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Dipendente in azienda fuori dall’orario di lavoro: illegittimo il licenziamento

L’ingresso del dipendente in azienda in giorno non lavorativo in assenza di apposita autorizzazione da parte dei vertici aziendali non integra una condotta tale da legittimarne il licenziamento. E’ quanto affermato dalla sezione Lavoro della Corte di Cassazione, che – con la sentenza n. 35 depositata il 3 gennaio 2011 – ha rigettato il ricorso proposto da una s.r.l. contro la pronuncia d’appello.

Il Giudice del lavoro di Milano ha accolto il ricorso proposto da un lavoratore contro il licenziamento disciplinare intimatogli dalla società datoriale per essere entrato in azienda in un giorno non lavorativo in assenza di apposita autorizzazione.
Sull’ingresso in azienda fuori dell’orario di lavoro. Al riguardo, il Tribunale ha ritenuto non sussistere alcun comportamento contrario ai doveri di fedeltà da parte del lavoratore, che si era rifiutato di informare i vertici aziendali in ordine a fatti gravi e pregiudizievoli per l’azienda di cui era venuto a conoscenza.
Ricorreva per cassazione il datore di lavoro, rilevando come la motivazione adottata dalla sentenza impugnata fosse errata dal momento che gli addebiti contestati, davano luogo ad una grave violazione dei doveri di fedeltà, lealtà, correttezza e buona fede insiti nel rapporto di lavoro subordinato.
Per quel che riguarda la presunta violazione dei doveri di fedeltà, lealtà, correttezza e buona fede insiti nel rapporto di lavoro subordinato, per essersi il dipendente rifiutato di comunicare ai vertici aziendali i fatti pregiudizievoli per l’azienda e di cui era venuto a conoscenza, i giudici di legittimità osservano come la società datoriale fosse già a conoscenza di tali fatti, sulla base delle prove testimoniali dedotte in giudizio dalla società stessa (nel corso di una telefonata effettuata il 18.5.2002 dal lavoratore ad un suo collega il primo aveva riferito “di avere buone ragioni per ritenere che, la mattina dello stesso giorno, fossero entrate in azienda persone che stavano istallando o rimuovendo microspie”). Da tale circostanza la Corte di merito ha correttamente rilevato che, essendo i fatti in realtà a conoscenza della società, doveva escludersi la possibilità di ravvisare nella condotta del dipendente un comportamento contrario ai doveri di fedeltà e lealtà.
Pertanto, sulla base di tali considerazioni, la Suprema Corte ha confermato l’illegittimità del provvedimento disciplinare adottato dalla società, in quanto tale provvedimento si appalesava comunque sproporzionato rispetto alla entità ed alla portata dei comportamenti contestati.

Fonte: La Stampa

EFF: così vi spia l’FBI

Pubblicato un report che ha analizzato le varie operazioni d’intelligence tra il 2001 e il 2008. Osservate circa 40mila violazioni, in particolare in materia di sorveglianza ed intercettazioni. E il Patriot Act potrebbe essere prolungato

Roma – Avrebbero compromesso i principi più basilari a tutela della libertà di milioni di cittadini statunitensi, in un raggio d’azione esteso al di là delle supposizioni più allarmate. Le pratiche investigative del Federal Bureau of Investigation (FBI) sono così finite nel mirino degli attivisti di Electronic Frontier Foundation (EFF), accusate di aver violato in maniera massiva le principali leggi a stelle e strisce.

Stilato grazie alle possibilità garantite dal Freedom Of Information Act (FOIA), il report di EFF ha analizzato circa 2500 pagine di documenti relativi alle varie attività condotte dai federali, in un arco temporale che va dal 2001 al 2008. L’agenzia statunitense avrebbe commesso più di 40mila violazioni legate alle attività di intelligence, ignorando in particolare le predisposizioni di legge in materia di intercettazioni e sorveglianza.

La stessa Intelligence Oversight Board – gruppo a tutela dei cittadini che riferisce direttamente alla Casa Bianca – avrebbe ricevuto una (eventuale) segnalazione d’infrazione con un ritardo medio di due anni e mezzo. In sostanza, l’FBI non avrebbe alcuna fretta di fare rapporto circa le sue possibili violazioni delle leggi statunitensi. Sempre secondo il report di EFF, centinaia di casi avrebbero riguardato i meccanismi di segnalazione normalmente imposti con le National Security Letter.

