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Schumacher: la telecamera sul casco custodisce la verità

Un occhio elettronico ha visto tutto, e lo ha registrato. Michael Schumacher al momento dell’incidente aveva una piccola telecamera montata sul casco, che gli investigatori hanno cercato a lungo in mezzo alla neve, invano. Però sapevano che doveva esserci.



Infatti lo strumento era custodito dalla famiglia del pilota, che in un primo momento si sarebbe rifiutata di darlo agli inquirenti, invocando la privacy. Ma successivamente la telecamera è entrata in possesso del procuratore, così come gli sci e i pezzi del casco. Il magistrato potrà dunque stabilire con esattezza cosa sia davvero accaduto sulle piste di Méribel. 



La situazione, nel frattempo, resta critica ma stabile. Solo la telecamera potrebbe fare chiarezza sulla velocità a cui andava il pilota, sull’eventuale fuoripista, se il campione cercava realmente di salvare una bambina o faceva una passeggiata. 

Secondo le prime indiscrezioni, Shumacher sciava piano. Non stava volando sugli sci tra i 60 e i 100 km/h, come alcuni media avevano riferito. Anzi, non era impegnato in un vero e proprio fuoripista. Stava passando da una pista battuta all’altra attraversando un breve, ma fatale, tratto di neve non battuto. 



Le immagini, come riferisce la tv francese Bfm che le ha visualizzate in anteprima, dimostrano come ad un certo punto uno degli sci di Schumacher ha urtato una roccia nascosta. A quel punto si capisce che Schumacher ruota di colpo in avanti, spinto con forza, come catapultato dall’improvviso bloccarsi degli sci mentre gli attacchi si sganciano ed il suo corpo procede pesantemente contro la roccia. L’ex pilota a quel punto affonda la testa ed il busto nella neve fresca e va ad urtare contro un altro masso nascosto. A quel punto il casco si spacca. Presto comunque si avranno delle verità ufficiali.


Le telecamere sportive riescono quasi sempre a ricostruire incidenti di vario genere collaborando con le forze dell’ordine. Il loro utilizzo assicura maggiore sicurezza oltre alla possibilità di godere delle proprie imprese sportive ex post.
 

Sistemi di intercettazione mediocri mettono ko le forze dell’ordine

novembre 5, 2013 Intercettazioni No Comments

Diverse le lamentele verbali e le relazioni alla procura in cui è denunciata l’inadeguatezza del “sistema intercettazioni” adottato dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani a Roma. “Questo sistema di intercettazioni ci ha rovinato tante indagini e se andiamo avanti così diventerà sempre più complicato sconfiggere il crimine a Roma”. Un investigatore del Reparto operativo dei carabinieri scuote la testa. Tanti altri poliziotti e militari di ogni nucleo e reparto hanno protestato, scritto, segnalato, denunciato, ma senza essere ascoltati. E il risultato è stato un susseguirsi di indagini fallite, ricercati spariti nel nulla, piccole o grandi azioni criminali registrate solo dopo ore e a volte addirittura giorni. Perché il nuovo software adottato, che ha fatto risparmiare quasi due milioni di euro, secondo gli investigatori che quotidianamente affrontano la criminalità capitolina, non funziona come dovrebbe. Ma si sa il risparmio spesso porta sacrifici nella qualità.



Pare che dal 1° gennaio 2011 Laviani abbia modificato i sistemi di intercettazione funzionanti fino a quel momento, coinvolgendo una società di Napoli, poco conosciuta nel campo delle intercettazioni. Il nuovo software fornito si è rivelato fallace, non in grado, ad esempio, di intercettare in tempo reale i delinquenti. Ad esempio se un pregiudicato sotto controllo comunica con un suo complice per telefono di eseguire un sequestro di persona, la conversazione potrà essere ascoltata con un ritardo di trenta, quaranta minuti. Un tempo enorme per poter intervenire in maniera tempestiva. La contemporaneità è una delle principali caratteristiche dei software più all’avanguardia che vantano uno scarto massimo di alcuni secondi.


Con gli strumenti adottati risulta anche molto difficile avere l’individuazione immediata delle celle telefoniche. Questo significa che se un assassino, identificato subito dopo una sparatoria, fugge col suo telefonino in tasca, alle forze dell’ordine la sua individuazione arriva con ritardi non solo di ore, ma anche di giorni. Ancor peggio per gli SMS, disponibili solo dopo 3-4 giorni. E sembrerebbe che, con alcune compagnie telefoniche, le conversazioni siano scaricate non solo con notevole ritardo, ma addirittura senza consequenzialità. In sostanza, potrebbe capitare di ascoltare una conversazione di tre giorni prima, pensando sia la più recente. Questa faccenda dimostra chiaramente quanto la qualità degli strumenti utilizzati influisca sul lavoro professionale (e non solo) nel campo delle intercettazioni, della sicurezza e della sorveglianza. Meglio affidarsi ad aziende competenti e strutturate che scegliere il risparmio a discapito della qualità.

