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Lupara bianca, microspia incastra i killer dei due pregiudicati sotto controllo

maggio 12, 2011 Microspie No Comments
1205 Polizia

Gli investigatori stavano sorvegliando le vittime e hanno ascoltato in diretta le fasi del regolamento di conti fra clan. Si cercano i corpi, probabilmente fatti sparire in una gravina

Un duplice omicidio a sangue freddo, un caso di ‘lupara bianca’, con gli investigatori che avrebbero ascoltato in diretta le fasi dell’uccisione attraverso le microspie piazzate nell’auto di una delle vittime, sotto controllo da tempo. E ora due cadaveri scomparsi, fatti sparire probabilmente nella zona della gravina di San Marco, tra Massafra e Mottola, nel Tarantino. Per omicidio premeditato e soppressione di cadavere sono stati fermati dalla polizia Pasquale Fronza, di 34 anni, e Francesco Mancini, di 33, ritenuti gli assassini di Domencio Attorre e Domenico Petruzzelli, di Palagiano, scomparsi nella tarda serata di ieri e uccisi – ritengono gli inquirenti – nel corso di un regolamento di conti.

Le vittime appartenevano alla malavita organizzata. Domenico Attorre, in passato ritenuto elemento di spicco del clan Putignano, e Domenico Petruzzelli, con precedenti per spaccio di droga. Attorre era stato condannato in
via definitiva a 18 anni di reclusione nell’ambito del processo originato dal blitz antidroga Diana (5 aprile 1997). L’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Lecce e della Procura di Taranto sgominò un’organizzazione malavitosa radicata nel trangolo Ginosa-Palagiano-Palagianello, nel versante occidentale della provincia tarantina, con riferimenti nel Metapontino e anche in Calabria come stazioni di riferimento per lo smercio di stupefacenti. Il duplice omicidio potrebbe essere maturato proprio per contrasti nell’ambito dello spaccio di sostanze stupefacenti, ma non vengono escluse altre piste.

Le due vittime erano state viste la sera precedente alla denuncia di scomparsa per le vie del centro a bordo di una Volkswagen Polo di proprieta di uno dei due uomini. Intorno alle 23, la vettura è stata trovata nelle campagne circostanti alla città completamente incendiata, in un luogo distante da quello dell’agguato. Secondo gli investigatori, questo avrebbe avuto lo scopo di ostacolare le indagini e di facilitare il probabile spostamento dei cadaveri. Le ricerche dei corpi proseguono incessantemente.

Fonte: Repubblica Bari

Microspie per sorveglianza a distanza

L’Italia dei Diritti svela il mistero delle microspie nell’ufficio della Polverini

aprile 15, 2011 Microspie No Comments
De Pierro

Il presidente dell’Italia dei Diritti Antonello De Pierro dopo aver preso visione, assieme ai responsabili laziali, del documento redatto congiuntamente da : CGIL – CISL – UIL e inviato alla presidente Polverini, ai responsabili della sicurezza della giunta regionale , al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, al questore Francesco Tagliente al Nucleo Ispettivo della Guardia di Finanza e al Comando Generale dei Carabinieri, ha deciso di divulgare rilevanti informazioni e raccontare cosa sarebbe successo nei palazzi della Regione Lazio.

Potrebbe non sussistere mistero per quanto riguarda la vicenda delle microspie negli uffici della Polverini anzi, appare inquietante il fatto che molti siano a conoscenza di questioni quantomeno scottanti. Al punto che i 3 sindacati abbiano comunicato alle autorità preposte a tutti i livelli accadimenti clamorosi, che sarebbero avvenuti all’interno di Via R.R. Garibaldi, sede della giunta regionale. Come evidenziato nelle carte, le circostanze avrebbero avuto luogo il 3 e il 18 marzo scorsi. Notte tempo i vigilanti della ‘Roma Union Security’, sarebbero stati distolti dai compiti di controllo, con il pretesto di una riunione durata ben 3 ore, da un Tenente e da un appuntato dell’Istituto privato di appartenenza che, successivamente, avrebbero fatto accedere nel palazzo 4 persone sconosciute. Tali soggetti, come recita il documento approfittando , dopo essere venuti in possesso delle chiavi di alcuni uffici, si sarebbero introdotti nei piani della Presidenza della Giunta regionale e della vicepresidenza per agire indisturbati, in modo illegittimo, per circa 2 ore.