Fonte: Punto Informatico

Follia nucleare: le intercettazioni svelano i siti che ospiteranno le scorie radioattive

Basilicata, Campania, Emilia, Lazio, Puglia, Sardegna e Toscana: sono queste le regioni candidate ad ospitare le scorie radioattive di seconda categoria, cioè quelle meno pericolose ma non per quest o considerate sicure ed eliminabili nel giro di pochi anni. Emilia Romagna e Basilicata, in particolare, sono in cima alla lista preparata dalla Sogin la società statale che gestisce lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. Dopo la pubblicazione da parte della società nel settembre scorso di 52 possibili siti per il deposito delle scorie, arriva la smentita, e a smentirsi è la Sogin stessa in alcune intercettazioni registrate dalla procura di Potenza e pubblicate oggi su l’Unità.
I magistrati che stavano indagando su un traffico di rifiuti nucleari in Basilicata, poi archiviato, intercettano la telefonata tra Silvio Cao, ai tempi in Consiglio di amministrazione della Sogin, e una persona il cui nome non risulta chiaramente ma è ricollegabile senza troppi sforzi a Giancarlo Ventura, uno che se ne intende abbastanza di rifiuti e che faceva parte nel 2003 della prima task force Enea incaricata di individuare il sito nazionale di deposito dei materiali radioattivi. I due parlano dei siti individuati da Sogin per lo stoccaggio delle scorie: due in Basilicata, uno nel Lazio e tre in Puglia, per quelli di tipo superficiale. Cao poi, rivela anche la località lucana che ospiterà per centinaia di anni le scorie, si tratta di Craco, un centro fantasma in provincia di Matera, già indicato nel 67 come secondo sito della Basilicata in un’indagine del servizio geologico nazionale. L’altro sito, invece, non è difficile individuarlo: potrebbe essere, e ci risiamo, Scanzano Jonico che nel 2003 si ribellò al deposito nazionale oppure Rotondella, già al centro delle inchieste della magistratura quando nel 99 furono ritrovate tracce di plutonio nel centro Itrec, gestito dall’Enea, che invece era adatto ad ospitare solo uranio e torio.
Ma non sarà solo la Basilicata a diventare discarica radioattiva della follia nucleare italiana, anche nel Lazio, stando alle intercettazioni, è previsto un sito e tutto fa pensare a Montalto di Castro, già sede di stoccaggio e dove tra l’altro si prevede la costruzione di due centrali nucleari. Poi, c’è la questione dei rifiuti radioattivi ad alta intensità, che devono essere depositati in profondità perchè con un grado di pericolosità molto più alto. Su questo, scrivono i carabinieri, “il Giancarlo dice che i subsuperficiali sono nove e cioè: tre in Basilicata e uno, rispettivamente, in Campania, Emilia Romagna, Puglia, Sardegna e Toscana. Tutti nel centro- sud e tutti costituenti un costante pericolo perchè, si sa, non c’è ancora una
soluzione al problema delle scorie e non esiste al mondo un luogo dove queste siano stoccate in sicurezza e in maniera definitiva. Eppure, uno spot di Forum nucleare italiano continua a martellare gli italiani per convincerli che il nucleare è sicuro ed economico, nessuno però sottolinea come la costruzione di centrali nucleari è cosa molto onerosa, e che non farà altro che creare dipendenza dall’uranio di cui l’italia è pressocchè priva. Per non parlare dei rischi legati all’impossibilità di smaltimento delle scorie: queste hanno tempi di decadimento radioattivo che vanno da 10 mila a 100 mila anni e nessuno, adesso, è in grado di garantire la sicurezza di un deposito permanente per tutti questi anni.

Fonte: Il pane e le rose

In casa mia faccio quello che mi pare

«Sono affari privati». «Sono cose che riguardano solo la vita privata di un cittadino». «Si spia in camera da letto».

È un argomento molto utilizzato dallo stesso Berlusconi a sua difesa in questi giorni e dai suoi sostenitori. Fa presa tra la gente, sui media come sugli autobus.

Vorrei solo ricordare, da avvocato garantista ma onesta, che fu una grande conquista sociale quando lo Stato e i suoi poteri di controllo e prevenzione non si dovettero più fermare sull’uscio delle case.

Fino agli anni ’70, fino alla legge sul divorzio, al nuovo diritto di famiglia, fino alla nuova sensibilità dei magistrati di ogni grado, dal pretore fino alla Cassazione, se un marito spaccava il viso alla moglie in fondo erano affari di famiglia. I carabinieri ti dicevano: «Ma su signora, vada a casa; ne parlate un po’ in famiglia e, vedrà, si risolverà tutto».

Se un padre lasciava il ragazzino malmenato nello sgabuzzino al buio per sei ore, certo, il ragazzino era sfortunato però era un diritto educativo del padre; un diritto “di correzione” per usare un termine tecnico, diritto che il marito aveva anche sulla moglie fino al 1975 (leggi: il marito può alzare le mani impunemente).

Poi, a tutela dei diritti inviolabili della persona, lo Stato – nell’articolazione dei suoi poteri, giudiziario e legislativo – si occupò delle relazioni tra uomo e donna, tra minori e adulti, nelle quattro mura domestiche.