Il costo della nostra privacy

Si è soliti sostenere che la privacy non ha prezzo, oggi però ci sono dei parametri attendibili con cui farsi un’idea: il tariffario con cui gli operatori telefonici e gli Internet service provider statunitensi vendono le conversazioni degli utenti al governo. Dopo il caso Snowden, a svelare il listino prezzi è stato il deputato Markey attraverso una ricerca di una associazione che difende le libertà civili.



Il prezzo più alto riguarda le intercettazione telefoniche. Ogni operatore ha il proprio listino: At&t, il principale fornitore statunitense, chiede 325 dollari solamente per l’attivazione dell’intercettazione, più una tariffa giornaliera. Per gli operatori meno importanti il costo si aggirerebbe attorno ai 250 dollari, molto più caro invece l’operatore mobile Verizon, che chiede 775 dollari di attivazione e 500 dollari per ogni mese di intercettazione. Strano a dirsi, ma i curiosi più smart fanno da sé risparmiando soldi, tempo e dispersioni delle informazioni. Molti acquistano infatti degli strumenti professionali per le intercettazioni telefoniche che consentono ottime registrazioni ed un notevole risparmio di denaro nel tempo.

Meno dispendioso risulta agire sulle informazioni online. Facebook regala i dati quando il governo li richiede, e forse non è l’unica azienda, anche se gli altri big come Microsoft, Google e Yahoo! non si sono pronunciate ufficialmente. Non tutti però agiscono a nome del governo e quindi si attrezzano con key logger e key hunter, dei piccolissimi sistemi che consentono di appropriarsi di dati dal pc senza destare sospetti.

In America ciò che più duole è il voler sapere perché il governo debba spendere soldi pubblici per intercettare i cittadini. Ne traggono sicuramente beneficio gli operatori che vedono all’orizzonte un business fiorente e remunerativo pagato coi soldi degli americani. 
I privati acquistano strumenti per la sicurezza e la sorveglianza principalmente da siti online, uno dei più affidabili è sicuramente Endoacustica Europe (www.endoacustica.com) che offre prodotti di altissima qualità a prezzi convenienti.

Induzione alla prostituzione: le intercettazioni di don Aldo Nuvola

Una microspia nell’auto ed intercettazioni telefoniche. Ecco cosa ha incastrato Padre Aldo Nuvola, 49enne, parroco di Regina Pacis di Palermo dal 2009 ed ex insegnante di religione del liceo “Umberto”, accusato di induzione alla prostituzione ai danni di ragazzini, perlopiù minorenni.

Il prete frequentava la zona attorno alla stazione centrale, adescava dei ragazzini per convincerli ad avere rapporti sessuali. Poco più di un anno fa era stato condannato per avere offerto soldi ad un diciassettenne in cambio di una prestazione sessuale. L’indagine è nata dal momento che il ragazzo, lo scorso aprile, è stato accusato di omicidio. Nel suo cellulare è stata trovata una chiamata al prete e da lì le ricerche sull’omicidio si sono spostate sul versante dell’induzione alla prostituzione minorile.

Le indagini dei carabinieri hanno rivelato che Nuvola, proprio perché prete, era molto seguito dai ragazzi. Adesso l’uomo è stato arrestato con l’accusa di induzione alla prostituzione: avrebbe adescato un altro minorenne, ricompensandolo con del denaro. Ad oggi, cinque i casi accertati dai carabinieri e dalla Procura, su altri cinque ci sono indagini in corso. I minorenni venivano plagiati e portati a casa o in macchina, dove con l’ausilio di microspie, è venuta fuori la verità.



Il sacerdote prima dei rapporti confidava i suoi desideri. Ai minorenni, ma anche a qualche diciottenne, spiegava cosa gli faceva “un altro suo amico”, per convincerli a cedere alle sue richieste. Sigarette, regalini e ricariche telefoniche le “ricompense” per le sue vittime.

