proprie intercettazioni ambientali, tramite una semplice telefonata che vi permette perciò di ascoltare in diretta un sospetto criminale o una moglie infedele, senza destare alcun tipo di sospetto, in maniera del tutto invisibile e con assoluta chiarezza grazie alla estrema sensibilità del microfono incorporato.

Per entrare in comunicazione con la persona da controllare, basterà chiamare il numero della scheda SIM inserita all’interno della microspia, da un qualsiasi cellulare di qualsiasi paese, e si potrà iniziare ad ascoltare in diretta senza che gli intercettati se ne rendano conto.

Per una migliore riuscita delle vostre operazioni di sorveglianza, potete usare microspie GSM di diverse dimensioni o forme, occultate all’interno di oggetti di uso comune per non destare sospetti. Infatti, grazie alle sue dimensioni ridottissime, una microspia GSM può essere contenuta all’interno di vari componenti in una casa od ufficio, ad esempio un elettrodomestico, una lampada, una calcolatrice da tavolo o all’interno di una presa multipla di corrente, o più comunemente nascosta in auto.

Il microfono ad alta sensibilità permette di intercettare le conversazioni con chiarezza assoluta, e l’assoluta silenziosità ed assenza di vibrazioni delle microspie GSM garantisce segretezza e riservatezza. La maggior parte dei modelli di microspia GSM possono essere controllate a distanza, modificando a piacimento le impostazioni tramite un semplice SMS.
Basta un messaggio dal proprio cellulare, per aumentare o diminuire la sensibilità del microfono, o per spegnere la microspia rendendola invisibile ad eventuali tentativi di bonifica. La microspia GSM a raggi infrarossi, inoltre, ha un sensore che rileva i movimenti e le vibrazioni all’interno dell’ambiente ove è collocata, e può essere anche collegata direttamente al cavo del telefono di rete fissa.

Ovviamente, le opzioni a vostra disposizione nel campo delle microspie GSM sono svariate, ad esempio la presa multipla GSM, un mouse GSM per computer, o la lampada GSM da tavolo.

Microspie radio analogiche

Nei film di spionaggio, abbiamo visto più volte i protagonisti alle prese con microspie radio analogiche, composte di un piccolissimo microfono in miniatura e di un altrettanto piccolo apparecchio di trasmissione radio. Questo piccolo ma potente sistema viene utilizzato per intercettare le conversazioni ed i suoni nella zona circostante, ad esempio un ufficio, una stanza d’albergo od un appartamento, ed inviare a distanza i risultati di tali intercettazioni.

Tale distanza può variare in relazione alla forza del segnale trasmesso: i trasmettitori più semplici inviano il segnale ad un ricevitore appostato ad alcune decine di metri di distanza, mentre quelli più potenti possono consentire ad un ascoltatore piazzato anche a qualche chilometro di intercettare le conversazioni in tutta calma e sicurezza, semplicemente abbinando la microspia ad un ricevitore, ed usando ovviamente la stessa frequenza sia per la trasmissione che per la ricezione.

Per ottimizzare l’operazione di sorveglianza, è possibile usufruire di microspie analogiche munite di sensore di attivazione vocale, in modo da iniziare la trasmissione soltanto in caso di effettiva necessità, ossia quando il sensore rileva la presenza di voci o di suoni che possano interessare l’ascoltatore a distanza. In questo modo, l’operazione di ascolto viene ottimizzata, evitando di consumare le batterie della microspia per trasmettere inutili rumori di fondo, e riducendo al minimo il rischio che la microspia radio venga scoperta da un apposito rilevatore.

Inoltre, l’attivazione e disattivazione della microspia può anche essere effettuata tramite un controllo a distanza, in modo da spegnere l’apparecchio di trasmissione nel caso in cui le persone intercettate dovessero insospettirsi o se dovessero tentare un’operazione di bonifica ambientale nel luogo sotto sorveglianza; in questo modo la presenza della microspia non verrebbe notata dai rilevatori.

Microspie ambientali digitali

A differenza delle cimici di tipo analogico, che possono essere soggette a disturbi ed interferenze i quali potrebbero creare problemi alla chiarezza del segnale trasmesso, utilizzando una microspia radio digitale il suono viene trasmesso in maniera chiara, in quanto la codifica binaria digitale ha soltanto due modalità: segnale pulito o assenza di segnale.

Oltre a garantire un segnale assolutamente pulito, l’utilizzo di una microspia ambientale digitale permette di garantire anche e soprattutto la sicurezza e riservatezza delle trasmissioni.
Infatti, eventuali ascoltatori esterni che dovessero tentare di intercettare il segnale digitale codificato della microspia, riuscirebbero a captare soltanto un rumore inintelligibile.