E allora iniziarono le condanne per stupro anche tra coniugi; arrivò l’interpretazione più ampia del reato di maltrattamenti in famiglia e conseguenti condanne; si apprestarono tutele economiche e morali alle donne che, costrette in situazioni di violenza domestica, volevano fuggire da quella condizione.

Nel caso di specie, Ruby-Berlusconi, c’è un’ipotesi di reato di prostituzione minorile. Sussiste quindi l’interesse primario sia della persona sia dello Stato tutto, del consesso dei cittadini, intendo, che un minorenne sempre, ovunque e comunque possa godere di un sereno sviluppo picofisico e non sia strumentalizzato e sfruttato da un adulto per la soddisfazione dei bisogni dell’adulto. Ciò vale per il sesso, ma anche, ad esempio, per il lavoro minorile.

Il diritto alla riservatezza, invocato dal Presidente del Consiglio, nel bilanciamento degli interessi, palesemente passa in secondo piano davanti ai diritti inviolabili del minore, ancora immaturo fino ai 18 anni e per questo manipolabile a piacimento. E lo Stato deve agire a tutela della giovane prostituta.

E’ molto grave se si impone nuovamente, come in un tempo che sembrava lontano, il modello per cui “in casa mia faccio quello che mi pare”. Il messaggio lanciato dal Premier e da chi lo spalleggia è quello di poter abusare, in ogni forma, sui deboli, donne e figli, nel proprio ambito privato e familiare. Come negli anni ’50 e ‘60, periodo che Berlusconi evoca nei suoi sproloqui con aria trasognata, come un’epoca d’oro, in realtà un epoca pre-modernizzazione di questo nostro Paese.

Fonte: Espresso Blog

“Autopalio, privacy violata”, automobilisti in rivolta

Proteste per il sistema di rilevamento dei passaggi che scatterà dal 1° maggio

Siena, 15 gennaio 2011 – “GIÙ LE MANI dalla privacy“. E poi ancora: “ma come si permettono? Questo significa spiare le persone”. Gli automobilisti sono infuriati. Quelle telecamere che immortaleranno la targa di tutte le auto in transito sulla Palio, proprio non le digeriscono. Le considerano, a tutti gli effetti, una intrusione nella loro vita.

La notizia che dal primo maggio si pagherà un pedaggio anche sulla Siena-Firenze e per riscuoterlo saranno fotografate tutte le auto in transito, i cui proprietari riceveranno poi il «conto» a casa, fa discutere.

ANZI NO: fa arrabbiare. Sentite cosa dicono gli automobilisti colligiani e poggibonsesi. “Siamo di fronte a un provvedimento assurdo, antidemocratico e anticostituzionale. Ma come si permettono? E se io sono per fatti miei e non voglio far sapere con chi sono e dove sono?” Le parole di Gianni Vannini, rappresentante sempre su e giù per la Palio, riassumono il pensiero dell’esercito, piuttosto numeroso, degli arrabbiati. Sulla stessa lunghezza d’onda Salvatore Greco. “Sono contrario – lamenta – sia al pedaggio che alle telecamere, misure sbagliate sotto ogni punto di vista”. Insomma: agli automobilisti dà più noia l’occhio della telecamera che la gabella da pagare per circolare sulla Palio. “Sono due cose inaccettabili – spiega Daniele Davino – La Siena-Firenze strada la faccio spesso per motivi di lavoro e mi domando con che coraggio si introduce un pedaggio su una strada in condizioni pietose come questa. E’ piena di buche, avvallamenti, mancano le aree di sosta. Invece di metterla in sicurezza, la mettono a pagamento. Inaccettabile”.

Anche Filippo Cortonesi la Palio la conosce bene. “E’ pericolosa – afferma – e urge una manutenzione, altro che pedaggio. Quanto alle telecamere, le ritengo una indegna violazione della privacy”. Mentre Aldo Migliorini, commercialista che la Palio la fa tutti giorni per motivi di lavoro, impreca soprattutto contro “il pedaggio, un’autentica sciocchezza,intollerabile quasi più delle telecamere”, Andrea Gianneschi non ha dubbi: “Mi sento spiato – borbotta – , derubato della mia intimità”.

COME DIRE, dunque, che alla gente dà quasi più fastidio la violazione della privacy che quella del portafoglio.

Fonte: La Nazione

Tunisia: Ben Ali scioglie governo. Gli hacker contro l’oppressione

In Tunisia Ben Ali destituisce il governo e convoca le elezioni anticipate ma il popolo continua a lottare, stanco e stremato di uno Stato corrotto che ha portato il Paese alla depressione. Anche gli hacker aiutano “il popolo tunisino nella sua lotta contro l’oppressione”.