 In un’occasione ad un ragazzo che gli chiedeva 100 euro per un rapporto, faceva i paragoni con un funerale: “Quando io vado al cimitero a fare le sostituzioni, sai quanto mi danno per un funerale? Un funerale dura un’ora, la predica, tutto sistemato, piripì, piripì. E sai quanto mi danno? Spara quanto mi danno, io sono laureato, ho due lauree? La chiesa, il cimitero si prende 50 euro dall’impresa, la chiesa, Sant’Orsola, sai a me quanto mi dà per un funerale? Al celebrante, la persona più importante, quello che fa il funerale, dà 25 euro”.

Intercettazioni USA: tutto il mondo sotto la lente d’ingrandimento

La “spia” ha un nome: è Edward Snowden, 29 anni, ex- assistente tecnico della CIA, ora alle dipendenze di una società che lavora per la National Security Agency (NSA). E’ stato Snowden a rivelare al mondo i programmi di intercettazioni di milioni di americani gestiti dalla NSA con il tacito consenso della Casa Bianca e del Dipartimento di Giustizia. La rivelazione è stata pubblicata ancora una volta sul quotidiano inglese “The Guardian” causando grande imbarazzo per l’amministrazione Obama.

Lavorando per alcuni anni nell’IT dell’agenzia da Ginevra, con responsabilità riguardanti la gestione dei sistemi di sicurezza della rete dei computer, l’agente è venuto a contatto con un numero vastissimo di dossier e informazioni riservate. E’ in quel periodo che Snowden, per la prima volta, ha pensato di rivelare al mondo pratiche e strumenti illegali del suo governo.

Nel 2009, Snowden ha lasciato la CIA cominciando a lavorare in Giappone per Booz Allen Hamilton, colosso delle consulenze high-tech, società beneficiaria di diversi contratti da parte del Dipartimento alla Difesa. E’ la gestione dei sistemi di controllo e intercettazione della National Security Agency che diventano l’oggetto del suo lavoro quotidiano. E’ lampante “l’intenzione da parte della NSA di conoscere e controllare ogni conversazione e ogni forma di comportamento al mondo”. Preoccupato da questa rete di controlli sulle comunicazioni di milioni di americani, indiscriminatamente e senza alcuna ragione di sicurezza e terrorizzato per le conseguenze sulla libertà di pensiero e creazione in rete, l’uomo matura sempre di più il desiderio di svelare la “minaccia esistenziale alla democrazia” del governo americano.

La decisione, tre settimane fa. Nella sede della NSA delle Hawaii, Snowden fotocopia gli ultimi documenti che intende rendere pubblici. Annuncia al suo responsabile che ha bisogno di alcune settimane di pausa per curare l’epilessia di cui soffre, compra un biglietto per Hong Kong, dove si chiude in albergo, uscendo solamente tre volte. Da qui trasferisce gli ultimi documenti ai giornalisti di cui si fida e assiste all’esplosione planetaria dello scandalo, alle reazioni indignate del governo americano, ma anche alla preoccupazione che le pratiche di controllo della NSA sollevano in tutto il mondo. Snowden è certo che l’intero sistema della sicurezza USA sta per lanciarsi alla sua ricerca. Quando deve accedere a Internet, indossa un cappuccio rosso e copre anche il computer, in modo che telecamere nascoste non possano identificare le sue password. I muri della stanza sono allineati di cuscini, in modo da evitare possibili intercettazioni. Per distrarsi, guarda la televisione e legge la biografia dell’ex vice-presidente Dick Cheney.

Snowden ha sacrificato il suo stipendio di 200 mila dollari all’anno, la fidanzata e la famiglia “perché in coscienza non posso permettere che il governo americano distrugga la privacy su Internet e le libertà più fondamentali per gli uomini nel mondo in nome di questa massiccia macchina di sorveglianza che sta costruendo”.

Al momento esistono alcuni strumenti che permettono di difendersi dalle intercettazioni non autorizzare. A parte i sistemi di bonifica ambientale che verificano l’eventuale presenza di microspie nascoste, è possibile proteggere anche le proprie conversazioni attraverso l’utilizzo di Stealth Phone. Si tratta di telefoni anti intercettazione che codificando i dati voce, li rendono incomprensibili ad un eventuale ascoltatore esterno, assicurando altissimi livelli di sicurezza.

Linguaggio colto per i concorsi universitari pilotati

Attraverso professionali software spia i finanzieri del nucleo di polizia tributaria hanno fatto emergere l’ennesimo concorso per “pochi eletti” presso l’Università di Bari.