Infatti, la trasmissione è codificata secondo una chiave di sicurezza, ed il suo effettivo contenuto può essere ascoltato soltanto da chi possiede un ricevitore dotato della stessa chiave usata per codificare. Il segnale, prima di essere trasmesso, viene “spacchettato” in una serie di impulsi che vengono codificati ed inviati verso il ricevitore; una volta che i dati sono ricevuti a destinazione, il ricevitore rimette insieme questi pacchetti come pezzi di un puzzle, provvedendo a decodificarli con l’apposita chiave, ed a renderli ascoltabili e comprensibili per chi riceve.

Le microspie digitali , le microspie analogiche e microspie gsm, a disposizione sul mercato sono di vario tipo, e presso La Endoacustica Europe srl, potrete trovare quella con le caratteristiche più adatte alle vostre necessità. Per scoprirne le proprietà ed i dettagli, potete visitare www.endoacustica.com.

Belluno: ricatto al prete sul flirt amoroso con la madre, 38enne in manette

febbraio 3, 2011 Microspie No Comments

Baratta il silenzio su alcune lettere scottanti in cambio di 700 euro

BELLUNO. Quel pomeriggio il sacerdote si presentò, come stabilito, ad un tavolino del bar della Stazione ferroviaria di Belluno.

Era imbottito di microspie: quelle che la polizia, poco prima, gli aveva accuratamente nascosto sotto una giacca.

Al passaggio del denaro, circa settecento euro, scattò la trappola ed il 38enne, che poco prima si era seduto davanti a lui, fu preso e portato fuori dagli uomini della Squadra Mobile.

L’uomo fu arrestato per estorsione ai danni del prete. Motivo: aveva barattato il silenzio sul contenuto di alcune lettere, a suo dire, compromettenti in cambio del denaro che gli sarebbe probabilmente servito per andare ad acquistare la droga.

Le lettere, a quanto pare, erano la prova di un flirt tra il sacerdote e la madre dell’uomo.

Il pomeriggio in questione è quello del 25 ottobre 2010, poco più di tre mesi fa. L’episodio, che è avvenuto davanti a qualche avventore del locale, è passato completamente sotto silenzio. Ma l’inchiesta, nelle mani del sostituto procuratore Simone Marcon, sta ora facendo il suo corso.

L’indagato, da quel 25 ottobre scorso, non è più uscito di galera. Pesante l’accusa che pende sulla sua testa: estorsione. Sebbene i soldi siano stati subito restituiti al prete, il reato è stato completamente consumato in quanto i poliziotti sono intervenuti nel momento in cui vi c’è stata la consegna del denaro.

Sullo sfondo della vicenda c’è la dipendenza dalla droga dell’indagato. Il trentottenne, di origini feltrine, ha architettato l’estorsione dopo essere venuto in possesso di alcune lettere compromettenti che riguardavano il sacerdote. I due si conoscevano bene. E così, dopo averlo avvicinato, a metà ottobre scorso, gli ha fatto sapere di avere quella scottante corrispondenza intercorsa tra il sacerdote ed un ‘altra persona. «Se non mi dai 700 euro, le farò vedere in giro», gli ha detto.

Ma il prete non ha voluto sottostare al ricatto. Ed ha deciso di andare dalla polizia per denunciare il suo estorsore. Da qui la decisione degli investigatori di tendere la trappola al 38enne: arrestarlo a passaggio del denaro avvenuto. I numeri di serie delle banconote da settecento euro sono stati tutti accuratamente fotocopiati. Poi l’appuntamento: il pomeriggio del 25 ottobre scorso. Il sacerdote, imbottito di microspie, s’è presentato in stazione, ha atteso il 38enne e, al suo arrivo, gli ha consegnato la busta coi 700 euro. A quel punto è scattata la trappola.