In Tunisia le proteste non cessano neanche dopo l’inaspettato annuncio del presidente Ben Ali, che ha destituito tutto il governo e indetto le elezioni anticipate. La speranza del presidente Ben Ali è quella di ristabilire l’ordine, ma il popolo tunisino sembra essere troppo arrabbiato, tanto che anche oggi ci sono stati nuovi scontri e una parte dei manifestanti ha cercati di assalire il Ministero dell’Interno. Ormai i morti non si contano più, anche perché non vi sono cifre ufficiali. Secondo alcune fonti ospedaliere solo ieri si sono registrate 13 vittime, a cui devono aggiungersi quelle dei giorni scorsi. L’Intifada del pane, infatti, è iniziata ormai da quasi un mese, da quando cioè un giovane di 26 anni, Mohamed Bouaziz, si è dato fuoco dopo che la polizia gli ha sequestrato il chiosco di frutta e verdura con cui sosteneva l’intera famiglia. Il ragazzo è poi deceduto in ospedale lo scorso 4 gennaio. Quel fuoco ha acceso la miccia della rivolta, di un popolo da anni succube di un governo corrotto che ha portato il Paese alla depressione. E’ stato l’ennesimo aumento del pane a generare le proteste, che il governo cerca di sedare spesso con la violenza. Le manifestazioni sul territorio della Tunisia sono state spesso coordinate attraverso la rete, via blog, Facebook e Twitter. Anche gli hacker occidentali sono venuti in aiuto del popolo tunisino, che lotta per una vita migliore e per uno Stato che tuteli i diritti, come gli hacker di Anonymous che pare siano riusciti per un certo periodo di tempo a “mettere fuori servizio il sito del governo, i siti dei ministeri, il sito della Banca Zotouna di proprietà del genero di Ben Ali, Sakhr Materi”, come riporta anche il Sole 24 ore. Sui siti governativi hackerati questo eloquente messaggio “Voi avete unilateralmente dichiarato la guerra alla libertà di espressione, alla democrazia e al vostro popolo. Anonymous aiuta il popolo tunisino nella sua lotta contro l’oppressione”.

Fonte: Mainfatti

Camorra, giornalista scopre che la vittima è il padre

Duplice omicidio a San Giorgio a Cremano: nell´agguato cade anche un innocente. Era il titolare di una officina e il padre di una cronista del “Mattino”. Secondo una ricostruzione investigativa i sicari, dopo aver colpito il loro bersaglio, un pregiudicato per racket, sono tornati indietro per assassinare il titolare dell’officina

Una doppia fatalità. Un caso in cui il destino ha giocato due volte, tragicamente, colpendo a morte un innocente e causando un tremendo lutto a una giovane giornalista, sua figlia, che stava facendo il suo lavoro, quello di informare i lettori su quanto rischiosa e drammatica possa essere la vita nelle nostre città.
Vincenzo Liguori, 57 anni, titolare di un’officina a San Giorgio a Cremano, è stato ucciso senza colpa in una sparatoria contro un pregiudicato, Luigi Formicola, cinquantaseienne titolare di un circolo ricreativo nella stessa strada in cui l’hanno eliminato con ferocia, a pochi metri dall’officina.

Non facilmente ricollegabile a un clan di camorra della zona, Formicola era noto alla giustizia solo per una condanna per estorsione del 2000.

Semplice la dinamica, fatale per l’innocente e per il vero bersaglio dei sicari, in due in sella a una moto con caschi e pistole: Formicola, nel tentativo di sfuggire ai killer che lo inseguivano, ha percorso pochi metri, fino all’officina di via Vecchia San Giorgio, una strada non lontana dal centro della cittadina vesuviana. I due hanno fatto fuoco, sparando all’impazzata. Quindici colpi, uno dei quali ha raggiunto al cuore il meccanico, Liguori, che svolgeva il suo lavoro all’interno, cinque o sei metri dietro il bersaglio. Morte immediata anche per Formicola, a tre metri dall’ingresso dell’officina.
Meno probabile, sebbene non esclusa dalle indagini, quella che inizialmente è circolata come seconda ipotesi: anche quella del meccanico sarebbe stata un’esecuzione, assassinato per aver assistito all’uccisione di Formicola. I carabinieri del Comando provinciale diretto dal colonnello Mario Cinque hanno eseguito i rilievi dopo l’identificazione delle vittime.

Per gli investigatori sarebbe stato un proiettile vagante, sfuggito alla imponente quantità di fuoco destinata al titolare del circolo ricreativo, ad ammazzare il meccanico innocente. Ma non è stato facile ricostruire l’accaduto. Nonostante l’ora, le 19.30, ancora con tanta gente per strada, e la centralità dei luoghi, nessun testimone.