Queste intercettazioni si sono rivelate particolarmente ostiche dal momento che le informazioni tra gli interlocutori erano trasferite utilizzando un “codice segreto” difficilmente decifrabile. Una citazione colta dopo l’altra, contenuti altamente culturali tra studenti e docenti universitari. Un linguaggio sapientemente studiato per coprire le informazioni riguardanti presunti concorsi universitari pilotati al vaglio degli inquirenti della Procura di Bari. Le indagini hanno portato ad una trentina di persone accusate di corruzione, falso e abuso d’ufficio.

«Ciao, sono l’ombra di Banco», dice, ad esempio, un professore universitario ad un suo collega, citando il Macbeth di Shakespeare. Il sospetto è che quel riferimento letterario, generalmente inteso come simbolo del ricordo ossessivo di una cattiva azione, potesse significare qualcosa del tipo: «Sono la tua coscienza, mi raccomando!». Un interessamento con chi magari era commissario di un concorso, oppure, semplicemente un modo colto di conversare tra docenti e amici? E l’ombra di Banco è solo un esempio. Le citazioni sarebbero davvero numerose e non si limiterebbero alla sola letteratura.

Queste telefonate sono state ascoltate ed analizzate, ma molte altre in Italia e nel mondo restano criptate, ritenute di poco conto. Fortunatamente esistono numerosi strumenti che permettono di ascoltare in maniera professionale le telefonate “sospette”. Si tratta dei software spia Endoacustica che oltre a permettere l’ascolto in diretta delle chiamate e la lettura degli sms, consentono di sapere dove si trova l’apparecchio (e quindi la persona osservata) e di ascoltare tutto ciò che avviene intorno permettendo un ascolto ambientale. Strumenti preziosi che quotidianamente lavorano al fianco delle forze dell’ordine e dei cittadini attivi per combattere la criminalità.

Attraverso gli sms, sgominata una setta a sfondo sessuale

Tutto ruotava attorno al sesso. Pozioni magiche, riti esoterici, satanismo. Le vittime predilette erano persone che si trovavano in un momento di disperazione o di disagio, sole, depresse, disabili, con problemi di alcolismo, insomma gente debole e facilmente persuasibile.

A capo della setta «Agates» c’era il mago Sal (Salvatore Maraglino) e una volta dentro, uscirne era un’impresa quasi impossibile. Scattavano pressioni, minacce, violenze. Ricatti come nel caso di una donna minacciata con una fotografia che la ritraeva nuda e che poi sarebbe stata mostrata al suo compagno e ai suoi familiari nel tentativo di farle cambiare idea sulla decisione di lasciare la setta.

Altro elemento che ha alimentato il quadro di degrado, la partecipazione di un bambino di 5 anni come spettatore delle orgie. Il bimbo, risulta essere figlio di uno degli adepti e non lo si fa allontanare perché “da solo in un’altra stanza piangerebbe. Tanto non capisce nulla e poi è abituato”. Parole pronunciate dalla madre del piccolo prima di un rito sessuale

Alcune immagini ritraggono Sal che insulta una donna alcolizzata in pieno centro a Matera. Il “mago” minaccia di violenze la vittima accusata di aver fatto trapelare informazioni segrete e di aver fatto il suo nome e la invita, in maniera poco gentile, a rientrare nel gruppo.
Un uomo le dice di avere una bottiglia di vino buono, per riuscire ad addescarla nuovamente e ci riesce, facendola salire su un’auto. Poi viene spinta dal lato economico “l’hai sempre fatto, quanto c… devi stare e ti guadagni qualcosa anche tu”. La donna cede e ha un rapporto con il cliente che le consegna 10 euro, mentre altri 50 li dà al mago. 
A questo, sono seguiti altri tentativi della donna di uscire dalla setta e per questo sarebbe stata anche picchiata violentemente con fratture al volto e contusioni alla testa.

Ed è proprio dal cellulare di questa donna che gli investigatori sono riusciti ad estrapolare alcuni sms dal contenuto inequivocabile: «Stati attenta alla tua famiglia, sono gelosa che stai con…», «Stai attenta dove abiti», «La sorpresa non finisce mi sto servendo di chi sai, bastarda”, “Non stare tranquilla, presto avrai sorprese”, “Occhio alle spalle”. Inoltre avrebbe dovuto lasciare il suo compagno, “una donna sola è molto più manipolabile”.

L’uso di sofisticati software spia per cellulari e di strumenti per estrarre sms cancellati ha consentito alla polizia investigativa di arrestare sette persone, due delle quali ai domiciliari. L’intera cittadina materana è sotto choc. 

