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Come proteggersi dal cyberbullismo. L’esempio di Facebook

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Come difendere i nostri figli dai bulli che popolano la rete? La risposta potrebbe arrivare dalle linee guida pubblicate qualche tempo fa da Facebook su una pagina dedicata al bullismo, dal titolo: “Fermiamo il bullismo. Presentazione di strumenti, suggerimenti e programmi per aiutare le persone a difendere se stesse e gli altri“. L’obiettivo principale del noto social network è chiaramente quello di mitigare l’aumento di casi di violenza verbale, ingiurie e vessazioni che tanti ragazzi e adolescenti si trovano a dover fronteggiare ogni giorno sulla nota piattaforma social. In tal senso ci è sembrata oltremodo preziosa la collaborazione avviata con lo Yale Center for Emotional Intelligence, impegnato a fornire servizi formativi e comunicativi di supporto per la gestione del bullismo in rete.

Anche la comunicazione adottata per raggiungere il target di riferimento ci appare oltremodo dettagliata, semplice e mirata a risolvere il problema. Si parte con la spegazione tout-court del fenomeno bullismo, per poi allargare il campo ai diretti interessati, ai genitori e ai loro insegnanti. Ben congegnata, inoltre, è l’area dedicata ai partner dell’iniziativa, arricchita da testimonianze di funzionari, presidenti, consulenti ecc. riuniti sotto il motto “L’unione fa la forza”. Per quanto riguarda il nostro Paese, il progetto è stato perorato anche da Save the Children Italia e Telefono Azzurro, impegnati in vario modo nel campo della sicurezza dei minori.

Tutto bene, anzi benissimo. Finalmente c’è qualcuno che cerca di prendere di petto la questione. Resta soltanto da capire fino a che punto un adolescente sarà propenso a confidarsi con i propri tutori per arrivare ai colpevoli degli atti di bullismo on line. Be’ in questo caso l’utilizzo legale di uno spyphone, che si avvale di supporti capaci di catturare conversazioni, telefonate, messaggistica, foto e tanto altro, potrebbe rivelarsi efficace.

La bambina virtuale adescata da 20mila adulti

Sweetie, una bambina virtuale, messa in rete come esca, per verificare quanto e come gli adulti si avvicinano ai piccoli via web. L’esperimento, condotto dall’associazione per i diritti umani olandese Terre des Hommes, ha purtroppo attirato, in appena due mesi e mezzo, oltre 20mila persone, 1000 delle quali identificate. Erano disposti a pagarla in cambio di atti sessuali davanti alla webcam. Le registrazioni video delle conversazioni sono state consegnate all’Interpol.



E’ stata la dimostrazione di come sia facile per i bambini essere contattati da pedofili e malintenzionati. Iscritta in varie chat pubbliche, in poco tempo la bambina è stata abbordata da migliaia di utenti in tutto il mondo che le chiedevano prestazioni sessuali online. Interagendo con gli adulti, gli esperti hanno scoperto le loro vere identità.



Concluso l’esperimento, l’organizzazione per i diritti dei bambini ha lanciato l’allarme su questa nuova forma di “turismo sessuale” tramite webcam, noto anche come WCST (Webcam Child Sex Tourism). In pratica gli adulti pagano per dirigere e vedere riprese di bambini che compiono atti sessuali davanti a una webcam. Nelle sole Filippine sono infatti già decine di migliaia i bambini vittime di questo fenomeno in crescente aumento e la rete non conosce confini spazio-temporali. Il WCST rappresenta la confluenza fra due forme di sfruttamento sessuale infantile: la pornografia e la prostituzione infantile. Pertanto, anche se la legislazione internazionale e la maggior parte delle legislazioni nazionali vietano il WCST, ad oggi solo 6 pedofili online sono stati messi in prigione per questo crimine. La polizia non intraprende azioni finché le vittime non sporgono denuncia. 