Non è possibile affermare con certezza cosa sia accaduto davvero all’interno degli uffici, se quel movimento sarebbe servito per collocare le microspie ritrovate o se “semplicemente” si sarebbe approfittato dell’invasione per visionare fascicoli di particolare importanza. In ogni caso resta da chiarire come sarebbe stato possibile allontanare il personale dai compiti istituzionali, operando una grave intromissione con un atto illecito. Dal documento si evidenzia inoltre che le Guardie che avrebbero chiesto spiegazioni sulla vicenda alla società, sarebbero state trasferite ad altra sede e allontanate dai rispettivi compiti, sebbene la stessa azienda avrebbe risposto loro che “i fatti avvenuti erano stati regolarmente disposti dal vertice aziendale”. Circostanza che getterebbe ulteriori ombre sulla vicenda.

Il commento su quanto divulgato dal movimento extraparlamentare viene affidato a Carmine Calardo , viceresponsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti : “Va premesso che non sappiamo se Lotito – il presidente della ‘Roma Union Security’ – sia al corrente o se abbia lui dato ordine di fare questa azione deprecabile, contraria a ogni decenza, ad ogni regola di convivenza libera. Un’azione di spionaggio al limine della criminalità. Sicuramente Lotito però è responsabile di aver messo a capo delle sue società persone con un’etica alquanto discutibile. La Polverini – dichiara Celardo – è vittima di una faida interna agli amici della destra, che si stanno scannando per spartirsi questa torta. Noi come Italia dei Diritti, abbiamo già denunciato riguardo ai servizi di vigilanza, manovre al limite della criminalità. Quanto letto nelle carte, non fa che avvalorare la mia sensazione, ovvero che c’è un assalto alla diligenza, si stanno scannando per dividersi gli appalti alla faccia dell’onestà, contravvenendo a tutte le regole alla base di una libera concorrenza. Ci aspettiamo dalla Polverini – conclude l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – , visto che ha taciuto precedentemente, una risposta chiara e precisa, una netta presa di posizione . La governatrice deve dimostrare chiaramente a tutti i cittadini, come intende amministrare questa regione. I fatti sono pulizia e onestà non chiacchiere”.

Fonte: Italia dei Diritti

Microspie Ambientali

Usura: commissione regionale approva disegno legge per lotta

marzo 24, 2011 Usura No Comments
2403 usura

Interventi contro il fenomeno e per promuovere sviluppo sociale

POTENZA, 23 MAR – La prima commissione consiliare della Regione ha approvato a maggioranza il disegno di legge della giunta sulle ”Nuove norme in materia di interventi regionali per la prevenzione e la lotta ai fenomeni dell’usura e dell’estorsione”. Il ddl prevede che la Regione ”nell’ambito degli obiettivi indicati dalle leggi nazionali”, integri ”gli interventi statali contribuendo a combattere l’usura e l’estorsione nel territorio regionale e promuovere attivita’ che favoriscano uno sviluppo economico e sociale informato ai valori delle sicurezza e della legalita”’. (ANSA).

Fonte: ANSA

Lotta all’usura: Microspie ambientali

Saltano le intercettazioni, rischia processo di mafia

marzo 21, 2011 Intercettazioni No Comments
2103 Processo

Errore o distrazione, di certo quelle intercettazioni ambientali ritenute fondamentali per sostenere un’accusa di omicidio sono carta straccia. Il provvedimento con il quale il giudice dell’udienza preliminare, Antonio Lovecchio, ha dichiarato inutilizzabili le conversazioni captate in carcere e in questura rischiano di far franare o indebolire pesantemente le imputazioni nei confronti dei presunti autori del delitto di Giovanni Peschetola, 31 anni, avvenuto a Bari vecchia il 21 luglio del 2008. Il motivo? Tecnicamente si chiama «remotizzazione» delle intercettazioni presso il server della procura.

In che cosa consiste? Il collegamento informatico tra la microspia utilizzata per ascoltare le conversazioni e il «registratore» che deve trasmettere le «informazioni» raccolte, deve passare esclusivamente dalla «centrale» istituita presso la procura. Diversamente, non è corretto. Nel caso di Peschetola, le intercettazioni (eseguite in Questura e in carcere dopo la «confessione» di uno dei presunti assassini) non sono passate dal server della procura. Quindi, non sarebbe stato salvaguardato il diritto di difesa, stabilito da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione nel settembre del 2008, in coincidenza con l’indagine del caso Peschetola. Per gli ermellini, affinché le prove raccolte facciano pieno ingresso nel processo, è necessario che le operazioni di registrazione siano state effettuate negli uffici della Procura presso il cui server rimane comunque impressa la versione originale della conversazione captata.