Scattano le manette anche nel web

Realo o virtuale? Questo è il problema anche sul tema dei reati che si consumano online. Difficile arginare la diffusione di informazioni che circolano sul web e, ancora più difficile, venire a conoscenza del contenuto delle stesse. In molte aziende o ambienti privati sono utilizzati strumenti di controllo a distanza per pc che, attraverso un costante monitoraggio, consentono di evitare la fuoriuscita di informazioni importanti e di tenere sotto controllo dipendenti, figli in un periodo “particolare”o ancora partner poco affidabili.

Nonostante le forze dell’ordine utilizzino molto spesso questo tipo di strumenti, i tempi richiesti per intercettare traffici illegali estesi su tutto il web sono sicuramente più ampi, ma non per questo l’impresa è impossibile. Lo dimostra l’arresto di uno spacciatore «virtuale», Paul Leslie Howard, cittadino australiano, accusato di aver venduto droga attraverso Silk Road, un vero e proprio business online delle droghe.

Il sito rientra in quella parte di web nascosto, definito “deep web”, e vende praticamente tutto dalle droghe alle armi, ai farmaci illegali, per finire agli esseri umani. Per accedere al sito è necessario un Tor, cioè un sistema di comunicazione anonima per Internet che “protegge” gli utenti dall’analisi del traffico attraverso una rete di onion router, e i pagamenti avvengono tramite bitcoin, moneta virtuale con cui si aggirano controlli e tracciamenti.

Si stima che la vendita attraverso il sito frutti circa 2 milioni di dollari al mese. Questo ha messo in allerta la polizia australiana che ha assistito alle compravendite di Howard in ben 11 occasioni. Ecstasy, cocaina, armi e altri arnesi necessari per il suo lavoro, quello dello spacciatore. Howard, ammessa la pena, rischia fino a 25 anni di carcere. Prima di lui, otto americani sono finiti in manette per vendite illecite online. Le forze dell’ordine australiane hanno giurato guerra a chi esercita questo tipo di traffici online.

Il numero di venditori sul sito cresce in maniera esponenziale. La sostanza più venduta è la marijuana, seguita da altre droghe, farmaci con prescrizione, cocaina, eroina e anfetamine. Per quanto riguarda la nazionalità dei rivenditori, quasi la metà proviene dagli Stati Uniti, seguono gli inglesi, poi gli olandesi e i canadesi. Gli italiani sono l’1.02% del totale.

Favori in cambio di rapporti sessuali: arrestato il pm Staffa

gennaio 28, 2013 Intercettazioni No Comments

Uno dei pm più in vista nella capitale, Roberto Staffa, titolare di numerosi processi antimafia, contro la criminalità organizzata e contro gli aborti clandestini, ora accusato di corruzione, concussione e rivelazione di segreti d’ufficio. Accuse pesanti per il pubblico ministero inchiodato nei giorni scorsi da microspie installate, su disposizione dell’autorità giudiziaria di Perugia, nel suo ufficio.

Secondo indiscrezioni, Staffa si sarebbe compromesso a causa di relazioni con sei trans stranieri e in parte esercenti l’attività di prostituzione. Per due di loro, Staffa avrebbe dato parere favorevole alla scarcerazione e rilasciato un temporaneo permesso di soggiorno per motivi di giustizia. Il pm avrebbe poi provveduto ai rinnovi del documento. Per uno dei trans, Larissa De Olivera Dias, il magistrato si sarebbe prodigato anche di più, avvisandolo, con parole ben pesate, di una perquisizione imminente. Non solo, si parla anche di immagini che riprendono per due volte relazioni sessuali all’interno del suo ufficio con una donna, l’amante del boss Casamonica, al fine di concederle un permesso di colloquio con il detenuto e parere favorevole alla sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari del boss.

Le indagini erano partire circa un anno e mezzo fa, quando un transessuale, arrestato nell’ambito di un’operazione contro la prostituzione, aveva vantato rapporti di amicizia con il pm, e avrebbe dichiarato di subire una sorta di ricatto dal magistrato, che gli avrebbe assicurato protezione in cambio di rapporti sessuali. Quell’interrogatorio fu immediatamente trasmesso alla procura di Perugia che avrebbe fatto scattate le intercettazioni ambientali e telefoniche, che nel giro di alcuni mesi avrebbero fornito riscontri al racconto.
A servizio della procura di Roma da 15 anni, per ben otto di questi Staffa ha fatto parte del pool della Direzione distrettuale antimafia e per un periodo di tempo relativamente breve si è anche occupato delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ma il suo nome è legato soprattutto all’inchiesta sugli aborti clandestini Villa Gina. Il pm era noto in procura anche per la sua passione per la musica al punto da far parte di un gruppo, i Dura Lex, in cui suonavano anche altri magistrati e avvocati.
Secondo indiscrezioni, il provvedimento di arresto sarebbe stato deciso dopo mesi di indagini con microspie e telecamere piazzate nel suo ufficio di piazzale Clodio, che avrebbero consentito di raccogliere indizi concreti circa le sue presunte responsabilità.