Come ha dimostrato Terre des Hommes, il “turismo sessuale” minorile tramite webcam è in grado di devastare la psiche delle vittime in modo analogo ad un abuso fisico. I bambini coinvolti soffrono di mancanza d’autostima e depressione, mostrano sintomi di stress post-traumatico, spesso sentono vergogna e hanno sensi di colpa per ciò che fanno.


Secondo le Nazioni Unite e l’FBI, ad ogni ora del giorno ci sono almeno 750mila pedofili connessi on line. Per questo è necessario adottare validi strumenti che controllino gli accessi in rete di bambini ed adolescenti. Esistono diversi sistemi in grado di monitorare a distanza ciò che accade sul pc e prevenire in tal modo che ci siano contatti con malintenzionati. Solo con un’adeguata prevenzione è possibile arginare questi fenomeni.

Cosa fa mio figlio sui social network?

È una domanda che attanaglia la maggior parte dei genitori in tutto il mondo. A dare una risposta ci ha provato uno studio del Pew Research Center di Washington. L’indagine riguarda la gestione della privacy e dei profili da parte dei teenager. Il campione di riferimento riguarda oltre 800 ragazzi dai 12 ai 17 anni.

Ne è risultato che su Facebook, solitamente il social più utilizzato, il 60% degli intervistati mantiene il profilo privato; ben il 14%, invece, ha dichiarato di lasciare il profilo completamente pubblico. E’ bene sottolineare che, per quanto riguarda il social network di Zuckerberg, la soglia di privacy in entrambi i casi è veramente molto labile, dato che, anche chi mantiene il profilo privato può essere rintracciato e contattato.

Come se non bastasse, in molti condividono anche il proprio numero di cellulare. Stranamente ne è risultato che più aumentano i contatti, più accrescono le informazioni condivise, di ogni tipo. Infatti chi ha meno di 150 amici lo condivide nell’8% dei casi, chi ne ha oltre 600 lo fa nel 32% dei casi e così via. Intelligente è l’iniziativa di molti genitori di installare software di controllo sui cellulari dei propri figli. Questi non mettono alla prova la fiducia verso essi, anzi la migliorano. Avendo un ampio controllo sullo strumento (chiamate, sms, localizzazione e ascolto ambientale) permettono ai ragazzi maggiore autonomia nella gestione dello stesso e in maniera del tutto sicura.

Per quanto riguarda la condivisione della propria posizione, molti ragazzi utilizzano FourSquare e altre applicazioni simili, per mostrare in tempo reale dove si trovano e cosa fanno. Nella maggior parte dei casi gli “amici” dei teenager sono compagni di scuola, parenti, amici di scuole diverse, celebrità, allenatori e/o insegnanti. Ma allo stesso tempo è venuta fuori anche una certa facilità nell’inserimento nelle proprie cerchie di persone mai viste, non necessariamente coetanei.

Alla fine l’inserimento di età o dettagli personali al momento dell’iscrizione non è un problema, si può sempre mentire.
Ciò che è emerso dallo studio è stata sostanzialmente una eccessiva mania di condivisione sui social, dove si finisce sommersi da informazioni inutili o poco adatte alla propria fascia d’età e ai propri interessi.

Purtroppo a questo non possono rispondere i comuni sistemi di controllo integrati nei software dei pc, facilmente disinstallabili. Validi strumenti potrebbero essere la chiavetta anti-porno o le key hunter : nel primo caso si tratta di una semplice chiavetta usb che non interferisce con le normali attività di un pc, ma è in grado di bloccare e rimuovere tutti i contenuti pornografici o erotici. Per quanto riguarda le key hunter, sono piccolissimi dispositivi che si adattano alle diverse esigenze, registrano tutti i caratteri digitati sulla tastiera, password e chat comprese ovviamente, evitando spiacevoli sorprese. Tutelare i propri figli è un dovere dei genitori.