Cosa accadrà adesso? Il pm Elisabetta Pugliese, che aveva chiesto il rinvio a giudizio di sei persone, accusate a vario titolo di concorso in omicidio e detenzione di armi, ora si ritroverà di fronte a un difficile processo in «abbreviato» al quale i legali della difesa si sono subito appellati dopo aver incassato un (inevitabile) provvedimento di inutilizzabilità di due intercettazioni ambientali. Giovanni Peschetola, legato agli Strisciuglio, fu vittima di un vero proprio agguato maturato nell’ambito di un regolamento di conti.

Nessuna lite, insomma, come qualcuno volle far pensare per depistare le indagini. Due giorni dopo il delitto, si costituì infatti il 69enne Giuseppe Cassano, detto «Severino», ex contrabbandiere, ritenuto vicino ai Capriati: si assunse ogni responsabilità del fatto di sangue, scagionando i propri congiunti e giustificando di aver agito per legittima difesa. Disse, tra l’altro, di aver sparato con tre pistole. Ipotesi ritenuta poco credibile, visto che le perizie accertarono diverse posizioni di fuoco coincidenti con la versione di Cassano solo nel caso avesse disposto di «braccia allungabili».

Le indagini proseguirono fino a quando, nel luglio dello scorso anno, il gip, Giulia Romanzzi, su richiesta del pm antimafia Elisabetta Pugliese, dispose la cattura di Saverio e Onofrio Cassano, di 45 e 39 anni, figli di Giuseppe. Il primo è accusato di omicidio e violazioni della legge sulle armi ed è in cella. Il secondo (ai domiciliari) è indagato solo per quest’ultimo reato. A sparare, in realtà, sarebbero stati almeno in tre. Giuseppe, Saverio e un altro Giuseppe Cassano, nipote del «patriarca» e figlio di Saverio: il 20enne è morto in un incidente stradale il 19 dicembre del 2009, travolto con la moto da un tir davanti al porto di Bari. Nel processo sono imputate anche Porzia Cassano (imputata di detenzione di arma), Lucia Cassano e Donato Querini (ora pentito), accusati di false dichiarazioni per favorire un clan mafioso.
L’omicidio Peschetola maturò a seguito di uno «sgarro» subito da Giuseppe Cassano (padre), picchiato per aver: schiaffeggiato le donne, nel caso di specie mogli di altri appartenenti agli Strisciuglio. Secondo la Squadra mobile, Cassano, preoccupato per nuove e più feroci vendette, avrebbe tentato di riparare chiedendo aiuto a Marino Catacchio (ucciso il 18 settembre 2008) e al vecchio boss del San Paolo, Giuseppe Mercante, detto «Pinucc u’ drogat», affinché mettessero pace. Così si riuscì a organizzare un incontro che, in teoria, avrebbe dovuto risolvere tutte le questioni. Ma i Cassano si sarebbero fatti trovare armati di pistole, pronti a mettere in atto l’omicidio già pianificato.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

«La cimice? Solo uno scherzo» La famiglia Guerra non spia Fli

marzo 8, 2011 Microspie No Comments
0803 Guerra

«Era solo uno scherzo, una battuta, un gioco tra mio marito e mia figlia, tant’è che nelle intercettazioni si sente chiaramente che ridono. Ma secondo voi mio marito potrebbe fare una cosa del genere? Mettere una microspia nei mobili?». Non ci pensa due volte Claudia Consolazio, madre della nota soubrette Barbara Guerra con famiglia a Copreno, ad abbassare i toni dell’ultimo tormentone gossip che ha travolto la bella figlia. Non solo Barbara avrebbe partecipato ai noti festini del premier, respingendo da sempre le accuse che si fosse andati oltre una cena, ma nell’intricata vicenda spunta anche lo spionaggio politico con tanto di papà Innocenzo Guerra ideatore di un controllo del Fli.

É quello che si sente nelle intercettazioni depositate dai pm di Milano nello stralcio dell’inchiesta sul caso Ruby, in particolare un dialogo telefonico datato 11 gennaio in cui papà Innocenzo informa la figlia di doversi occupare degli arredi della sede Fli di via Terraggio a Milano. Magari, pensa il padre, a Berlusconi avrebbe fatto piacere posizionare delle cimici, per sapere in tempo reale cosa pensavamo e progettavano i suoi amici-nemici. «Io gli volevo proporre se vuole mettere una microspia – dice papà Innocenzo – Oo..c’ho le chiavi io dell’ufficio (…) ieri è venuto anche il senatore Valditara». La figlia: «E si può fare?». Il padre le ripete: «Io c’ho le chiavi». La show girl: «allora glielo dico sub… cacchiarola. Non e’ qui sennò c…. andavamo a casa sua subito». Barbara Guerra riferisce al padre di aver cercato il premier: «Ho detto di chiamarmi subito, m’ha richiamato…».