Il rapimento Calevo risolto dall’ordinazione di una pizza

È stato liberato l’imprenditore edile Andrea Calevo, sequestrato il 17 dicembre scorso dopo una rapina nella sua villa a Lerici (La Spezia). Calevo era stato portato via da tre uomini che lo attendevano in casa dopo aver immobilizzato e legato sua madre. Il giovane è stato liberato con un’operazione realizzata in sinergia dalla polizia di stato e dai carabinieri.

Pare che i sequestratori si siano traditi ancor prima di raggiungere Calevo. Infatti sono stati ripresi la sera del 16 dicembre da una telecamera di sorveglianza piazzata lungo la strada. A bordo di un furgone bianco hanno inseguito l’imprenditore che tornava a casa con la sua Audi. Il mezzo sospetto è risultato intestato a Pierluigi Destri, 70enne piccolo imprenditore edile con precedenti per droga e rapine. Il furgone ha portato la polizia a sospettare dei malviventi.

La prima telefonata fatta dall’imprenditore alla famiglia proveniva da una cabina telefonica a poca distanza dalla Torre di Pisa. La scelta della località sarebbe stata fatta per non rivelare la zona dove il giovane veniva tenuto prigioniero.

La chiave di volta delle indagini è stata una intercettazione telefonica: i due rapinatori che erano rimasti in casa hanno ordinato, per telefono, una sola pizza. Facile è stato capire che quella pizza non era stata ordinata per gli abitanti della villetta, che erano appunto in due, ma per una terza persona, l’ostaggio.
Sembrerebbe che a capo del sequestro ci sia Pierluigi Destri di Ameglia, capobanda di 70 anni e suo nipote Davide Bandoni, 23enne di Sarzana coadiuvati da due albanesi Fabijan Vila, muratore di 20 anni e Simon Halilai di 23. Ma pare che la banda godesse anche di altri componenti non ancora individuati.
Prima di fare irruzione nella villa, i militari hanno hanno isolato i telefoni cellulari dei complici così in modo da impedirgli di avvertire il capobanda che stava per essere catturato in centro a Sarzana. Una volta usciti per strada, sono stati catturati.
Alla vista dei Carabinieri, Calevo ha esclamato “Grazie” e poi è scoppiato a piangere. L’uomo è stato ritrovato nello scantinato con gambe e piedi legati. Ha raccontato la sua difficoltà nello scandire il tempo e la sua paura di essere ucciso. Vedeva i rapinatori a volto coperto solo quando gli portavano del cibo.

Lo scopo del rapimento sarebbe stato il denaro, infatti il 21 dicembre è stata inviata alla famiglia Calevo una richiesta dattiloscritta di riscatto di 8 milioni di euro. A questa era allegata una lettera scritta a mano da Andrea in cui diceva di assecondare la volontà dei rapinatori.
Dopo il ritrovamento di Andrea Calevo si può affermare che ancora una volta i software spia si sono rivelati fondamentali nel corso delle attività investigative. Questi strumenti, assieme alle microspie, sono i prediletti dalle forze dell’ordine e nel 90% dei casi si rivelano decisivi per la risoluzione di casi enigmatici.

Tangenti al policlinico di Modena: le conversazioni telefoniche

novembre 14, 2012 Intercettazioni No Comments

“Sono soldini, facendo una cosa e n’altra, arrivo a portà cinquemila euro a casa, capito? Senza spremermi tanto, piglio i soldi sotto banco, un bordello di soldi, li fatturo ad una onlus, perché porto avanti studi clinici e c’ho le aziende che mi propongono contratti…”. Questa è parte di una conversazione telefonica intercettata il 16 giugno 2011. A parlare è il medico Alessandro Aprile, 37 anni, che in quell’anno frequentava un master nel reparto di cardiologia del Policlinico di Modena.

Nello stesso reparto, secondo i Nas e la Procura, venivano svolti studi di natura cardiologica non autorizzati o del tutto inesistenti, venivano falsificate le cartelle cliniche e utilizzato materiale sanitario spesso difettoso. Uno scambio continuo con alcune aziende private italiane ed estere del biomedicale, che, in cambio dell’uso da parte dei medici dei dispositivi da loro prodotti, con conseguente pubblicità, hanno versato tra il 2009 e il 2011, somme di denaro pari a un milione di euro sui conti di 3 onlus create ad hoc. I pazienti con problemi cardiaci, ossigeno per l’attività a delinquere, venivano arruolati a decine, e velocemente si trasformavano in cavie da laboratorio per sperimentazioni fuori da qualsiasi controllo.