Fonte: Corriere delle Alpi

Microspie ambientali

Intercettazioni a servizio del bunga bunga

febbraio 2, 2011 Intercettazioni No Comments

Il caso Rubi & company rilancia il dibattito sulle intercettazioni. La proposta di legge che ha tanto infervorato i palazzi del potere, la stampa, l’opinione pubblica e soprattutto i giornalisti e i magistrati, ritorna in auge attraverso un gruppetto di trenta deputati del Pdl che ripropongono di incrementare le pene ai pm che applicano tale procedimento in modo errato e soprattutto con le persone sbagliate. Si chiama “ingiusta intercettazione” e prevede risarcimenti fino a 100 mila euro per quelle persone le cui vite sono state invase dal grande orecchio senza che ci sia una reale motivazione. A pagare, secondo la proposta, dovrebbe essere lo Stato, mentre i magistrati verranno colpiti soltanto se autorizzeranno procedimenti per i quali non sono competenti o per funzione o per territorio.
“Una norma di civiltà, non un atto intimidatorio- commenta così Roberto Cassinelli, uno dei firmatari della proposta – che va a tutela di tutti i cittadini. Spero che possa galoppare velocemente,così potrà evitare che i pm versino negli atti quintali di intercettazioni senza neanche leggerle”.
E sì, perché questo strumento di indagine, la cui importanza ha portato cittadini e tutti gli ordini di stampa in piazza per difenderlo insieme al diritto di cronaca, si è ridotto al ruolo di “spione chiacchierone”. Proprio come i portieri di una volta, che sapevano tutto di tutti e non perdevano occasione di divulgare le notizie più piccanti.
I tempi delle grandi inchieste sulla criminalità organizzata, che hanno permesso di sgominare intere bande fino a risalire ai boss dei boss, sembrano ormai lontani rispetto alle stuzzicanti telefonate che mostrano come un Capo di Governo possa rimanere vittima ricattabile dei suoi stessi “vizietti”.
La proposta del gruppetto di deputati che si va ad aggiungere alle centinaia che giacciono alla Commissione Giustizia di Montecitorio, è stata presentata lo scorso 28 ottobre, proprio due giorni dopo dello scoppio dello scandalo Ruby. Allora Nicole Minetti era ancora soltanto una piacente consigliera regionale, e non un’indagata per favoreggiamento della prostituzione minorile.

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Intercettazioni telefoniche

Perché Cuffaro è stato condannato

gennaio 23, 2011 Microspie No Comments

L’ex presidente della Sicilia è stato condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia e violazione del segreto istruttorio. La Cassazione ha chiesto sette anni di reclusione e l’aggravante mafiosa impedisce l’applicazione delle misure alternative alla detenzione: per questo Cuffarò, oltre a decadere dal seggio di senatore, dovrà andare in carcere.

Di cosa parliamo
Salvatore Cuffaro è stato eletto per la prima volta presidente della Sicilia nel 2001. A giugno del 2003 Cuffaro viene indagato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla procura di Palermo nell’ambito di un’indagine sulle continue fughe di notizie dalla Direzione distrettuale antimafia e sui rapporti della mafia con la classe politica locale. L’indagine su Cuffaro scatta quando il boss mafioso Giuseppe Guttadauro trova a colpo sicuro e distrugge le microspie che le forze dell’ordine avevano piazzato nella sua abitazione, mentre gli inquirenti stavano ascoltando. Gli inquirenti ritengono che sia stato lo stesso Cuffaro a far sapere a Guttadauro della presenza delle microspie, tramite la mediazione dell’allora deputato regionale Antonio Borzacchelli e da Domenico Miceli, medico, amico di Cuffaro ed ex assessore a Palermo. Inoltre, Cuffaro è accusato anche di avere dato informazioni riservate legate al suo processo a Michele Aiello, imprenditore nel settore della sanità indagato per associazione mafiosa. Salvatore Cuffaro si dice innocente e rinuncia all’immunità che gli spetterebbe in quanto parlamentare europeo.

Il rinvio a giudizio
A settembre del 2005 Salvatore Cuffaro viene rinviato a giudizio. L’accusa cambia: non più concorso esterno in associazione mafiosa bensì favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio. A Cuffaro vengono contestati i rapporti con quattro persone. Il primo è Giuseppe Guttadauro, il boss mafioso al quale Cuffaro avrebbe fatto giungere la notizia dell’esistenza di microspie nel suo appartamento, un appartamento in cui gli inquirenti avevano registrato molte preziose conversazioni, in alcune delle quali si faceva il nome dello stesso Cuffaro. Il secondo è Michele Aiello, imprenditore nel settore della sanità a cui Cuffaro avrebbe rivelato l’esistenza di un’indagine riservata in corso sul suo conto: i due si sarebbero incontrati in un negozio di abbigliamento a Bagheria, al quale Cuffaro era arrivato senza la scorta. Lo stesso Aiello ha ammesso la circostanza, negata invece da Cuffaro. La terza persona è Giorgio Riolo, il maresciallo che aveva piazzato la microspia a casa di Guttadauro e che ha detto di avere un rapporto di grande confidenza col Cuffaro, al punto da raccontargli delle iniziative dei carabinieri. La quarta persona è Francesco Campanella, amico poi diventato collaboratore di giustizia, informato dell’esistenza di un’indagine sui rapporti di un politico locale e la mafia.

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I Videoregistratori mini sono indicati per chi vorrebbe videoregistrare quello che vede, sia per svago che per i più svariati motivi professionali, ma non è in grado di usare una normale videocamera. Le possibilità di utilizzo di un sistema di registrazione così piccolo sono innumerevoli.
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