Il padre: «E tu digli cheee… (…) che mio papà non è abituato a queste cose qui, ma però per l’amore e il rispetto che (…) che ho nei suoi confronti, se gli interessa si può fare». Barbara: «Eee glielo dico. Dai, facciamo così, adesso lo presso per un’ora intera gli dico, ma si libera perché domani c’è una cosa da fare gli dico». Il padre: «Almeno sente le puttanate che dicono e di quello che fanno». L’uomo spiega alla figlia che «dopodomani arriva il camion con i mobili» e che il locale «domani è ancora vuoto, se lui ha una persona che può farlo (…) io c’ho le chiavi». Poco dopo in un’altra telefonata intercettata Barbara dice al padre di aver parlato con Berlusconi: « è meglio non farlo, però vuole sapere dove è la sede….». Il padre quasi al termine della conversazione: «E perché non è da fare?», Barbara: «Forse ha paura che se esce qualcosa»

Fonte: Il Cittadino

Microspie, cimici e microfoni nascosti

Innocenzo papà comprende, collabora e aiuta l’amicizia di Barbara Guerra con papi Berlusconi

0303 Guerra

MILANO – “Gli volevo proporre se vuole mettere una microspia …c’ho le chiavi io dell’ufficio, ieri è venuto anche il senatore Valditara”.

“E si può fare?”.

“Io c’ho le chiavi”.

“Allora glielo dico sub… cacchiarola. Non è qui sennò cazzo andavamo a casa sua subito”.

E’ uno stralcio della conversazione che Barbara Guerra, una delle ragazze dell’Olgettina, ha con il padre Innocenzo, imprenditore edile che si sta occupando della ristrutturazione della sede di Futuro e Libertà a Milano, una conversazione intercettata l’undici gennaio, cioè quando il Rubygate è oramai cosa nota.

Per la cronaca Berlusconi declinò l’offerta, per la cronaca Bocchino a nome di Futuro e Libertà ha già espresso tutta la sua indignazione e tutta la sua perplessità per un paese ridotto in queste condizioni, per la cronaca.

A volte però la cronaca non basta a raccontare la realtà. Papà Innocenzo sa, anche non leggesse i giornali, anche se in tv guardasse solo il calcio, anche fosse cieco e sordo di certo sa che sua figlia è una delle protagoniste del Bunga Bunga. Anche se non volesse ritenere veritiero quello che riportano i giornali, sa che la sua Barbara frequenta un uomo molto, molto più grande di lei, forse persino con qualche anno più di lui. Sa di certo che quest’uomo che risponde al nome di Silvio Berlusconi versa dei soldi alla figlia, può ritenere che siano solo i maligni a sostenere che quei soldi vengono dati in cambio di sesso ma, da uomo di mondo, difficilmente può credere che siano un regalo. Innocenzo fa l’imprenditore edile, difficile che possa pensare che al mondo c’è qualcuno che regala soldi, gioielli, appartamenti senza chiedere nulla in cambio.

Alcuni padri di altri tempi, sapendo che un ultrasettantenne regala denari alla figlia ventenne, avrebbero aspettato l’arzillo vecchietto per dirgliene quattro, nella migliore delle ipotesi, in altri casi non si sarebbero accontentati di un’ammonizione verbale. Invece Innocenzo sa, forse approva e forse è stato persino sponsor di questa amicizia della figlia, di certo sembra che non abbia nulla a che ridire su questa frequentazione.

Fonte: Blitz Quotidiano

“Chiedi a Berlusconi che se vuole posso mettere le ‘cimici’ nella sede Fli”

marzo 1, 2011 Microspie No Comments
0103 Microspia

Il padre di Barbara Guerra, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore, propose alla figlia di far sapere al premier che avrebbe potuto nascondere delle microspie nei nuovi uffici di Futuro e Libertà a Milano. “Il presidente ha detto meglio di no”, le rispose la giovane

MILANO – C’è anche la proposta fatta a Silvio Berlusconi di mettere una microspia nelle sede milanese di Futuro e Libertà nelle intercettazioni depositate dai pm di Milano.