Le colonne portanti del malaffare sembrano essere il primario Maria Grazia Modena, 60 anni, prima donna in Italia a presiedere la Società italiana di cardiologia, e Giuseppe Sangiorgi, 47 anni, ex responsabile del laboratorio di emodinamica della cardiologia. Oltre a loro sono finiti in manette altri sette medici, alcuni dei quali non più in servizio nel nosocomio modenese. Altri 67 gli indagati.
Pare che la dottoressa Modena, fosse a conoscenza dei legami tra Sangiorgi e diverse aziende farmaceutiche e proprio per questo avrebbe delegato all’uomo le trattative con le imprese. Il sodalizio sarebbe nato nel 2009. La rete di imprese e di appalti truccati è andata via via formandosi. Nel marzo dello scorso anno, Sangiorgi è stato allontanato dal Policlinico sulla base dei report della commissione scientifica inviata dalla Regione Emilia-Romagna che aveva denunciato delle inadeguatezze.
Nonostante ciò, gli inquirenti hanno continuato ad ascoltare le conversazioni tra il primario e il medico attraverso dei telefoni intercettati. Nelle conversazioni la Modena rassicura il fidato collaboratore su dei possibili risvolti futuri.

I pazienti sono stati in tutto ciò solo degli strumenti per raggiungere fini economici. La pubblicazione di studi scientifici era diventata un’attività talmente remunerativa che si conduceva ormai senza scrupoli. Sempre il Sangiorgi, in altre telefonate, si lamenta con un collega sulle troppe domande che i pazienti gli rivolgevano sulla loro stessa salute. In altre conversazioni intercettate si parla di patologie ricercate per compiere determinate operazioni. “Sto aspettando di beccare un paziente che ha già il catetere”, la dichiarazione di un altro medico sotto accusa.
Ciò che ne risulta è un quadro di una società sempre più alla deriva dove i sistemi di sorveglianza utilizzati sono ancora troppo esigui. Anche in questo caso è stato l’utilizzo di sistemi di intercettazione che ha fatto luce sulla questione.

Maxi-scandalo Trenitalia: le intercettazioni la chiave di volta

La maxi-inchiesta a Trenitalia, condotta dalla squadra mobile di Firenze e dalla Polizia Ferroviaria, ha portato ha portato alla luce un presunto maxi-scandalo fatto di appalti pilotati. Quarantadue gli indagati, decine e decine gli arresti e le perquisizioni. Imprenditori e funzionari di Trenitalia, ma anche titolari di aziende e persone impegnate nell’amministrazione pubblica, avrebbero secondo l’accusa, collaborato per pilotare vari appalti targati Trenitalia.

La fuga di informazioni riservate alla base dell’inchiesta. In cambio, denaro, favori personali e beni materiali. La stessa accusa ha descritto il sistema secondo il quale i vantaggi venivano suddivisi.
Sembra che venissero svolte delle “gare interne” per stabilire in anticipo chi avrebbe dovuto aggiudicarsi l’appalto. Alla fine dell’anno, grazie alle informazioni fornite dai funzionari di Trenitalia, ognuno degli imprenditori aderenti al gruppo, definito “Fratellanza”, doveva aver avuto accesso alla sua parte di appalti, in modo che tutti ne ricavassero uguale profitto.

Tra gli arrestati anche due impiegati alla direzione Audit, l’organo di Trenitalia preposto alla vigilanza interna. Circa venti gli appalti truccati che riguardano principalmente la fornitura di accessori per la manutenzione dei treni (batterie, schede elettriche per la riparazione dei convertitori, bobine per motori elettrici) . Come ha precisato il pm Giuseppe Bianco “non c’era alcun interesse per la qualità del servizio fornito”.
Al vertice del complotto tre funzionari delle Ferrovie: Tiberio Casali, Graziano Fantoni, Giovanni Mugnai. Questi svolgevano un’intensa e costante attività di informatori, facendo filtrare e pervenire agli imprenditori dati e notizie riservate sugli estremi delle gare, sulle condizioni tecniche che l’ente intendeva applicare e sulle condizioni di prezzo.