Facebook ci controlla e ci insegue

La geolocalizzazione di persone, oggetti o animali sta favorendo numerose attività umane. Ne sono esempio i bracciali anti smarrimento e anti annegamento per bambini e animali o i sempre più potenti localizzatori satellitari.

Farà discutere e riaccenderà polemiche sulla privacy mai sopite, una nuova app per smartphone in via si sviluppo in casa Facebook. Si tratta di un’applicazione che seguirà gli utenti in tutti i loro spostamenti e avviserà dell’eventuale presenza di amici nelle vicinanze.

Pare che il tracciamento sia attivo anche quando il programma non è in uso. Insomma, una volta accettati termini e condizioni, il pedinamento sarà continuo e incessante, le informazioni relative alla nostra posizione saranno diffuse in maniera automatica ai nostri amici.

Questa applicazione prende spunto da Glancee, una startup italo-americana acquistata da Facebook lo scorso anno. L’asso nella manica dell’iniziativa risiede proprio nel pedinare 24 ore su 24 l’utente senza che lo stesso lo richieda esplicitamente, quindi in maniera oscura.

Come sempre la preoccupazione ricade nell’ambito della privacy. Nonostante gli ideatori parlino del programmino non come uno strumento per spiare o controllare, ma solamente per sapere se qualche amico è nelle vicinanze. In realtà la differenza appare minima.
Parlando in maniera oggettiva, con questa manovra il social network punta a spingere ancora sull’applicazione per cellulare e vuole avvicinare le aziende, interessate a dialogare con chi si trova in prossimità di un punto vendita e magari creare dei bisogni.

L’attenzione alla geolocalizzazione e all’inseguimento resta alta anche se l’impiego professionale di sistemi di tracking (ad esempio per il monitoraggio di flotte aziendali, controllo criminali, investigazioni..) richiede l’uso di strumenti affidabili che permettano di intervenire in sicurezza e che siano garantiti da esperti nel settore della sicurezza e della sorveglianza. Endoacustica.

Elezioni ai tempi di smartphone e social network

E’ tempo di elezioni e numerosissimi sono i votanti che esprimono il proprio parere e contribuiscono alle campagne elettorali tramite social network e siti di condivisione. Accesi dibattiti e consigli sottobanco sono veicolati a tutte le ore del giorno e della notte. C’è addirittura chi, non soddisfatto del proprio apporto politico, decide di testimoniare il proprio voto con foto scattate da cellulari o con micro sistemi video.

Secondo il decreto legge del 1° aprile 2008 n.48 è severamente vietato fotografare o riprendere la scheda, pena l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 300 a 1000 euro. Il personale preposto all’interno dei seggi è tenuto a vigilare il corretto svolgimento della votazione invitando i votanti a lasciare in custodia il proprio cellulare e affiggendo molti cartelli all’interno dei seggi. I presidenti non sono altresì autorizzati a perquisire i votanti o ad entrare nella cabina di voto.

Lo scopo del divieto è chiaramente quello di evitare il voto di scambio. Non sono inusuali infatti gli scambi di denaro in cambio di foto nelle cabine elettorali. In queste ore sono davvero numerose questo tipo di immagini che circolano su Facebook e su Twitter che ritraggono elettori mentre barrano il simbolo del partito scelto.
Eclatante è stato il caso di un imprenditore della provincia di Genova, il quale, sorpreso a riprendere con il telefono cellulare le operazioni di voto, ha dato in escandescenze minacciando di portarsi via scheda elettorale e matita. Per questo l’uomo di 44 anni è stato denunciato per turbativa delle operazioni di voto. I carabinieri sono intervenuti in seguito alla segnalazione dello stesso presidente di seggio allarmato per quanto stava accadendo.

Appare inarrestabile questo fenomeno e desta molta preoccupazione l’aspetto strettamente legale. Spesso sono gli stessi politici in candidatura a sovvenzionare questo tipo di atti illegali e quindi sarebbe valido un intervento mirato ad eliminare il problema alla base. Non mancano le intercettazioni telefoniche, condotte con validi strumenti, che attestano compromessi e baratti di ogni genere.