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Io, studente blogger prigioniero di Ben Ali

Pubblichiamo la testimonianza di uno studente universitario tunisino che si firma con uno pseudonimo: il testo è stato pubblicato sul blog collettivo di Nawaat, sito vicino all’opposizione

FACCIO parte della nuova generazione vissuta in Tunisia sotto il regno assoluto di Ben Ali. Al liceo, al college, si ha sempre paura di parlare di politica. “Ci sono spie dovunque”, ci dicono.

Nessuno osa discuterne in pubblico. Nessuno si fida. Il vicino, un amico, il droghiere può essere una spia di Ben Ali. Vuoi che ti portino via a forza, te o tuo padre, in qualche luogo indefinito, la sera o alle quattro del mattino?
Si cresce con questa paura di impegnarsi, e si continua a studiare, si va in giro, si esce la sera senza occuparsi di politica. Negli anni del liceo si cominciano a conoscere i meandri della famiglia reale, e si sentono storie qua e là, su questo o quel parente di Leila (la first lady tunisina, ndr.) che ha preso il controllo dell’industria, che si è appropriato dei terreni di qualcun altro o che ha trattato con la mafia italiana.

Se ne parla, se ne discute tra noi, tutti sono al corrente, ma non si agisce. Si proseguono gli studi, in breve ci si rende conto che la tv tunisina è la peggiore di tutte, ogni informazione è un inno alla gloria del presidente. Ben Ali appare sempre nella sua luce migliore. Tutti sanno che si tinge i capelli di nero. Sua moglie, con quel suo sorriso legnoso, non piace a nessuno; non è mai sembrata sincera.

Si vive. O non si vive, si pensa di vivere. Si ha voglia di credere che tutto vada bene, perché si fa parte della classe media, ma si sa che durante il giorno i bar sono pieni zeppi di gente: disoccupati che discutono di calcio.
I primi locali notturni aprono le porte, si incomincia a uscire, a bere, a fare vita notturna dalle parti di Sousse o di Hammamet. Circolano altre storie su un certo Trabelsi (il cognome della first lady, ndr) che ha spaccato la faccia a uno perché gli andava di farlo, o di un altro con lo stesso cognome che ha provocato un incidente stradale e poi se ne è tornato a casa a dormire. Queste storie, ce le raccontiamo in fretta, discretamente. Ci vendichiamo a modo nostro: raccontando, ci sembra di complottare.

I poliziotti hanno paura. Se gli dici che sei parente di Ben Ali tutte le porte si aprono, negli alberghi ti danno le stanze migliori, i parcheggi sono gratis, il codice stradale cessa di esistere. La Tunisia diventa un campo da gioco virtuale. Non rischiano nulla, possono fare quello che vogliono, trattare le leggi come fossero marionette.
Internet è bloccato. Le pagine censurate vengono fatte passare per non trovate o inesistenti. A scuola ci si scambiano i proxy (le strade per evitare la censura informatica, ndr). “Hai un proxy che funziona?” è la parola d’ordine; non si sente dir altro.

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Tunisia: Cpj, governo hackera Facebook per domare protesta disoccupati

Tunisi, 10 gen. – (AdnkronosAki) – Polizia nelle strede, a domare i cortei, e hacker su Internet, per accedere agli account degli attivisti su Facebook, Google e Yahoo e intercettare i successivi passi della rivolta dei disoccupati. Questa la stretagia messa in campo dal governo tunisino per cercare di avere la meglio sulla protesta che da settimane ha travolto la Tunisia dopo che un venditore ambulante di 26 anni ha tentato il suicidio per le difficolta’ economiche dovute alla crisi in corso. Ed è proprio per contestare l’aumento dei prezzi degli alimentari e il conseguente crescere della disoccupazione che nel fine settimana si sono intensificate le manifestazioni contro il governo centrale. Quest’ultimo, oltre ad aver ordinato alla polizia di sparare sui cortei, causando dai 14 (fonti governative) ai 25 morti (fonti sindacali), sta ora cercando di scoprire via Internet le mosse dei manifestanti, secondo quanto denuncia la Commissione per la protezione dei giornalisti (Cpj). In particolare, sono stati violanti gli account su Facebbok del giornalista Sofiene Chourabi di al-Tariq al-Jadid, giornale affiliato al partito di opposizione Ettajdid, e del giornalista video Haythem El Mekki, un indipendente. Tramite questi accessi, gli hacker sono anche entrati in possesso delle passwords di altri. “I loro account e le foto delle proteste recenti (postate su Facebook, ndr) sono state cancellate o modificate”, dichiara Cpj.

Fonte: ADN Kronos

Tunisia, arresti di blogger dissidenti e siti oscurati

Appelli di Reporters sans frontieres e di Amnesty International dopo almeno cinque casi di oppositori del regime scomparsi. Avevano messo online la rivolta civile contro la corruzione e l`aumento dei prezzi.