E’ stato possibile ricostruire la vicenda grazie alle microcamere e ai microregistratori utilizzati dagli investigatori nel corso delle indagini. Sono stati passati al vaglio numerosi incontri in bar e ristoranti. Tra i filmati spicca uno in cui il Mugnai chiede ad un imprenditore quale tipo di gare preferisce ed intasca una busta che, dichiarano gli inquirenti, “sicuramente conteneva denaro”. Ma ci sono anche scene di shopping dello stesso con il titolare di un’azienda per un totale di circa 800 euro tra lavatrice, fotocamera e accessori per videogiochi. Tra le spese pazze non sono mancati strumenti hi-tech, viaggi e buoni benzina.
Tra i reati contestati: associazione per delinquere, corruzione, turbata libertà degli incanti, abuso di ufficio e accesso abusivo alle banche dati riservate di Trenitalia.

Le intercettazioni inchiodano Schettino

Numerosi gli elementi audio a disposizione degli inquirenti che indagano sul naufragio della Costa Concordia, la nave da crociera della compagnia genovese Costa Crociere, avvenuto il 13 gennaio 2012 nei pressi dell’Isola del Giglio.

E’ tornato in tribunale nei giorni scorsi il comandante della nave, Francesco Schettino, accusato di omicidio plurimo colposo, abbandono della nave e reato ambientale.
A suo sfavore ci sono anche le intercettazioni effettuate con microspie ambientali dai Ris, quando il comandante fu portato nella caserma dei carabinieri di Orbetello, all’indomani del naufragio.
“Andiamo a salutare il Giglio, andiamo a salutare il Giglio. Stava uno scoglio li sporgente e non l’abbiamo visto e ci siamo andati su. Quello che a me mi fa onore e che abbiamo salvato tutti quanti tranne questi qua, che se non l’avessi fatto”: si sfogava al telefono con un amico. Una manovra citata dal capitano più volte come qualcosa di straordinario. Non è dello stesso avviso il procuratore di Grosseto, Francesco Verusio a margine dell’incidente probatorio.

Al centro delle attenzioni di Schettino, l’ex Commodoro Mario Palombo, presunto destinatario del saluto, durante la telefonata: “Ciao comandante ci sei?”. “No…”. A pochi secondi dalla tragedia squilla il cellulare. Il comandante saluta il maestro: “Ciao Mario.. come stai?”. “Bene, bene”. “Stiamo passando al Giglio”. “Ma non ci sono, sono a Grosseto… ci sono gli altri”. “Comandante, ma qui c’è acqua?”. A quel punto la chiglia viene squarciata. La telefonata s’interrompe.

Una serie di bugie del comandante della Concordia sono al vaglio degli inquirenti attraverso l’esame delle registrazioni audio della scatola nera. Alle 21.49 la Concordia risponde alla Capitaneria con la prima falsità: “È tutto ok”. In realtà stanno già imbarcando acqua. Ad una nuova telefonata viene data risposta: “Solo un problema tecnico, tutto sotto controllo”. Alle 00.32, Schettino è già sullo scoglio, ma finge di essere a bordo: “Ci sono 200/300 persone a bordo, mancano all’appello una quarantina di persone”. Falso: i soccorsi sono appena iniziati. “Ora torno sul ponte. Ero andato a poppa per capire cosa stava succedendo”. Ennesima bugia. L’ufficiale della Guardia costiera è turbato dall’abbandono: “Cosa vuole fare, vuole andare a casa? A dormire?… ci sono già dei cadaveri”. “Quanti?”. “Deve dirmelo lei!… Adesso lei va a prua, risale la biscaggina e coordina l’evacuazione. Ci dice quante persone ci sono ancora: se ci sono bambini, donne, passeggeri e il numero esatto di ogni categoria. Vada a bordo. Cosa fa, lascia i soccorsi?”. “Ok, sto andando”. E Schettino resta sullo scoglio.

A conferma delle intercettazioni ci sono diverse testimonianze. Alessandro Di Lena, primo ufficiale della Concordia, parla di una “paralisi”, una incapacità di muoversi, del comandante, ininterrottamente al telefono con Palombo o con i vertici della Costa. Le videocamere di sorveglianza della Capitaneria dimostrano che la nave resta in posizione di navigazione più di 1 ora. Tempo sufficiente per salvare tutti.
Un testimone inglese ha raccontato di averlo visto addirittura ubriaco, durante la cena, mentre abbracciava una donna.
A margine del misfatto c’è anche la disattivazione dello Ias, il sistema satellitare che segue la traiettoria della nave, per 15 minuti, giusto il tempo dell’inchino all’isola del Giglio.

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