Governi e social network: continue richieste di dati personali

I nostri profili online dicono molto di noi: chi siamo, dove abitiamo, cosa facciamo, chi sono i nostri amici, quali sono i nostri gusti e le nostre preferenze. Social network, chat, indirizzi mail, blog e siti internet sono ogni giorno destinatari di un’immensa quantità di informazioni personali che messe insieme forniscono spesso un quadro completo di un individuo. Su questo tipo di dati sensibili è spesso puntata l’attenzione delle forze dell’ordine e dei governi che, sempre più spesso, chiedono di poter usufruire di queste informazioni in cerca di soggetti pericolosi e attività nascoste.

Dall’altra parte non ci sono sempre risposte positive. Mentre Google e Twitter hanno deciso di pubblicare report periodici sulla trasparenza, Skype e Facebook sembrano non voler ascoltare al momento questo tipo di richieste.
Nel dettaglio Google pubblica dal 2010 il “Trasparency Report” distinguendosi da sempre sul fronte della sicurezza. Secondo i suoi dati aggiornati, le richieste di utilizzo dei dati da parte di forze pubbliche sono aumentate in maniera esponenziale (in Italia sono passate da 550 nel 2009 a 850 nel 2012). Di queste richieste però Google ne ha approvato solo 1/3 richiedendo maggiore privacy.

Dati sicuramente più esigui, ma allo stesso modo significativi per quanto concerne Twitter. Il blog invia costantemente i suoi report sulla sicurezza e ha dato seguito a oltre la metà dei casi nonostante nel 2012 nessuna autorità italiana abbia mai ottenuto i dati richiesti.

Come già accennato, mancano all’appello due big: Facebook e Skype che contano circa 2 miliardi di utenti totali. Nessun report emesso dalle due aziende, Zuckerberg si è limitato ad informare la presenza di un form attraverso il quale gli utenti possono chiedere informazioni. Nessuna risposta da Skype, strumento di chiamate voip e chat utilizzato in tutto il mondo e, a quanto pare, anche da numerosi attivisti che evitano così di essere intercettati dalle autorità.

La crescente preoccupazione per la privacy e la continua fuga di dati ha messo in allarme anche numerose aziende private. L’utilizzo di chiavette per carpire dati dai pc o per registrare i caratteri che vengono digitati sulla tastiera (password comprese) è ormai molto diffuso. Dipendenti, persone di passaggio o rivali possono accedere ai pc e inserire strumenti di controllo che possono portare l’azienda sull’orlo del fallimento, apportando vantaggi ai concorrenti o facendo fuoriuscire notizie riservate. È consigliabile oggigiorno l’utilizzo di prodotti per la bonifica ambientale almeno ogni quindici giorni, in modo da verificare velocemente e in maniera sicura l’assenza di strumenti per lo spionaggio.

Facebook spia la rete… contro la pedofilia.

luglio 16, 2012 Intercettazioni No Comments
facebook spia gli utenti contro la pedofilia

Joe Sullivan, chief security officer di Facebook, ha annunciato, qualche giorno fa, che il Social Network più utilizzato al mondo ha introdotto un nuovo filtro che rileva le parole scambiate dagli utenti per scovare probabili pedofili. Il sistema, infatti, non appena rileva parole sospette e compara le età degli utenti coinvolti nella conversazione, segnala il contenuto agli amministratori, i quali decideranno, poi, se è il caso o meno di avvisare le forze dell’ordine.

In questo modo è già stato possibile, afferma la Reuters, intercettare un pedofilo, un uomo di 30 anni che stava intrattenendo conversazioni piccanti con una tredicenne, con la quale si era dato appuntamento per il giorno dopo. I “supercontrollori”, verificando la grande differenza d’età, hanno inviato la segnalazione alle forze dell’ordine, intervenute prontamente per fermare l’uomo che, tuttavia, durante il processo è risultato innocente.