E’ l’idea, che non ha avuto seguito in quanto il capo del Governo ha ritenuto “meglio non farlo”, di Innocenzo Guerra, padre della show girl Barbara, una delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore. L’uomo, impegnato nei lavori di risistemazione dei locali della sede di Fli in via Terraggio (inaugurati ufficialmente lo scorso 24 gennaio), e che definisce “tana dei cospiratori”, l’11 gennaio, parlando all’ora di cena al telefono con la figlia le dice: “Io gli volevo proporre se vuole mettere una microspia (ride)…” . Poco più avanti: “io..c’ho le chiavi io dell’ufficio (…) ieri è venuto anche il senatore Valditara”. La figlia: “e si può fare?”. Il padre le ripete: “io c’ho le chiavi”. La show girl: ‘allora glielo dico sub… cacchiarola. Non e’ qui sennò cazzo andavamo a casa sua subito”. Innocenzo Guerra: “annuisce. Perchè già ieri parlava di La Russa questo qui, io son stato dentro 10 minuti…”. E ancora: “eran dentro in sei che parlavano: ‘allora ti devi occupare dei palazzinari perche’ dobbiamo tirare fuori i 200.000 appartamenti della gente che gli manca la casà (…) Sto senatore parlava così adesso La Russa non ho capito cosa diceva di La Russa”.

Barbara Guerra riferisce, poi, al padre di aver cercato di contattare il premier: “ho detto di chiamarmi subito, m’ha richiamato poi alle quattro, ho chiamato alle due alle quattro m’ha richiamato…”. Il padre: “E tu digli cheee… (…) che mio papà non è abituato a queste cose qui, perchè, ma però, gli devi dire, per l’amore e il rispetto che (…) che ho nei suoi confronti, se gli interessa si può fare”. Barbara: (con tono di voce bassa) “eee glielo dico, adesso appena mi richiama (…) ee sì. Dai, facciamo così, adesso lo presso per un’ora intera gli dico, ma si libera perchè domani c’è una cosa da fare gli dico”. Il padre: “eee, almeno sente le puttanate che dicono e di quello che fanno”.
L’uomo spiega alla figlia che “dopodomani arriva il camion con i mobili” e che il locale “domani è ancora vuoto, se lui ha una persona che può farlo (…) io c’ho le chiavi”. Barbara: “e mo lo chiamo di nuovo, tanto che ore sono finirà sta cazzo di riunione”. Il padre: “eee, digli, è proprio la tana del…”. Barbara: “del lupo”. Padre: “dei cospiratori“.

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Sarah, intercettazioni La moglie a Carmine: «Là la Mimina sa» E lui: «Io dico di sì»

febbraio 28, 2011 Intercettazioni No Comments
2802 Misseri

Carmine Misseri potrebbe non aver detto tutta la verità alla moglie Lucia Pichierri sul suo presunto coinvolgimento nell’omicidio di Sarah Scazzi. Il fratello di Michele Misseri, arrestato mercoledì scorso assieme al nipote Mimino Cosma, con l’accusa di concorso nella soppressione del cadavere della 15enne di Avetrana, alcune volte si è sfogato mentre si trovava in macchina da solo e i suoi sfoghi sono stati captati dalla cimice che i carabinieri avevano piazzato nella sua autovettura.

È domenica 7 novembre, il giorno dopo il sopralluogo di Michele Misseri in contrada Mosca, sulla cisterna dove è stato gettato il cadavere di Sarah, quando Carmine parlando tra sè e sè in auto dice: «Dove cazzo vogliono andare vanno….che cazzo me ne fotte a me? Che prima….ma adesso…che cazzo vogliono fare fanno…. ».
Due ore dopo riparla da solo: «Ah, adesso sto dicendo…ma che cazzo me ne fotte a me?»
Il giorno dopo, alle 6 di mattina, parla nuovamente da solo, dicendo frasi che secondo gli inquirenti denotano chiaramente un pensiero fisso e ossessionante: «Cazzi suoi per me là va…che devo fare di più….già a vederla così prima…»

Per il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Mariano Buccoliero non ci sono dubbi, quella frase è agghiacciante e indica la presenza di un’altra persona che aveva raggiunto il luogo dove si trovava il cadavere di Sarah prima dell’occultamento e che lui, non poteva fare di più per aiutare gli altri considerato che già la vista di quel cadavere gli era stata devastante e dunque null’altro poteva pretendersi da Carmine Misseri oltre al silenzio.

Alla vigilia del 19 novembre, giorno dell’incidente probatorio di Michele Misseri, Carmine e Lucia discutono di quanto può emergere da quell’atto processuale.