Almeno cinque blogger e militanti noti per il loro impegno per la libertà di espressione sul web sono scomparsi ieri in Tunisia, ma la lista potrebbe essere più lunga. A denunciarlo, sospettando che possano essere stati arrestati, è “Reporters sans frontieres` che chiede alle autorità il loro rilascio immediato. “Questi arresti destinati a intimidire gli internauti tunisini e i loro sostenitori internazionali, sono controproducenti e rischiano di alzare la tensione. Non è arrestando qualche blogger che le immagini delle proteste spariranno dalla rete` scrive sul suo sito l`ong francese, che si schiera contro la repressione governativa in risposta alla crisi attraversata dalla Tunisia in questo momento.

Tra gli arrestati c`è anche un rapper di 22 anni, Hamada Ben Amor, conosciuto con lo pseudonimo di “Generale` e autore di un brano musicale celebre su internet dal titolo “Presidente, il tuo popolo è morto`. Il musicista è stato arrestato a casa della sua famiglia a Sfax , 270 chilomentri a sud est della capitale, alle 5 e 30 del mattino, secondo quanto dichiarato alla France press dal fratello Hamdi.

Da ieri non si hanno notizie di Hamadi Kaloutcha, blogger e militante, prelevato alle sei del mattino da sei poliziotti in abiti civili che si sono presentati a casa sua. Alla moglie hanno detto che l`avrebbero condotto al commissariato per fargli qualche domanda e che ci sarebbero volute solo alcune ore. Il ciberdissidente Sleh Edine Kchouk, militante dell`Unione generale degli studenti della Tunisia (Uget) è stato arrestato a Bizerte (60 chilometri a nord ovest di Tunisi) e il suo computer confiscato.

Slim Amamou ed El Aziz Amami, due blogger, sarebbero stati arrestati anche loro secondo quanto riferito a Rsf e all`Afp da attivisti per i diritti umani e da un loro amico giornalista. El Aziz Amami ha inviato un sms alla fidanzata dicendo di essere stato arrestato. Amami aveva seguito le proteste nella città di Sidi Bouzid. Il suo blog è stato reso inaccessibile.

Le tracce di Slim Amamou si perdono ieri intorno alle 13, ora in cui, secondo il blog collettivo indipendente tunisino in lingua francese “Nawaat.org`, i suoi amici e colleghi non hanno più avuto sue notizie e in cui non è tornato a lavoro. Intorno alle 18, il blogger scomparso ha rivelato la sua posizione dal cellulare con un tweet sul social network “Foursquare` che permette ai suoi utenti di indicare la posizione geografica in cui si trovano. E il cellulare di Slim Amamou lo localizza a quell`ora dentro il ministero degli Interni tunisino. Il blogger, in precedenza, aveva detto ai suoi amici che la sua casa era sorvegliata dai poliziotti da un paio di giorni. Amamou era già stato arrestato il 21 maggio del 2010 alla vigilia di una manifestazione contro la censura sul web di cui era organizzatore e che aveva annunciato davanti al ministero dell`Informazione.

Ieri anche Amnesty International ha lanciato un appello per la libertà di manifestazione del popolo tunisino, condannando il giro di vite delle autorità tunisine contro l`ondata di proteste sociali seguite al suicidio di un fruttivendolo. Almeno due manifestanti, tra cui un diciottenne caduto sotto i proiettili della polizia, sono stati uccisi durante le proteste. Il 17 dicembre, Mohamed Bouazizi, un fruttivendolo di 26 anni ha tentato il suicidio e poi è morto in ospedale per le ferite riportate, nella città di Sidi Bouzid.

Il gesto estremo dell`uomo è seguito al sequestro del suo carretto di frutta da parte dei vigili perché non aveva la licenza. Bouazizi è diventato il simbolo di una rivolta contro la precarietà sociale, l`aumento dei prezzi, la disoccupazione e la corrruzione. Proteste continuano a infiammare tutto il paese. E tra queste anche un attacco di hacker a cinque siti del governo, condotto da un gruppo anonimo di ciberpirati solidali con la piazza. Gli arresti, non confermati dal governo del presidente Ben Ali, sarebbero una risposta alla guerriglia informatica.

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Usura e indebitamento, +130% nel 2010

Continua a crescere l’indebitamento delle famiglie italiane, lasciano spazio al fenomeno dell’usura. Rispetto al 2009 il trend è del +129.8%, con quasi due milioni di famiglie a rischio

L’indebitamento degli Italiani, causa principale dell’usura, continua a crescere a causa degli effetti della crisi: rispetto alla rilevazione 2009 il trend di crescita è di +129,8%, con una propensione all’usura che sale del 92,3%. È quanto emerge dallo studio di KRLS Network of business ethics, commissionato dall’Associazione Contribuenti Italiani.