Questo strumento si va ad aggiungere a quelli tradizionali già in uso dalle forze dell’ordine, come le microtelecamere wireless, che proprio due giorni fa hanno permesso di inchiodare Don Ruggeri, un prete di Fano, mentre si scambiava effusioni (e forse qualcosa di più) con una 13enne in spiaggia, dove la polizia aveva disseminato microcamere spia, dopo che aveva ricevuto diverse segnalazioni sia dal bagnino che dagli stessi bagnanti.

Ritornando a Facebook, nessun avviso è stato inviato agli utenti su questa nuova funzione, che permette di intercettare le conversazioni senza nessun mandato e che sta già dividendo l’opinione degli internauti. Ci si chiede quanto la privacy degli utenti possa essere invasa da questo filtro che va a caccia di pedofili presunti. Presunti, proprio perché le conversazioni, magari estrapolate al di fuori del contesto, potrebbero essere fraintese. Quando e chi decide di segnalare le conversazioni alle forze dell’ordine? E, soprattutto, nel momento in cui le conversazioni vengono verificate e considerate prive di fondamento da parte degli organi di controllo, vengono poi eliminate o rimangono salvate in archivi?

Tutti interrogativi più che legittimi in quanto, in tal caso, ci sarebbe una massiccia violazione della privacy, nonostante il Social Network si sia già tutelato, inserendo nell’informativa la frase “può essere richiesto a Facebook di presentare le informazioni degli utenti alla polizia”. Il dibattito resta aperto e, mentre il popolo della rete discute, il colosso di Zucckerberg continua a spiare conversazioni senza che la maggior parte degli utenti ne siano a conoscenza.

Chris Putnam, l’hacker assunto da Facebook

Grazie al film “Social Network“, tutto il mondo ha potuto conoscere nei dettagli la vera storia di Mark Zuckerberg e la nascita del social network più popolare e diffuso al mondo: Facebook.

La storia di Zuckerberg, il giovane che grazie ad un’idea e soprattutto grazie alla violazione del database delle studentesse di un college ha concepito la versione primitiva del noto social network, è un brillante esempio di come, ancora oggi, le idee vincenti possano cambiare la vita di chiunque.

Ma nell’universo Facebook c’è anche un’altra storia, molto simile a quella di Zuckerberg, che vede come protagonista un giovane hacker, Chris Putnam, che lanciò una sfida a Facebook nel 2005 grazie ad un worm (un programma simile ad un virus capace di compiere operazioni senza autorizzazione), e che proprio grazie a quella “bravata” si è conquistato un posto di lavoro proprio nell’azienda di Zuckerberg.

Putnam, assieme a due amici, dopo aver creato il worm, è riuscito a diffonderlo in modo virale e silenzioso nel social network, riusciendo modificare foto ed impostazioni di ogni profilo “infetto”, arrivando addirittura a renderlo simile nell’aspetto ad un profilo MySpace, lo storico rivale, a quei tempi, di Facebook.

A quel punto la dirigenza di Facebook, dopo numerose lamentele e problemi che hanno interessato anche direttamente alcuni dipendenti, si mette in moto e riesce a contattare Putnam, convocandolo direttamente nella sede di Palo Alto della società.

Il giovane 19enne, intimorito e spaventato delle possibili consequenze che lo aspettavano, si è presentato all’appuntamento, ma per lui non arrivarono guai con la legge o richieste di risarcimento milionarie. Putnam rivelò invece tutti i dettagli e i segreti del worm.

Dopo circa un mese, infatti, fu ricontattato da Facebook che gli offriva un posto di lavoro.

Ancora oggi, Putnam lavora per Zuckerberg, ed ha lasciato già una traccia indelebile di sè nel social network: un’emoticon a lui dedicata nella chat di Facebook. Basta digitare “:putnam” ed il gioco è fatto.

Fonte: Pianeta Tech

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