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Trattativa mafia-Stato, nuove accuse di Brusca

febbraio 27, 2011 Intercettazioni No Comments
2702 Brusca

“Dell’Utri referente di Riina dopo morte di Lima”
L’ex boss di San Giuseppe Jato torna a fare rivelazioni ai magistrati di Palermo. E riferisce delle confidenze che gli avrebbe fatto Totò Riina sul braccio destro di Berlusconi e su Vito Ciancimino. Il pentito è stato interrogato nuovamente anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi

Al processo contro Marcello Dell’Utri, il pentito Giovanni Brusca era diventato addirittura un cavallo di battaglia della difesa. Aveva detto di non sapere nulla del braccio destro di Silvio Berlusconi e dei suoi rapporti con Cosa nostra. Per questo i giudici l’avevano bollato come «ambiguo» e «reticente». Da qualche settimana, l’ex padrino di Cosa nostra sembra aver cambiato idea. E radicalmente. Ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato ha detto: “Dopo il delitto di Salvo Lima e prima della strage di Capaci, Riina mi confidò: il posto di Salvo Lima l’hanno preso Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino”. Sarebbero stati loro i nuovi referenti di Cosa nostra per la trattativa a suon di bombe che Riina voleva portare avanti.

Brusca l’ha confessato dopo un lungo e drammatico interrogatorio, in cui è scoppiato anche in lacrime. I magistrati di Palermo l’avevano convocato nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, per non avere mai parlato di 188 mila euro in contanti e di alcuni appartamenti intestati a prestanome. Di questi beni i magistrati hanno saputo fra giugno e settembre scorso, grazie ad alcune indagini dei carabinieri di Monreale e alle microspie piazzate nell’abitazione dove ogni tanto il pentito andava in permesso premio. Le microspie avrebbero svelato anche le verità che Brusca non ha mai detto su Marcello Dell’Utri e la trattativa. Il pentito è crollato davanti a quelle intercettazioni che il procuratore aggiunto Ingroia e i sostituti Di Matteo, Guido e Sava gli hanno contestato. E a 15 anni dall’inizio della sua collaborazione con la giustizia, ha deciso di affrontare il capitolo più delicato, quello dei rapporti fra mafia e Stato

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USURA: chiedevano 200% di interesse. 2 arresti nel messinese

microspie

Messina, 24 feb – Un altro duro colpo e’ stato inflitto alle organizzazioni criminali vicine ad ambienti mafiosi operanti sulla costa ionica del messinese dalla Guardia di Finanza. Alle prime luci dell’alba i finanzieri della Compagnia di Taormina hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere disposte dal G.I.P. del Tribunale di Messina, Giovanni De Marco, su richiesta dei Sostituti Procuratori della Repubblica D.D.A. presso il Tribunale di Messina, Fabio D’Anna e Fabrizio Monaco.

I guadagni e gli interessi usurai ricostruiti si aggirano tra il 60% e il 200% delle somme prese in prestito. In manette sono finiti un 45enne di Taormina e un 47enne di Letojanni(ME), ad entrambi e’ stata contestata l’aggravante di agire con modalita’ mafiose. In casa del primo sono state rinvenute e sottoposte a sequestro 17 mila euro in contanti e cambiali per 16 mila euro. Sono stati inoltre perquisiti dalle Fiamme Gialle 5 appartamenti e 2 uffici.

Le indagini iniziate d’iniziativa nel giugno del 2010 dalle Fiamme Gialle hanno portato alla scoperta di un radicato sistema criminale finalizzato a speculare, attraverso il prestito di somme di denaro a tassi ampiamente usurai, su soggetti in difficolta’ finanziaria.

Alle vittime venivano richiesti a garanzia del prestito e degli interessi usurai applicati, gli immobili presso cui vivevano o lavoravano e assegni di rilevanti importi che poi venivano restituiti o distrutti al momento del pagamento in contanti per non lasciare traccia.

Le indagini sono state condotte attraverso l’uso di intercettazioni telefoniche ed ambientali. Diverse micro spie sono state posizionate dai militari all’interno di auto, uffici ed appartamenti.

I Finanzieri hanno anche scoperto, attraverso scrupolose indagini bancarie e patrimoniali ed attraverso l’ausilio di riprese eseguite da mezzi aerei del Corpo, la presenza di una villa di due piani nel territorio del Comune di Taormina (ME) del valore di mercato di circa 1 milione di euro riconducibile ad uno degli arrestati. La villa, presumibilmente costruita con i profitti dei reati, e’ stata posta sotto sequestro dai militari al fine di permetterne la ulteriore confisca nelle successive fasi processuali come previsto dalle leggi antimafia.