Gli Italiani si indebitano in media di 33.620 euro, con un picco massimo raggiunto dai piccoli imprenditori, che raggiungono addirittura quota 52.730 euro. Numeri che potrebbero crescere ancora in concomitanza con il pagamento delle tasse del prossimo giugno 2011.

La distribuzione sul territorio dell’indebitamento è tristemente equa, con la Campania prima in classifica, seguita da Veneto e Valle d’Aosta, seguite dalla Sicilia. Dal settimo al nono posto spiccano tre altre importanti regioni, ovvero Lombardia, Toscana, Lazio. Meglio di tutte Sardegna, Basilicata, Marche e Molise.

Vittorio Carlomagno presidente dell’Associazione Contribuenti Italiani, individua nel dettaglio le cause dell’indebitamento nella crescita della riscossione fiscale a rate, insieme al boom delle carte di credito revolving e l’impossibilità di accesso al credito bancario.

Fonte: PMI

 

Difesa usura

Il vostro capo deve controllare pure se siete dipendenti stressati

Lavori troppo o troppo poco? Stai fermo davanti al tuo computer in un ambiente poco riscaldato in inverno o troppo caldo in estate? Sei costretto a metterti i tappi di cera nelle orecchie per il frastuono che hai attorno? Beh, allora hai buone probabilità di essere “affetto” da stress da lavoro. Una sorta di patologia che non rientra nella malattia ma si avvicina molto, tanto che il datore di lavoro deve rimediare all’inconveniente. E chi fa spallucce rischia un’ammenda da 5 a 15 mila euro e l’arresto da 4 a 8 mesi. Dunque, anche gli imprenditori più disattenti sono obbligati a seguire le regole di una norma inserita nell’articolo 28 del decreto legislativo 81 del 2008. Entra in vigore proprio oggi, all’apertura delle aziende dopo le vacanze natalizie. E l’anno nuovo accoglie una nuova filosofia aziendale: la protezione dei lavoratori non deve limitare alla condizione fisica in senso stretto ma deve estendersi al benessere sociale sul lavoro. Roba da far rabbrividire i piccoli imprenditori con pochi dipendenti che non sanno ancora dove mettere le mani per adempiere a questa nuova incombenza.

Lo hanno capito bene gli specialisti che lanciano una ciambella di salvataggio (a pagamento) a chi vuole aiuto. Basta viaggiare su Internet per scoprire le proposte di società specializzate che ti compilano il modulo dello stress da lavoro con 150 euro se non hai più di 11 dipendenti, 350 euro fino a 30. Per le aziende più grandi, invece, il preventivo è top secret, bisogna contattare direttamente gli esperti per contrattare il prezzo. Qualcuno sbufferà pensando che un nuovo balzello e un nuovo adempimento in un momento economico critico non è proprio un toccasana. Ma gli imprenditori più esperti possono cavarsela anche da soli, utilizzando, per esempio, le guide e i documenti elaborati da diversi enti, pubblici e privati, fra cui l’Ispesl, la Regione Lombardia, Confindustria, l’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna. E con l’aiuto di questi manuali la valutazione dello stress da lavoro non dovrebbe pesare più di tanto sul bilancio aziendale. Attenzione, però, a non confondere lo stress da lavoro-correlato al mobbing, cioè con comportamenti volutamente persecutori o sgradevoli. Il rischio da stress può potenzialmente colpire in qualunque luogo di lavoro e qualsiasi lavoratore. La sua valutazione serve infatti ad individuare le fonti che possono comportare infortuni o danni diretti alla salute nonché a cogliere i segnali che possono indicare la presenza di stress. Prevenire, ridurre o eliminare il problema può voler dire più efficienza e, soprattutto, permette di apportare miglioramenti nelle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Il decreto fresco di stampa però non aiuta l’operatore a capire esattamente quali controlli vanno fatti. Per capirci qualcosa bisogna rispolverare l’accordo europeo dell’ottobre 2004 che definisce lo stress lavoro-correlato “una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale” e che esso è” conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste e alle aspettative riposte in loro”.Si tratta, quindi, di riconoscere nell’organizzazione del lavoro alcuni indicatori di rischio che possono causare stress, fra cui i più comuni possono ricondursi a orari di lavoro troppo lunghi o imprevedibili, turni particolarmente faticosi; carichi di lavoro eccessivi oppure troppo ridotti, monotonia o frammentarietà del lavoro; incertezza degli incarichi e dei compiti, mancanza di informazioni e/o di formazione; posture scomode o stancanti, posti di lavoro inadeguati, temperature elevate o basse, eccessivo rumore.