Fonte: ASCA

L’inchiesta con 83 anni di intercettazioni

febbraio 23, 2011 Intercettazioni No Comments
2302 Intercett

Ottantatrè anni. Il tempo necessario, mese più mese meno, per trascrivere una sterminata lenzuolata di intercettazioni telefoniche e ambientali. Sembra fiction, è la realtà. Ambientata a Gallarate, un tempo considerata con la vicina Busto Arsizio la Manchester del tessile italiano. Oggi, invece, i paragoni andrebbero fatti con la Chicago di Al Capone perché non si riesce a spiegare in altro modo la sbalorditiva proliferazione di intercettazioni. Quanti sono i criminali in circolazione in una città che tocca a malapena i cinquantamila abitanti? È quel che ci si domanda leggendo la lettera, altrettanto attonita, che due consulenti indirizzano alla procura di Busto Arsizio dopo aver ricevuto un incarico al di là delle loro possibilità: trascrivere trecentomila intercettazioni. Un compito sovrumano, anzi no, a fare i ragionieri dell’aritmetica giudiziaria la coppia stima che occorreranno ottantatrè anni circa per portare a termine l’impresa. Siano nel 2009 e dunque la sbobinatura, poi sfumata, ci avrebbe portato alle soglie del ventiduesimo secolo.
Incredibile. Ancora di più perché l’inchiesta in questione ha un perimetro locale e non sfonderà sulle prima pagine dei giornali nazionali e delle tv. Una storia, con tutto il rispetto, di provincia, per quanto deprecabile, incentrata sui presunti affari sporchi dell’Ufficio tecnico del Comune. Una vicenda che porta a una manciata di arresti e che, come tante altre indagini, si avvale del supporto prezioso delle intercettazioni. Già, ma quante sono le telefonate e le conversazioni captate?
Due tecnici, non due sprovveduti ma due professionisti abituati a gestire delicati e complessi incarichi per conto delle più agguerrite procure d’Italia, ricevono i Cd-rom e i dvd e cominciano a studiare il materiale. Restano di sasso, fanno e rifanno i loro conteggi, poi prendono carta e penna e inviano una lettera surreale, anche se impeccabile nelle forme e nei toni, al pm Toni Novik. «A seguito dell’incarico assunto in data 12 marzo 2009 – è l’incipit – in merito alla ricerca e trascrizione di intercettazioni telefoniche e ambientali, con la presente, come già anticipato verbalmente alla Signoria vostra, siamo a rappresentare quanto segue: abbiamo provveduto a effettuare una stima del lavoro richiestoci con la conta dei supporti magnetici sui quali sono incise le intercettazioni telefoniche e ambientali da trascrivere».

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Erika, 10 anni dopo: il padre che perdona e la “vergogna” di Novi

febbraio 18, 2011 Microspie No Comments
1802 Novi

Arrivi a Novi dieci anni dopo quel febbraio 2001 della mattanza di Erika e Omar a cercare di pesare quella tragedia terribile, “uno dei fatti più gravi nella storia criminale italiana” come hanno scritto gli esperti. Arrivi in un febbraio di pioggia e di erba sporca, con la villetta dove si consumò la tragedia di Erika De Nardo 17 anni, del suo fidanzatino Omar, 16 anni che scolora nella bruma grigia, sul bordo tra la città di Novi, trentamila abitanti tra Liguria e Piemonte e la sua campagna piatta e ondulata di capannoni e vigne, colline coltivate e grandi fabbriche come l’Ilva del patron Emilio Riva e la Novi-Elah -Dufour del cavaliere di cioccolato, il potente Flavio Repetto, la Campari, la Pernigotti e sopratutto l’Outlet di Serravalle il “non luogo” record, che richiama 3 milioni di utenti-consumatori all’anno, il boom italiano che neppure la crisi frena in un delirio di saldi, di saldi di saldi, con i russi e i giapponesi che si fanno portare qua da ogni parte del Nord Italia per spendere, comprare, andarsene via carichi di sacchetti firmati, anzi strafirmati in un’orgia di made in Italy.

Che c’entra Erika, la bella e maledetta Erika, che uccise la madre Susy di 45 anni con novantasette coltellate, la crocifisse e poi si accanì sul fratellino che invano aveva cercato di avvelenare e poi di soffocare, e avrebbe fatto lo stesso se ci fosse riuscita con il padre il serissimo ingegner Francesco De Nardo, dirigente alla Pernigotti, religioso praticante, padre premuroso, sopratutto padre che ha perdonato e che non ha mai parlato di quel 21 febbraio 2001, ore 20 e trenta di sera, quando aprì la porta di casa e vide l’Inferno dei suoi cari straziati? Mai una parola, una frase, un’occhiata che dicesse di quel dramma profondo.