Fonte: Il Giornale

A due italiani il premio europeo sul giornalismo della salute 2010

 

Sono Gianluca Ferraris e Ilaria Molinari i vincitori del premio europeo sul giornalismo della salute 2010, scelti tra quattrocento giornalisti provenienti da tutti i 27 paesi dell’UE e tra quasi 750 articoli ammessi. Le giurie nazionali hanno prima selezionato i finalisti e successivamente una giuria dell’UE ha scelto il vincitore e completato il podio. I due bravi ragazzi lavorano per la rivista Panorama. Armati di telecamera nascosta nella borsa, hanno mandato all’aria affari milionari.

Il loro articolo ”Stealing Hope” (Ladri di speranza) riguarda le cliniche che promettono di guarire da numerose malattie, tra cui il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson, sclerosi multipla, disfunzioni sessuali, Aids, per un giro d’affari compreso tra i 7 mila e i 36 mila euro.

Il tutto sottoponendo i pazienti ad iniezioni di cellule staminali prelevate da cordoni ombelicali, midollo osseo di adulti, feti umani o persino da montoni e agnelli. L’articolo contiene anche preziosi consigli sul come non farsi imbrogliare su internet da chi promette false speranze di guarigione.
A Lucie Hášová Truhelková della Repubblica Ceca è andato il secondo posto di questa speciale classifica con il suo articolo “Love Dwells in the Kidney” (L’amore abita nel rene), sulla donazione e trapianto di organi. Il terzo posto è stato poi assegnato al team di giornalisti danesi Kasper Krogh, Morten Crone, Line Holm Nielsen e Jesper per il loro articolo “The great failure” (Il grande fallimento), sulla sicurezza dei pazienti.

Tutti gli articoli dei finalisti possono essere consultati in questo opuscolo.

Guida al controspionaggio

Come capire se qualcuno ti spia (Parte 2)

LEGGI LA PRIMA PARTE… – La scatola di una presa elettrica sembra essere stata spostata. Le prese elettriche sono tra i punti dove più frequentemente vengono nascosti dispositivi di intercettazione, così come lo sono i rilevatori di fumo, le lampade o gli interruttori. Se notate della sporcizia (tipo segatura o …

Come capire se qualcuno ti spia (Parte 1)

A casa, in ufficio ed in qualsiasi posto vi troviate potreste essere spiati. Chiunque voi siate, e qualsiasi cosa facciate, vi può capitare di incontrare persone che, per interesse o per avidità di potere, desiderano di venire in possesso di vostre informazioni riservate, sia per danneggiarvi che per ottenere un …

Il fisco controllerà anche i telefoni

Tra le grandi manovre di controllo che si stanno operando per monitorare i contribuenti, pare che gli agenti 007 dell’Agenzia delle Entrate si stiano concentrando sulle intercettazioni del nostro cellulare. Iphone, Samsung o qualsiasi altra marca sia, il fisco non si pone limiti. Non si tratta di spiare il contenuto …

Guide alla videosorveglianza

Come arrestare il key bumbing, il furto senza traccia

La nuova frontiera dei furti, per ladri in continuo aggiornamento, è il “key bumping”. Si tratta dell’arte di aprire le porte delle abitazioni senza lasciare segni di effrazione. A Roma, i Carabinieri hanno arrestato una banda di georgiani, ben 37 persone, specializzate in furti in appartamenti nella città e in provincia. L’organizzazione criminale è risultata responsabile di decine di colpi in appartamenti, e in particolare, è specializzata nella tecnica consente …

I consigli del ladro per una difesa ottimale contro i furti in estate.

furti in appartamento

Le vacanze, per molte famiglie italiane, sono già iniziate. Le città si svuotano e le case rimangono sempre più isolate, soprattutto se i vicini decidono di partire nello stesso periodo. Quella delle vacanze estive, quindi, diventa un’occasione per ladri, professionisti e no, per entrare in azione, in quanto hanno meno possibilità di essere visti e acciuffati e possono, così, agire con più calma. Il giornale napoletano “Il Mattino” proprio in …

Guida alla sorveglianza video: parte 4 – Visione filmati e integrazione

Passiamo alla quarta ed ultima parte della nostra guida, rispondendo a domande su come visualizzare i video di sorveglianza e come integrare le proprie apparecchiature di sorveglianza con altri sistemi video. 6. Visualizzare i video La maggior parte dei video di sorveglianza non viene mai vista da esseri umani, se non per indagini storiche. Alcuni sistemi a circuito chiuso consentono la visione in diretta, ad esempio come sistemi antitaccheggio in …

Guida alla sorveglianza video: parte 3 – Salvataggio filmati e analisi video

Proseguiamo con le nostre 7 domande, con la parte dedicata ai supporti di salvataggio dei filmati video, e all’analisi dei filmati registrati. 4. Salvataggio I video di sorveglianza sono quasi sempre salvati per recupero e revisione. La durata media dello stoccaggio è tra i 30 e i 90 giorni, anche se in alcuni casi il periodo può essere più breve, o durare anche per qualche anno. I due elementi più …

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