C’entra Erika, perchè dieci anni dopo quella macchia, quella tragedia che segnò non solo la famiglia, la casa, questo angolo tranquillo di Nord Ovest serio e produttivo, ombelico di una sicurezza sociale galleggiante tra lo sviluppo postindustriale, grande possibilità infrastrutturali, centro gravitazionale di una coscienza civile a prova di fiammate padane, restano ancora appiccicate a Novi, Novi Ligure, provincia di Alessandria, il paese di Fausto Coppi e poi solo di Erika e forse ora un po’ di quell’Outlet della Glen MacGregor, multinazionale scozzese, il più grande d’Europa, una piovra che, però, porta il nome di Serravalle.

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Cuffaro prosciolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa

febbraio 17, 2011 Microspie No Comments
1702 Cuffaro

Il Gup: “Già giudicato per gli stessi fatti”

Il toto sentenza, tra giornalisti e addetti ai lavori, si è concluso poco dopo le 17, quando il gup Vittorio Anania, dopo una camera di consiglio di quattro ore, ha scritto la parola fine al secondo capitolo della storia giudiziaria di un ex potente siciliano, Totò Cuffaro, l’uomo da oltre un milione di preferenze, per due volte presidente della Regione. La chiave del verdetto, che arriva a un mese di distanza dalla condanna definitiva dell’ex governatore a sette anni per favoreggiamento a Cosa nostra, è tutta in un articolo del codice di procedura penale, il 649, che vieta che un cittadino sia processato due volte per lo stesso fatto, quale che sia la qualificazione giuridica del reato scelta dall’accusa. All’avvocato dell’ex governatore basta sentire la citazione della norma, che stabilisce il principio del ‘ne bis in idem’, per comprendere che la tesi difensiva è stata accolta: Cuffaro non andava sottoposto a processo.

I fatti che la Procura gli contesta e per i quali è finito per la seconda volta davanti al giudice, stavolta con l’accusa più grave di concorso in associazione mafiosa, per il gup, sono gli stessi che gli sono costati una condanna, passata ormai in giudicato, per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Una decisione, quella di Anania, che non entra nel merito delle accuse e si ferma prima: alla opportunità di dare vita al giudizio. “Il verdetto – spiega il procuratore di Palermo Francesco Messineo – si limita a stabilire una preclusione processuale e non afferma che la condotta dell’imputato sia stata lecita”. Anzi, precisa il capo dei pm, “il provvedimento fa riferimento alla sentenza definitiva di gennaio, che quei fatti li ha certamente bollati come illeciti”. Ma Messineo, riunito dopo la lettura del dispositivo con l’aggiunto Antonio Ingroia e con i pm titolari dell’accusa Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, non riesce a non fare cenno a quello che per mesi è stato il nodo del problema: quale reato contestare a Cuffaro. Concorso o favoreggiamento? Un dubbio su cui la Procura si è spaccata e che ha portato ai due processi. “Non potremo mai dire come sarebbe finita se gli avessimo attribuito da subito il reato più grave – dice non senza polemica – Ma certo non ci sarebbero stati due giudizi”. E nonostante i toni sereni certa è pure la delusione della procura di Messineo, che nella necessità di addossare all’ex presidente un’accusa pesante come quella del concorso ha creduto, tanto da scommettere in un nuovo processo. Perché per il pm Di Matteo, entrato in polemica coi colleghi che scelsero la strada del favoreggiamento, l’ex governatore non si sarebbe limitato a singoli episodi delittuosi come la fuga di notizie che portò alla scoperta delle microspie piazzate dal Ros a casa del boss Giuseppe Guttadauro, oggetto del primo dibattimento, ma avrebbe contribuito, durante tutta la sua carriera politica, al “sostegno ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa”.

Un apporto, quello assicurato alle cosche, che avrebbe fruttato all’ex governatore i voti della mafia, in particolare quelli dell’ala “provenzaniana”. Cuffaro avrebbe messo a disposizione di Cosa nostra, dunque, il proprio ruolo, consentendole di influenzare l’andamento della vita politica siciliana e di assicurare l’impunità ai propri esponenti. “Tutto vecchio e già visto”, secondo i legali dell’ex presidente. Una tesi, quella del processo ‘fotocopia’, che il giudice sembra aver condiviso. Di fatti nuovi, dunque, i pm non ne avrebbero portati.

Fonte: Sicilia Informazioni

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